
di Pasquale Allegro
Lamezia Terme, 4 maggio - Lo scorso weekend, nel salone della parrocchia del Redentore nel quartiere Carrà – Bruzia di Lamezia Terme, si è tenuta la presentazione del libro I miei primi ottant’anni di Francesco Mercuri, docente di filosofia e pedagogia nato a Nicastro, ma in seguito notorio personaggio politico tra Pianopoli e Catanzaro. Il volume raccoglie pagine autobiografiche di fondamentale interesse per la comprensione di alcuni eventi legati alla storia calabrese degli ultimi cinquant’anni, nonché si propone anche come punto di analisi e di interrogazione circa gli eventuali risvolti della società attuale.
A presentare e coordinare l’incontro la professoressa Angelina De Sensi Frontera, che, nell’introdurre le dinamiche del dibattito, descrive l’oggetto dell’analisi “un libro e una personalità”. Di Mercuri ricorda l’impegno scolastico e culturale, definendolo “un collega e un intellettuale straordinario che ha sempre considerato prioritario il suo ruolo di docente rispetto a quello di politico, insomma un intellettuale prestato alla politica”. Poi ricordando comunque la fase legata all’attività politica, la De Sensi ne sottolinea la “personalità unica e poliedrica nel riuscire ad armonizzare pubblico e privato”, fatto straordinario se si considerano “le sue origini umili, passato che non gli ha impedito comunque di occupare dei posti di privilegio”. I riferimenti teorici? “Maritain e Blondel, perché – spiega la professoressa – sono queste figura rappresentano due punti di riferimento culturali che hanno in comune con Francesco Mercuri il tentativo di esprimere un equilibrio tra Cristianesimo e socialismo”.
Sì, perché il professor Mercuri ha fatto parte anche degli organi dirigenti del PSI, ma soprattutto è stato dirigente provinciale, regionale e nazionale delle Acli; esperienza quest’ultima ricordata dal primo relatore della serata, Pasquale Torchia, primo presidente del circolo Acli “V. Moietta” dell’allora Nicastro, che, nel riportare alla memoria “la prima esperienza politica di Mercuri nel comune di Pianopoli dove visse prima di trasferirsi a Catanzaro”, evidenzia come il professore abbia abbracciato “l’impegno etico e sociale delle Acli come servizio alla comunità”.
Dello stesso avviso Luciano Raso, già presidente provinciale della Acli di Catanzaro, il quale, oltre a menzionare commosso una precedente e interessante esperienza passata fianco a fianco con Mercuri in terra tedesca (“allora passò una sua proposta formativa – ricorda Raso – legata al concetto della polivalenza: il compendio tra le proprie conoscenze personali e i valori etici, sociali e religiosi acquisiti nelle botteghe dell’associazione cattolica”), ha altresì investito la figura dell’autore di quelle caratteristiche proprie del “saggio, ma semplice e umile nel mettersi alla pari con gli altri”. E poi conclude: “La ricerca del bene comune, questa la virtù suprema che Francesco Mercuri aveva acquisito come primo motore del proprio impegno”.
D’altro canto Tonino De Marco, dirigente regionale della Calabria e già presidente regionale delle Acli Calabria, terzo e ultimo relatore dell’incontro, dopo un’accurata ma veloce disamina sulla diaspora cattolica nel’ambito delle espressioni politiche, ritiene doveroso definire l’esperienza del professor Mercuri come quella di un “educatore cattolico” alle prese con il desiderio civico di giungere all’obiettivo del buongoverno; il sogno e la sfida, come utilizzato nel sottotitolo del libro. Coerentemente con le posizioni teoriche e religiose di appartenenza Francesco Mercuri, secondo De Marco, ha costruito la propria vicenda politica “sui documenti della dottrina sociale della Chiesa”: un bagaglio culturale e spirituale che non ne ha caratterizzato l’impegno in maniera sterile, nozionistica e astratta, piuttosto ha fatto sì che, in totale simbiosi con le sue qualità di fervente e colto politico cattolico, si ponesse sempre “dalla parte delle opere, come espressione pratica di una fede vissuta che sporca le mani”.
A conclusione della serata l‘intervento dell’autore stesso, il quale, dopo i ringraziamenti di rito nei confronti di tutti coloro che hanno voluto fargli l’onore di essere presenti, attribuisce ai suoi saluti di commiato un sussulto etico che possa essere di conforto soprattutto ai giovani. Francesco Mercuri si porta indietro con il pensiero fino alla tempesta degli anni ‘60 e ’70: “Anni difficili in cui comunque noi cattolici impegnati – e qui il professore si accalora nel riportare quel ritratto generazionale – abbiamo voluto tenere accesa la candela”. Luce nella radura, lampi di speranza sotto raffiche di notti spente dalla ragione di un mondo illuso di vivere lontano da quel messaggio originario, il messaggio evangelico dell’invito al bene di tutti. “La candela la teniamo ancora accesa – continua – perché speriamo in un futuro migliore, speriamo nella nuova generazione a cui passare questa fiamma sempre accesa”. La sala al completo plaude davanti ad un accorato intervento che vuole essere, prima di tutto e sopra tutto, l’ennesimo e prezioso insegnamento di chi è ancora seduto dietro la cattedra della Storia.
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