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di Pasquale Allegro

Lamezia Terme, 16 febbraio - Sullo sfondo dello scenario educativo di un Liceo Classico "F. Fiorentino" attento ad alcuni modelli formativi, si è tenuta un’iniziativa culturale per gli studenti, organizzato dal movimento meridionalista “In piedi, a fronte alta”, in stretta collaborazione con la Casa della Legalità e della Cultura. L’incontro, dal tema Educati alla minorità, è stato arricchito dalla proiezione de “Il Canto dei nuovi emigranti”, lungometraggio firmato dai due registi calabresi Arturo Lavorato e Felice D'Agostino, e dedicato alla figura del poeta sambiasino Franco Costabile. Dopo un’appassionante declamazione dei versi delle poesie Ultima uva e 1861 del poeta nostrano, Andrea Latelli e Paolo Bambara, del movimento “In piedi, a fronte alta”, introducono i lavori del percorso, indicando come il concetto dell’educazione alla minorità sia attestato di uno  stato di cose per cui il popolo meridionale si accusa, ingiustamente, di conservare alcune genetiche condizioni di subalternità. “Siamo cresciuti in un’idea culturale per cui sentirci inferiori riflette una nostra condizione innata”, evidenzia Latelli. Dopodiché quest’ultimo, spalleggiato da Bambara, illustra i risultati  di uno studio da loro effettuato sul fenomeno dell’emigrazione studentesca, esiti corroborati da rapporti nazionali realizzati da istituti di ricerca come il Censis o da strutture come il Miur, per citarne solo alcuni tra i più importanti. Dai dati emessi si evince, tra le altre cose, un’alta percentuale di calabresi che studiano fuori sede e l’alta media annuale di spesa che quest’ultimi affrontano, tra spese d’iscrizione, di vitto e di alloggio, di trasporti, di acquisto libri, etc. “Queste sono tutte spese”, afferma Andrea Latelli, “che vanno ad alimentare l’economia del Nord”.

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Ma ancora un dato importante viene fuori da questo excursus di ricerca: nella classifica delle università italiane stilata dal Miur, secondo criteri di valutazione che riferiscono della qualità degli Atenei e della ricerca, l’Università della Calabria di Cosenza svetterebbe al 2° posto in merito all’efficienza dei suoi servizi. Da ciò l’invito, da parte degli organizzatori, di riflettere sull’inaffidabilità di un giudizio che vorrebbe le altre sedi universitarie oggettivamente preferibili a quelle meridionali, calabresi in primis. Ma ancora più interessante un altro elemento emerso: l’ammontare del Fondo di Finanziamento Ordinario delle Università, la principale fonte di entrata per le Università italiane, di cui avrebbe usufruito l’Unical negli anni che vanno dal 2006 al 2011, corrisponderebbe alla metà di quello di cui ha beneficiato, per fare un esempio, l’Università di Pavia, nonostante quest’ultima annovererebbe 10.000 studenti in meno dell’ateneo calabrese. Presente solo il regista Lavorato (D’Agostino, semiemigrante, va e viene dall’estero), viene poi proiettato “Il Canto dei nuovi emigranti”, interessante panoramica visiva sulla vita e la poetica del cantore nostrano Franco Costabile, nonché delicata trasposizione dei luoghi cari alla sua esperienza di meridionale e di emigrante. Suggestivi oltremodo i versi che fanno da sfondo ad immagini salienti della nostra Storia e della nostra paesaggistica naturale. L’occhio della regia regala fotografie come fossero quadri, mentre le immagini delle partenze e delle valigie restituiscono lo spaesamento tipico del movimento emigrante. Dietro il finestrino di un treno scorrono tappeti di uliveti e vigneti.

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Alla proiezione ha fatto seguito l’intervento del regista: “Il filmato girato e montato da me insieme a Felice”, illustra, “è di estrema attualità, perché anche Costabile parlava di quello stato di minorità al quale si sente condannato il popolo calabrese,”. Lavorato evidenzia come questo stato di cose non sia altro che “il frutto di una violenza, di una violenza istituzionale, operata da una classe su un’altra classe, da poteri forti che non avevano che l’obiettivo di accaparrarsi risorse da sfruttare”. E poi rivendica il primato della cultura come ambito nel quale esercitare un’operazione di recupero di uno squarcio subìto, perché “il problema è culturale”, sentenzia, “e la mafia è un problema soprattutto culturale”. Come ricucire lo strappo? “Dobbiamo risalire al periodo dell’Unità D’Italia, perché è lì che è calato il buio”, offre questa risposta e poi, rivolgendosi agli studenti in sala, propone destabilizzante: “Cosa si trova, dunque, da festeggiare nell’Unità d’Italia?” Alla provocazione si riallaccia Latelli, che concorda: “C’è stato un processo di sottosviluppo guidato da alcune lobby che hanno voluto fortemente questo stato di cose”: La professoressa Enzina Sirianni, docente attenta alla sensibilizzazione del recupero della memoria storica e che, in merito a questo compito, è solita accompagnare gli  studenti a spulciare tra i documenti degli archivi di Stato, si dice in totale sintonia con le uscite, per così dire meridionaliste, dei precedenti interlocutori: “Quando arrivarono i piemontesi”, spiega, “si può benissimo affermare che trovarono un’organizzazione che annoverava delle punte, direi, di eccellenza. L’unificazione d’Italia è stata pertanto un’operazione di conquista e di colonizzazione nei nostri confronti; c’è stata la volontà di instaurare un ordine nuovo con la violenza fisica e con il depauperamento delle nostre risorse”. E riporta anche un esempio di primato in campo giuridico: “Non dobbiamo dimenticare che negli anni borbonici furono proprio le calabresi a essere le prime donne che, supportate da quel sistema normativo, denunciarono le violenze sessuali,”. Dunque la professoressa invita a non dimenticare la propria Storia e a riconoscere la verità che sottintende agli eventi, quella verità che, più e più volte, interessi di parte hanno cercato di camuffare in nome di un finto sentimento nazionale.

Il fotografo d'arte Angelo Maggio, che per l'occasione ha esposto 10 pannelli a tema, ha voluto deliberatamente tirarsi fuori dalla querelle pro-Unità anti-Unità, dichiarandosi estraneo a determinate diatribe, parole sue, “ormai appartenenti al passato”. In linea con il suo percorso artistico ha pertanto trattato il tema dei fabbricati non finiti della Calabria, strutture che “i nostri  padri hanno iniziato a costruire negli ani ‘50 e ’60, con i soldi guadagnati lavorando nel Nord Italia e all’estero, e che noi abbiamo lasciato incompleti”, immersi come siamo nel proposito di una nuova formula di esodo, un disegno che ci spinge a partire abbandonando interi villaggi, i cosiddetti “paesi non finiti”. L’iniziativa termina con la presentazione di alcuni prodotti facenti parte della rete “Equosud”, un consorzio di produttori autonomi calabresi che, come statuto, evitano di imbrigliarsi nella rete produttiva della grande distribuzione. “I prodotti della rete Equosud”, dice a conferma del progetto Andrea Latelli, “sono un modello di sviluppo che parte dalla vocazione naturale del territorio, sono da ritenersi dunque un tentativo di risposta e di emancipazione da quel complesso d’inferiorità”. Che ci vuole a testa bassa, tutti intenti a sprofondare nel pregiudizio che si alimenta da sé. Alla fine si è usciti tutti, di sicuro in piedi. Ma poco poco anche a fronte alta.

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