La foresta eterna di Magisano: nel mio principio, nella mia fine

Scritto da  Pubblicato in Francesco Bevilacqua
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francesco_bevilacqua.jpgTornare tre volte consecutive nella stessa area! Non accade spesso a un girovago come me. Che se una domenica va sul Pollino, la successiva deve andare in Aspromonte, e poi sulle Serre, e poi sulla Catena Costiera, e poi in Sila, e poi sull'Orsomarso... Altrimenti le montagne si ingelosiscono. Come amanti trascurate. Ma ricordo i primi tempi delle mie peregrinazioni... Le prime scoperte inaudite, indicibili. Avevo subito desiderio di tornarci, di portarci qualcuno. Di condividere. E piangevo, come pianse Goethe, scendendo verso il Lago di Garda senza un compagno con cui sentire le stesse emozioni. Così ho pianto tanto, e piango ancora per Magisano, per questo angolo follemente bello di Sila Piccola. Terza domenica consecutiva. Scendiamo dalla strada tra Sersale e Buturo verso il fondo valle del Torrente Finoieni, ramo a est di Timpa dell'Aquila. C'è Marco Garcea con noi. L'innamorato del Finoieni. L'amante. Lo sposo.

Finoieni è il torrente delle cento cascate. Ma ne sono state censite solo trentasette. Ne ho già vista qualcuna. Perfino con la neve. Ma questa volta voglio il bosco. Sono in selvofilo. Amo le foreste, gli alberi. Più sono vecchie, deformi, mostruose, più le amo. Ne manca uno all'appello. Troppo per me. Ho sentito qualche racconto. Ho udito un nome: "Foresta Eterna". Glielo ha messo un estraneo. I locali sanno bene che di eterno non v'è nulla. Loro chiamano questa zona Viperaro, Caritello, Ricottaro… Nomi che narrano. Anche qui sono arrivati i tagli che nel Novecento distrussero le ultime selve primigenie del Sud Italia. Con il placet dei forestali e dei botanici di allora. Qui, sulle scoscese pendici di questa valle. Basta una sega per abbattere un albero! "Qualunque stupido è capace di uccidere un albero: non può né fuggire né difendersi", scrive John Muir. E dunque, quand'anche non fosse proprio eterna, questa foresta devo vederla, la terza domenica consecutiva nelle meraviglie di Magisano. Al di sotto dei pini di rimboschimento c'è uno strano relitto forestale. Sopravvissuto ai tagli. E alle contaminazioni. Le imprese boschive lasciavano qualche grande pianta, di tanto in tanto. E lasciavano quelle che per loro - e per i forestali e i botanici di allora - erano le piante più brutte, seccaginose, malformate. Non potevano pensare che quelle stesse piante sarebbero diventate dei monumenti arborei. E che qualcuno, dopo tanto tempo, sarebbe venuto qui, in pellegrinaggio, ad inginocchiarsi dinanzi a tanta forza pura della natura.

"Per me gli alberi sono sempre stati i predicatori più persuasivi - scrive Herman Hesse -. [...] Così parla un albero: in me è celato un seme, una scintilla, un pensiero, io sono vita della vita eterna. Unico è l'esperimento che la madre perenne ha tentato con me, unica la mia forma e la venatura della mia pelle, unico il più piccolo gioco di foglie delle mie fronde e la più piccola cicatrice della corteccia. Il mio compito è quello di dar forma e rivelare l'eterno nella sua marcata unicità". Ecco perché ogni cerro, ogni rovere, ogni acero, ogni faggio secolare di questa foresta (e qui ce ne sono più del solito) è forte ed unico. Stiamo, infimi, sotto i titani. Quello è Iperione! E quello Giapeto! E quello Prometeo, il discolo! Quello Epimeteo! E quello Atlante! E quanti altri ancora! Usciti dalla forza dei lombi di Urano, il cielo stellato, e dalla dolcezza del ventre di Gea, la terra. Giungiamo sul fiume, le cui acque irrorano le grandi radici dei titani. Radici - dicono ora anche gli scienziati di Firenze e di Bonn - che possiedono cellule neuronali identiche a quelle presenti nel cervello umano. Neurobiologia delle piante l'hanno chiamata: le piante sono intelligenti, comunicano, si scambiano informazioni, concertano strategie, assumono decisioni. La foresta si sommuove, infatti, nel vento della gola del Finoieni. Rumoreggia, stormisce, canta. La foresta è poetica: le sue parole sono versi e canti. Dall'ombra, lascia fuggire i barbagli adamantini delle sue naiadi. La Cascata dell'Anemone. La Cascata del Tronco. La Cascata delle Ninfe. Sotto la quale non posso più proseguire. Salvo che volare nel vuoto per cinquanta metri. Come un astore. Come uno sparviere. Basta! Sono rapito! Posseduto! Non voglio più tornare a casa. Non voglio ridiventare normale. Sarò anch'io un albero del bosco, invece. Come nella poesia di Ezra Pound. E saprò cose che prima erano follia per la mia mente. Lasciatemi qui, fra i titani e le naiadi. Qui nell'utero liquido di Magisano. Dite al pastore che domani, se vuole, porti con sé del latte appena munto. E un po' di ricotta. E del pane. E del vino. E delle olive. E dei fichi. Se vorrà benevolmente donarmene, di null'altro avrò bisogno. Perché ora sono qui. Nel mio principio e nella mia fine. 

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