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Mercoledì 08 Maggio 2013 11:05

Il Filosofo e la Catastrofe, un libro di Augusto Placanica

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Il 1783 fu un anno terribile per la Calabria ricompresa nel Regno delle Due Sicilie sotto la dinastia borbonica. Il 5 febbraio, poco prima delle tredici, una tremenda scossa di terremoto (oggi valutabile del settimo grado della scala Richter), con epicentro a Terranova, nella zona a nord-ovest dell'Aspromonte, sconvolse buona parte della regione. La scossa ebbe una durata pazzesca: sembra tra i due e i tre minuti. Si produsse in tutti gli andamenti possibili: "vorticoso, orizzontale ed oscillatorio e pulsante", scrisse Giglielmo Hamilton, uno dei tanti stranieri che accorsero in Calabria per studiare, descrivere, catalogare gli effetti e i prodromi del terremoto. La lunga durata della scossa e la compresenza di svariati movimenti all'interno di essa "furono la causa dello sfasciarsi completo degli edifizi" osservò il Mercalli. Il terremoto fu avvertito fortemente su una vasta area, comprendente il messinese e tutta la Calabria Ulteriore (le attuali province di Catanzaro, Crotone, Vibo Valentia e Reggio Calabria) almeno sino all'Istmo di Marcellinara, che congiunge gli opposti golfi di Squillace, sullo Ionio, e di Sant'Eufemia, sul Tirreno. Il massimo della violenza si scatenò su un rettangolo con ai vertici Bagnara, Santa Cristina, Cinquefrondi, Gioia Tauro, praticamente buona parte della Piana di Gioia e Rosarno. In questa zona il sisma fu disastrosissimo. Tutti i centri abitati furono praticamente rasi al suolo. Le vittime assommarono dalla metà ai tre quarti della popolazione. A Terranova perirono addirittura i quattro quinti della popolazione. Anche il territorio ne rimase sconvolto: si aprirono voragini spaventose, intere colline e le scarpate degli altipiani franarono o si rovesciarono verso il piano, i corsi dei fiumi vennero sconvolti, ovunque si formarono laghi e pantani.

A ciò si aggiunga lo spaventoso maremoto che, la notte tra il 5 ed il 6 febbraio, si abbattè sulle opposte coste di Scilla e Messina. A Scilla circa duemila persone perirono orribilmente sulla spiaggia dove credevano di aver trovato rifugio dopo il terremoto per sfuggire ai crolli ed acquartierarsi nelle barche. Furono sorpresi da un'onda alta diversi metri che improvvisamente giunse dal mare, si infranse sulla spiaggia, ingoiò il paese e poi si ritirò con altrettanta violenza. Ma la cosa ancor più terribile, fu che nei tre mesi successivi, il copiosissimo sciame sismico fu caratterizzato da almeno altre quattro scosse della stessa potenza della prima e che le repliche durarono per ben due anni. Secondo Mario Tozzi il terremoto calabro del 1783 fu la più impressionante serie di onde sismiche che abbia interessato il nostro paese negli ultimi secoli. In tutta la Calabria Ulteriore, ove si trovavano circa 400 tra paesi e villaggi, rimasero illesi tre soli centri: Cotronei, Isola e Scandale. Quasi la metà dei centri abitati della Calabria Ulteriore risultò letteralmente cancellata dalla faccia della Terra. I morti furono tra i 30.000 ed i 50.000 a seconda delle fonti. I danni furono calcolati in 31.250.000 di ducati pari a 132.812.500 di lire del 1860, mentre, si tenga a mente come il governo napoletano non potè spendere per la Calabria più di mezzo milione di ducati.

Ecco alcune delle descrizioni dell'epoca. Deodato de Dolomieu: "La scossa terribile durò due minuti; e questo breve spazio di tempo bastò a rovesciar tutto e per distruggere tutto [...]. Si sentirono nel tempo stesso delle successioni, delle ondulazioni per tutti i versi, de' bilanciamenti e delle specie di moti vorticosi e veementissimi. Onde niuno edificio poté resistere alla complicazione di tutti questi movimenti. I paesi e tutte le case di campagna furono smantellati nel medesimo istante. I fondamenti parvero come vomitati dalla terra che li rinchiudeva". Andrea Gallo: "Aprironsi delle voragini e si inabissò in esse il terreno, si disserrò in larghe ferite il suolo, e tramandò da quelle sensibilissime fiamme e copia abbondante di fumo; si sgretolarono e caddero i monti: altri ne' fiumi vicini e, serrando a questi l'alveo del loro corso, formarono torbidi laghi e fangosi pantani, ed altri, precipitando nel mare, ne chiusero i seni. La superficie intera della terra, che sofferse le concussioni, mostra una metamorfosi straordinaria e spaventosa". E Michele Sarconi: "Si sentì la terra, per così dire, tremolare di orrore [...]. La piccola ondolazione degenerò per un orribile e generale rivolgimento del mare, dell'aere e della terra. In tali miserabili circostanze si visse tra i gemiti e i palpiti e quindi non si udirono che o i muggiti della terra convulsa o invocazioni di aiuto o lamenti di moribondi o scrosci e rimbombi di fabbriche che si scioglievano tra le rovine. Si unì a tanta scena di orrore uno spettacolo ugualmente afflittivo e spaventevole. Alla caduta delle fabbriche succedette l'incendio: il fuoco de' camini divampò e la fiamma si apprese a' mobili, a' legni rovesciati e alle dirute vecchie parti de' casamenti ... orribile cosa a mirarsi! chi cercava di guadagnar le alture de' tetti, chi si affaticava per arrampicarsi alle travi, chi, or ad una or ad altra finestra affacciandosi, misurava col guardo l'altezza delle mura per gettarvisi. Ma finalmente tutti videro approssimarsi la morte, invocando invano, con l'errare di qua e di là, il desiderato soccorso, impossibilitati a fuggire per le scale già dirute".

Queste citazioni sono tratte dal volume di Augusto Placanica (.....) dal titolo "Il filosofo e la catastrofe, un terremoto del settecento" edito nel 1985 da Einaudi, che è non solo la ricostruzione di quell'evento terrificante, ma anche una minuziosa ed utile ricerca sulla percezione che del terremoto ebbero i locali che lo subirono e i forestieri (tutta l'Europa si interessò a vario titolo alla catastrofe calabra) che accorsero per varie ragioni. L'evento scatenò infatti una sequela interminabile di narrazioni, studi, resoconti, polemiche provenienti da scienziati, viaggiatori, poeti, semplici testimoni, i "filosofi" come essi amavano definirsi e come li chiama, appunto, Placanica. Perché, assume l'autore, un terremoto di quelle proporzioni non poteva che rappresentare "la fine del mondo" (da intendersi probabilmente anche nel senso che a questa locuzione dette Ernesto de Martino, e cioè come apocalissi culturale): "esso non solo uccide l'esistenza biologica, ma rompe i cardini della natura, spezza l'asse della terra, risospinge la società e la storia all'indietro". E, nello stesso, tempo, dopo la catastrofe riprende inevitabilmente la vita, sotto forma di vera e propria "rinascita": "l'economia e la giustizia, l'ordine sociale e l'immaginazione, la memoria e il presagio, Dio e il Male, tutto risorge, ma tutto viene messo in discussione". In molti parlarono di una "Iliade funesta", con riferimento alla mitica distruzione di Troia. E gravissime furono le conseguenze del sisma sui sopravvissuti: molti si ammalarono e perirono per l'esposizione al freddo ed alle intemperie (immaginate tutta quella massa di sfollati senza nessuna Protezione Civile ad accudirla, senza tende, senza soccorsi di alcun genere nel pieno dell'inverno); si diffusero rapidamente epidemie; vennero a mancare per mesi i generi di prima necessità.

Naturalmente, con i tempi dell'epoca, i soccorsi giunsero. Furono inviate milizie, si demolirono gli edifici pericolanti, vennero cremati i cadaveri, furono importate derrate alimentari, si procedette al disseccamento dei pantani, si costruirono baraccopoli, furono rimessi in sesto forni, mulini e ospedali. Tra le iniziative governative del primo momento vi fu quella di ordinare l'immediata confisca di tutti gli argenti dei conventi e delle chiese per convertirli in moneta da destinare gli aiuti (così un gran numero di oggetti d'arte finì distrutto). Mentre altre opere d'arte, con l'intento di essere meglio custodite, furono definitivamente trasferiti a Napoli. Lo stesso accadde per archivi e biblioteche. Ma il provvedimento più drastico fu l'abolizione o sospensione in tutta la Calabria Ulteriore di conventi, monasteri e luoghi pii (chiese, cappelle, confraternite etc.), con allontanamento di tutti i religiosi e sequestro di tutti i beni. Fu istituita la Cassa Sacra, ente governativo straordinario che ebbe il compito di vendere i beni della Chiesa. Lo scopo era non solo quello di ottenere liquidità per gli aiuti ma anche di favorire la creazione di una più diffusa e capillare proprietà contadina, anche se l'esito fu, invece, l' accaparramento di beni da parte di pochi ricchi borghesi.

Ma dedichiamoci ora alla parte più originale del lavoro di Placanica. La mentalità illuminista che a quel tempo predominava in Europa, non solo attirò in Calabria studiosi e viaggiatori, ma consentì anche il proliferare degli scritti di centinaia di "filosofi" locali, animati dalla volontà di indagare il sisma in tutti i suoi aspetti e senza pregiudizi. Tutto viene descritto e catalogato: fenomeni, cose, esseri viventi, stati d'animo. Vennero studiati innanzitutto i segni premonitori. Ce n'è per tutti i gusti: cielo che cambia colore, nembi di forme e colori particolari, venti impetuosi, rombi e rumori sotterranei, agitazione di animali. Naturalmente c'era anche chi, come il Dolomieu, sosteneva si da allora che nessuna premonizione del terremoto era possibile. Poi fu la volta dei fenomeni tellurici: sprofondamenti di alture, innalzamento di valli, slittamento di colline, sparizione o apparizione di corsi d'acqua, apertura di voragini, spostamento di terreni. Poi ecco l'indagine sulle cause. Qui due grandi gruppi di studiosi si scontrarono: i "fuochisti", che ritenevano che tutto fosse dovuto a fenomeni vulcanici sotterranei o comunque a reazioni chimiche delle rocce (Hamilton, Grimaldi, Dolomieu etc.); e gli "elettricisti", i quali pensavano che a determinare i terremoti fosse una possente scarica elettrica o sotterranea o atmosferica (De Filippis, de Colaci, Zupo, Gandolfi etc.).

Ma le indagini più interessanti sono quelle, per così dire antropologiche e psicologiche, che riguardarono i comportamenti dell'uomo. Molti pensarono che il terremoto avesse fatto regredire l'uomo ad una sorta di condizione primordiale, pre-culturale e pre-morale, per la quale il suo assillo principale erano i problemi elementari della sopravvivenza. Cosicché si sarebbero scatenate le pulsioni più elementari. Qualcuno parlò di eclissi della ragione che produsse una stupidita e inconcludente inazione. Qualcun altro di sconvolgimento mentale e spirituale. Nelle osservazioni dell'epoca hanno ampio spazio i processi di rimozione del dolore e del lutto attraverso azioni catartiche come la bruciatura dei cadaveri, con le fiamme che portano via i resti e i ricordi. Del resto, osserva Placanica, la morte improvvisa e violenta dovuta al terremoto aveva impedito il sacramento dell'estrema unzione e privato i superstiti del rito domestico del lutto e del funerale. Cosicché venne a mancare improvvisamente e su larga scala la morte convissuta e ritualizzata. Ma gli studiosi registrano anche la paura, derivante soprattutto dal fatto - è sempre Placanica a commentare - che pestilenze, carestie, guerre, alluvioni etc. rientrano nella sfera del possibile, mentre il terremoto no. Alcuni annessero al terrore, gli aborti delle donne, la demenza, l'invecchiamento anzi tempo, il languore. Molta gente credeva che si fosse abbattuto su di essa un qualche castigo divino. Comunque sia, la paura si trasformò in una forma duratura ed endemica di sbigottimento generalizzato, causato anche dalla straordinaria durata, nel tempo, dei fenomeni tellurici e dal senso di impotenza di fronte ad essi.  Accanto allo sbigottimento c'era anche la rassegnazione, l'assuefazione. E non è un azzardo pensare che la frequenza dei terremoti e di altre catastrofi naturali stia all'origine di quel fatalismo che, a volte, si rimprovera ai calabresi.

Un campo originalissimo di indagine fu quello dei comportamenti sessuali. Molti notarono una sorta di improvvisa liberazione dei costumi. Come se l'immane sconvolgimento del terremoto avesse riportato gli animi ed i corpi fuori dalle convenzioni sociali. Il Salfi parlò addirittura di "libertinismo universale", il Galimi di "aggressività sessuale", il Pagano di "licenza e dissolutezza". Ma la chiave di lettura di questo fenomeno pare anche essere quella di una "inedita crescita della libido degli umani sull'onda di una generale ripresa della natura (fiori, frutta, animali, odori, sapori etc.)", come chiarisce lo stesso Placanica. Quest'ultimo, sulla base di documenti e dati statistici, completa quelle osservazioni facendo notare come queste pulsioni, in realtà, si tradussero in un aumento dei matrimoni - anche in assenza di precondizioni tradizionali come l'autosufficienza economica delle coppie - nel quadro di una necessità di rigenerazione delle comunità.

Placanica dimostra poi come la Chiesa e la religione ebbero un ruolo fondamentale nella ricostruzione delle coscienze dopo il nulla della catastrofe. Posto che il terremoto nella Bibbia si trova configurato come espressione della vendetta divina, era necessario ricostruire un ordine violato nell'ambito del sacro. Furono recuperate tra le macerie le sacre immagini, si instaurarono tutti i riti di riconciliazione con la divinità, processioni penitenziali e confessioni pubbliche innanzitutto. Conclude, dunque, Placanica, che dopo il terremoto del 1783 "due tendenze andarono delineandosi: da una parte la convinzione di poter finalmente conquistare e possedere la verità (la causa oscura dei terremoti, i meccanismi di reazione nelle cose e negli uomini, i processi di formazione della società); dall'altra, invece, la convinzione dell'ineluttabilità e inconoscibilità delle catastrofi - probabile strumento, anzi, dell'ira divina - e della fatale infelicità dell'uomo, orgoglioso e meschino facitore di idee e d'oggetti destinati a rapida fine. [...] Una lettura dei nostri autori spinge a raggruppare i prosatori (li abbiamo chiamati filosofi, condiscendendo al loro desiderio) nella categoria dei fidenti, e i poeti e gli artisti in quella degli apocalittici." E tuttavia, conclude Placanica, occorre considerare che il quel tardo Settecento, il terremoto venne pur sempre a sconvolgere la fede nella ragione. Ora, la sostanza è che l'uomo, per quanta fede possa avere nella ragione, di fronte all'imponderabile assoluto, ben simboleggiato dalla catastrofe delle catastrofi, ossia il terremoto, resta tuttavia irretito in questa incognita suprema: "soltanto il mito, la fantasia, la speranza, il sentimento possono mediare tra due incongruenze supreme, tra oggetto e soggetto, termini d'un'indissolubile aporia: da una parte il terremoto sconosciuto e dissolutore e dall'altro l'ottimismo della razionalità e della perfettibilità".   

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