Fiabe nel vento, labirinti e ninfei

Scritto da  Pubblicato in Francesco Bevilacqua

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“In principio fu il vento”. Spira forte, stamane, Libeccio. Caldo, furente. Troppo caldo per questo pur volubile inizio di primavera sui monti calabri. Avverto la sua impellenza di parlare ai nostri cuori affranti. Traduco, con Fromm: “Non si può essere profondamente sensibili, in questo mondo, senza essere molto spesso tristi.” Finalmente lo leggo da uno studioso importante! Forse ora la smetteranno di chiedermi perché sono così spesso triste. E apprezzeranno, invece, che, ciò nonostante, riesca ad amare tanto. Ascolto ancora. Il vento è la voce della Terra. E del Cielo. Urla o sussurra. Non perché sia adirato o quieto.

Solo vuol dire: “Sappi che sei una parte infinitesimale del Cosmo”. Sferzati, inondati, traversati dal vento, verso Pietra Ferruggia. A sinistra la Valle del Cento Acque. Sul mare lontano l’azzurro petalo di Stromboli. Il vento inizia a narrare fiabe. Tra ciuffi di ontani e prati, un capriolo si muove guardingo. Volge le candide terga e si dilegua nell’ombra segreta del bosco. Antico rifugio di pietre. Circolare, con un muro a secco e un basso ingresso. Mancano il tetto conico, di pertiche concentriche, e la copertura di ginestre. Proprio qui, in uno di questi rifugi, rimasti identici a se stessi dal Neolitico, Giovanni de Giacomo assistette ad un rito orgiastico (“La Farchinora”), protagonisti pastori e pastore, caproni e capre, libagioni di vino. Pietra Ferruggia è cosparsa di massi deformi, come miniature di moai dell’Isola di Pasqua.

I burroni di sotto convergono in abissi più profondi dell’anima. Stazzi di pastori. La mandria è fuori, per il cammino diuturno. Sul prato solo cavalli. Faggeta. Tonda, ripiegata a imbuto su se stessa, come un utero materno. Camminamento fra alberi e rocce. Dall’ombra del bosco verso la luce abbagliante della rupe. L’apice di Pietra Longa: protervo aggetto di roccia che punta il vuoto sulla visione. Libeccio sfida il mio equilibrio. Anche quello interiore. Mi scuote. Instilla me un attimo fuggevole di pura felicità. Perché questo è ciò che realmente voglio: sentire il vento, unirmi al Cosmo da cui provengo, ascoltare la voce della terra, solcare i sentieri dello spirito. Con compagni che sappiano leggere nella mia anima. Risuonano i versi di Bataille: “Lo scintillio / l’alto del cielo / la terra / e me.” Ora, Libeccio risveglia il potere dei luoghi. Quello delle grandi rupi iconiche. Segni distintivi dei luoghi, punti di riferimento per umani, sperduti in queste solitudini. E’ questo, oggi, il nostro piccolo tetto del Mondo.

Non l’archetipo del “Monte Analogo” di Duval. Non la vetta immaginaria e inaccessibile. La montagna, piuttosto, che si cela in ciascuno di noi. Verso Piano Cariglio, vagando nel bosco in stile di pura erranza. Faggi colossali, circonfusi di anemoni bianchi e viola. Poi la giungla. Grandi rupi nel folto del bosco, come rovine maya. Nel labirinto di roccia. Canyon, grotte, pertugi insondabili. E poi alberi di tasso, felci, muschi, rovi, vitalba, agrifogli, agli selvatici. Siamo in una cratofania litica, come direbbe Eliade: le rupi, nella loro potente durezza (kratos), trascendono la precarietà umana e manifestano il sacro. Vaghiamo a lungo tra pantani e boscaglie, come selvatici. Solo le labili piste dei cinghiali ci portano fuori dal mondo perduto. Finalmente Piano Cariglio. Ora siamo cavalli, che vagano nelle praterie. E li incontriamo, i nostri fratelli equini. A Fontana Vuccatura.

E poi a Timpa di Marulla, dov’è la fenditura in cui mi sono calato più volte, ma che oggi è invasa dagli agrifogli e dai rovi. Il vento gira, repentinamente. Diviene Maestrale. Porta nubi, nebbia e freddo intenso. Effetto irreale dell’aria umida che sale dal mare e si condensa al contatto con l’aria fredda dei monti. Rientriamo. Pietra di Grotticelli. Antro con uno stagno interno: ninfeo naturale. Stupiti, scrutiamo nel buio per cercare la dea. Ma è fuggita: sulle alture circostanti s’innalzano sinistri anemometri. Se non li fermiamo, impaleranno anche questi monti. E uccideranno il numinoso che è in loro. Evitiamo la giungla, ma ci tocca un’altra erranza sotto Pietra Longa. Ancora rupi, anfratti, passaggi segreti. Sino al lungo percorso nell’incanto della faggeta, della nebbia e del gelo. Avvolti, cullati, rapiti delle fiabe narrate dal vento.

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