
di Maria Arcieri
Lamezia Terme, 22 dicembre - La copertina è in bianco e nero. C’è la foto di un bellissimo soldato. Il titolo è: “Storia di Imi”. Gli autori sono il soldato della foto, Antonio Zupo, e il figlio Giuseppe. Calabresi. Giuseppe è un noto avvocato romano di settanta anni che vive a Roma. La prima parte del libro è scritta dal padre. L’avvocato descrive egregiamente la storia che ha semplicemente dedicato con grande amore a suo padre. È intenso. Forte. Commovente. E’ la “Storia di Imi”, diario ricettario nostalgia e ricordi di un prigioniero internato militare italiano (Imi) in Germania durante la seconda guerra mondiale.
“Storia di Imi”, è il suo libro. Mi dice come nasce il titolo?
“Dall’idea, difficile ma forse – a sentire i primi lettori – felicemente realizzata, di mettere assieme una storia singolare, quella di mio padre, e il mio rapporto con lui, con la storia corale dei circa 650.000 internati militari italiani nei lager nazisti. Il titolo può infatti essere letto al singolare e al plurale assieme”.
Quanto tempo ha impiegato a scriverlo?
“Ho preso quello che adesso si usa chiamare un anno sabatico. Come mi è accaduto anche quando ho dovuto affrontare processi di grandi dimensioni, ho cominciato a ‘ruotarvi’ attorno per farmene un’idea, poi ho affrontato la fatica dello scavo nella miniera dei fatti, e infine, da marzo-aprile di quest’anno, ho cominciato a scrivere, utilizzando anche i consigli di amici e amiche sapienti sotto l’aspetto linguistico e sentimentale”.
Lei è un noto avvocato romano. In quali momenti è riuscito a scrivere?
“Per ‘intervalla insaniae’, sarei portato a dire, se il paragone con Lucrezio non mi portasse ad un livello che non mi spetta. Ma è anche vero che senza una specie di turbine di idee che diventa controllata ossessione, e in certi momenti sembra dettare lui le cose che sgorgano da più vicino al cuore, non si scrivono libri di una qualche intensità”.
Suo padre è scomparso nel 1977, quando parla “di motivo conduttore dell’opera era di riconoscenza e amore verso di lui”. In questo modo in parte è stato portato a termine?
“Sì. Lei ha toccato la corda sonora, il leit-motiv dell’opera. Per la verità, la frase completa che lei ha avuto la sensibilità di scegliere e proporre nella domanda, parlava innanzitutto di un “debito di conoscenza”, e anche di riconoscenza ed amore verso mio padre. Leggendo ora le sue carte, che quand’ero più giovane avevo letto più volte con l’idea di farne una pubblicazione, la figura di mio padre è venuta fuori con una dimensione che fino a quel momento nella mia mente non c’era: la profondità. E allora ho lasciato che i ricordi di lui affluissero attorno a questa immagine integra, che nel passato mi era mancata. Sebbene possa sembrare un paradosso, mio padre l’ho conosciuto meglio adesso. E mi si è affacciata la domanda se non sia ‘naturale’, tra virgolette, che il figlio conosca meglio il padre da morto. Con le dovute eccezioni, forse questa ‘regola’ risponde alla distanza che la natura umana e i suoi archetipi francamente e innocentemente animali pongono tra il maschio adulto che genera e il piccolo della specie. Ma è una ‘regola’ che nell’animale evoluto che si chiama uomo produce conflitto, e spesso dolore. In questo senso sì, l’opera ha realizzato per me l’obiettivo; e come il libricino che l’ha preceduta, dal titolo “Il nome delle pietre”, è stata per il mio animo una terapia. Con l’una e con l’altra, ho ‘regolato i conti’ con le ferite che la vita ha aperto nel rapporto con la mia terra di Calabria, la casa dei miei avi, mia madre e mio padre. Mi viene in mente il verso del nostro grande poeta Franco Costabile: ‘dobbiamo finirla con questo cuore troppo cantastorie’ (cito a memoria). Lui quelle ‘ferite’ non è riuscito a curarle, e si è tolto la vita; io ci ho provato a modo mio, e a modo mio sento di esserci quasi riuscito”.
Lei è mai stato a vedere il campo di Siedlce?
“Si. Ma è avvenuto per caso. Come è avvenuto per caso che sia andato nella postazione di artiglieria dove si trovava mio padre, in una località nel nord dell’isola di Corfù chiamata Kolura. Avevo meno di 40 anni quando il mio amico Gabriele Cerminara organizzò, da esperto campeggiatore, un viaggio corale in Grecia, isola di Corfù appunto. La scelta non fu mia, e neanche il luogo, a pochi chilometri da dove mio padre si trovava nel 1943, che visitai quando me ne resi conto. A Siedlce andai ospite della mia ‘sorellina’, Stanislawa Borzeska di Lubartow, che ha assistito mia madre negli ultimi anni della sua vita. La cittadina polacca di Lubartow è vicina a Lublin, e nelle vicinanze stava il lager di Siedlce. Ho fatto quel viaggio a fine anni ’90, e anche in quel caso quando fui lì mi accorsi che mi trovavo vicino al primo luogo di prigionia di mio padre. Casualità? certamente. Ma ognuno è libero di pensare come crede. Se, come scrive Gadda il delitto, che è un fatto ad alta intensità emotiva, è quasi generato da un turbine che si addensa sui luoghi e sui protagonisti, chissà che episodi come questi da me vissuti, anch’essi ad alta intensità, non abbiano un ‘turbine’ che in qualche modo li determina o li favorisce”.
Mi ha fatto piangere nel suo libro il momento in cui descrive il suo stato il giorno dopo il funerale di suo padre, e il carattere diverso quando parla di “procedura” e “non chiedetemi la cifra di tutto questo. Non saprei darvela.” Rileggendolo, le scriverebbe così o cambierebbe qualche passaggio personale?
“Li riscriverei così. Devo dire che le sue domande la rivelano come persona capace di “spiare l’anima”. E nei giovani non è una virtù corrente. ‘Spiato’, cerco di rispondere. La prima frase, “il resto è procedura”, notoriamente è di Charles Péguy, che guardando la cattedrale di Chartres disse appunto: “Ecco il firmamento, il resto è procedura”. Volevo dire che i ricordi affiorati, quasi evocati dalla terza dimensione, la profondità, con cui avevo ricostruito la figura di mio padre, mi apparivano come le stelle del firmamento ad un navigante che le cerca, le scruta e le invoca per seguire la rotta che si è data. E che quindi il resto dei ricordi della mia vita con lui era, a cospetto, ‘procedura’. L’altra frase, quella in cui confesso di non saper decifrare definitivamente ed univocamente il tutto, è anch’essa senza ‘cifra’: nel senso che mi è uscita di getto, quasi d’istinto, quando alla fine di quella parte dedicata ai ricordi-stelle di mio padre, in preda ad una fortissima emozione, ho sentito che nessuna vita ha una chiave di interpretazione unica. Avevano ragione i greci, che ci hanno insegnato quasi tutto: è forse l’ambiguità profetica la ‘cifra’ che presiede ai nostri destini”.
Possiamo definirlo un testo di estrema attualità, visto che si parla di unità d’Italia?
“Certamente. Questa parte, che nel recente Convegno è stata sviluppata in modo magistrale dai relatori, è stato l’obiettivo della ricostruzione storica di quella che giustamente è stata chiamata l’epopea degli IMI. Dissero NO e soffrirono, morirono per non piegare la loro coscienza e la loro dignità di uomini alla violenza e al sopruso.
Con 50.000 morti in quei lager, il popolo italiano è stato il 3° tributario del genocidio nazifascista, dopo gli ebrei e i russi. In 600.000 resistettero, dando in quelle difficilissime condizioni un altissimo esempio di solidarietà, democrazia, cultura, fede, amore per la famiglia, che impose lo sbigottito rispetto anche dei loro aguzzini. Erano andati in prigionia la maggior parte senza precise idee politiche; ne tornarono convinti assertori della democrazia repubblicana. E quei 600.000, che occorre moltiplicare per il numero medio di almeno 3-4 componenti delle famiglie di allora, formarono la
base di massa imponente per la ricostruzione della Patria e l’affermazione della democrazia repubblicana. In quel numero di resistenti senza armi, la presenza dei meridionali, impediti dalla partecipazione alla resistenza armata non dalla mancanza di coraggio ma dall’occupazione militare che divideva in due il Paese, fu certamente massiccia”.
Quando parla di apparato di manipolazione delle notizie da parte di Goebbels fa una citazione ai tempi di oggi?
“I tempi di oggi non sono certo assimilabili a quelli della feroce dittatura nazifascista, perché disponiamo di antidoti sociali e istituzionali che allora erano stati anche fisicamente eliminati. Ma di contro, va considerato che la pervasività degli apparati di manipolazione oggi è incommensurabilmente più forte che in passato, e i centri che li manovrano sono spesso sovranazionali. La battaglia, dunque, continua. E quell’esempio dei nostri soldati ci esorta a non sfiduciarci”.
Secondo lei la storia crea dei mostri che vengono imitati?
“Le risponderò con la frase che dedicò al nazismo uno storico ed economista tedesco, di cui mi sfugge il nome. Disse che un popolo che perde la memoria, è condannato a rivivere le sue disgrazie”.
Come può definire l’accoglienza da parte del pubblico alla presentazione del suo libro?
“Superiore ad ogni mia aspettativa. Un conforto, e una conferma che la mia Calabria, e in particolare la mia città di Lamezia, hanno una mente e un cuore liberi e forti. Siamo figli di Tommaso Campanella, che non a caso aveva qui a Nicastro gli amici carissimi, come lui perseguitati, i fratelli Porzio, cui è intitolata una strada nella parte bassa di Piazza d’Armi”.
Possiamo considerarlo un testo di storia e di amore?
“Sì. Semplicemente e convintamente sì”.
Si è mai pentito di essere partito per Roma con la 500 e aver lasciato i suoi genitori?
“In certi momenti sì. Ma, come ho detto, una vita non ha una ‘cifra’ che la spieghi tutta. E’ come un universo in divenire. Ed è noto che recentemente anche la teoria della relatività sembra sia stata posta in forse da conoscenze più avanzate. Figuriamoci una vita…”
Cosa prova quando termina di scrivere un libro?
“La leggerezza che si prova dopo superato un esame”.
Cosa le manca di più di suo padre?
“Lui”.
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