
Lamezia Terme, 10 aprile - C’è sempre qualcosa di prezioso che rimane nelle giovani coscienze, di chi non è ancora affaccendato e stanco tra le sozzure della società. Anche quando pare che tra questi si annoverino baldanzosi liceali ad assistere, con un approccio tra l’annoiato e il superficiale, ad un incontro sul tema della legalità e del racket, poi in fondo, tramite alcuni interventi di cui si fanno interpreti e protagonisti, attestano una non indifferente partecipazione. Questo il caso dell’incontro tenuto con gli alunni del liceo classico “Francesco Fiorentino” da Filippo Veltri, giornalista reduce dall’esperienza alla guida dell'Ansa Calabria, e Costantino Fittante, presidente del Centro Riforme Democrazia e Diritti, nonché fra i promotori dell'Associazione Antiracket Lamezia.

Un dibattito sulla linea della percezione sociale di ciò che può essere definito delinquenza comune e quella che invece è più conosciuta come “organizzata”, quella mafiosa, che “stringe rapporti che vanno oltre quelli improntati alla semplice criminalità – è la definizione di Veltri – per abbracciare le istituzioni e la cosiddetta zona grigia”. La disamina si colora poi di ricerca storica, quando vengono illustrate le origini del fenomeno della ‘ndrangheta, la sua peculiare struttura familiare, la diffusione nelle regioni ricche d’Italia e d’Europa, le mani imbrattate nel traffico di cocaina e, ultimo ma non meno importante, il controllo economico esercitato con il racket e con l’acquisizione diretta di attività commerciali, un espediente per così dire “legale”. Quando poi, per meglio chiarire le sue considerazioni sul fenomeno trattato, Veltri cita Falcone (“La mafia è un fenomeno umano e, come tutti i fenomeni umani, ha un inizio e una fine”) e don Ciotti (“Non deleghiamo ad altri ciò che invece potremmo fare noi”), davanti a quegli occhi che scrutano tutta una vita ancora davanti, si fa urgente un ispirato proposito: “Dovete darvi da fare voi ragazzi – sollecita il giornalista – fino a gettare il cuore oltre l’ostacolo”. Costantino Fittante commenta invece i risultati riguardanti alcuni questionari che sono stati distribuiti tra le classi, un’indagine circa la percezione della presenza mafiosa in città, dell’operato delle forze dell’ordine e della magistratura, della problematica della droga, soprattutto in concomitanza all’esercizio illecito nel pugno stretto dei clan.

Nella sala i ragazzi, sollecitati dai due interlocutori ad intervenire attivamente, iniziano ad entrare nel vivo del dibattito. E così Maurizio, giovane, riccioluto e particolarmente attento nel richiamare i concetti più importanti, si lancia in una provocazione: “Perché un ragazzo, di fronte ad una prospettiva di ricchezza facile non dovrebbe esserne affascinato?”. Veltri ricorre ad argomentazioni morali, mentre il preside Albino Cuda riporta la questione su binari più quotidiani: “A compiere azioni illecite non la si fa mia franca, ma anche se così accadesse – è la sua puntigliosa didascalia – si vivrebbe nel continuo rimorso, e nella paura che da un momento all’altro si possa essere uccisi o arrestati”. E poi ancora Pasquale, biondino e polemico di tutto punto, magari futuro assessore di governo perché no, a rincarare il pretesto di poter sperare in un futuro migliore, se solo lor signori politicanti si dessero da fare, “perché i giovani non debbano più ricorrere all’illegalità per ottenere guadagni”. E suona tutto così vero in quegli interventi; provocazioni, che ti restituiscono però un’immagine chiara. Come quando si andava a scuola, e si andava per imparare; poi a volte anche cresciutelli e sapienti ci si sorprende a riflettere ancora.
Pasquale Allegro
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