La montagna del cuore

Scritto da  Pubblicato in Francesco Bevilacqua
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Erano più di vent'anni che volevo farlo. Da quella casa sulle colline di Lamezia Terme. La mia casa, scelta con cura tra quelle che nessuno avrebbe mai voluto. Perché troppo isolata. Perché circondata da un bosco fiabesco di sughere e roverelle. Perché è una “casa della collina” non una “casa sulla collina”, come diceva Frank Lloyd Wright. Perché collegata da una strada malmessa. Perché la sera c’è buio, di giorno silenzio e, sempre, troppa solitudine. Da quella casa, volevo salire a piedi in un solo giorno, e tornare, sulla mia montagna del cuore. La montagna di quando ero bambino ed i miei mi portavano a villeggiare in un borgo di contadini e pastori alle sue falde. La montagna che vedo ogni giorno dalla mia terra. La montagna delle mie prime scorribande nei boschi. La montagna cui ho dedicato una delle mie guide: il Monte Reventino, 1417 metri di altezza, che domina la Piana di Sant’Eufemia, solcato, al centro del versante sud, dalla incassata valle del Torrente Piazza.

Reventino: la montagna che riecheggia nei versi di Felice Mastroianni, poeta neoellenico di Platania. Ieri, domenica, stretto tra un matrimonio (sabato) e un battesimo (domenica sera), ho deciso che ero ancora troppo giovane per suicidarmi, come consiglia ai sedentari ed ai conformisti Henry David Thoreau. E allora l’ho fatto. Chiamati a raccolta i compagni più fidi partiamo a piedi dalla mia casa, a 300 metri di quota. Nel silenzio del fresco mattino, attraversiamo contrada Velati, poi, nel comune di Platania, contrada Reillo. Qualche famiglia ancora resiste in queste campagne. I vecchi muoiono che ancora accudiscono gli orti. Con un po’ di buona volontà in queste campagne potresti acquistare tutto quel che ti serve, a chilometri zero. Alberi da frutta di ogni tipo debordano sulla strada. Fichi, pere, mele. Sui lati ancora more succose e zuccherine. La casa della famiglia di Santo, il giovane che mi aiuta in campagna, è immersa nel sonno. Lui no: è già partito alle 5 per il lavoro domenicale. Poco più avanti, Domenico, un amico che fa un mestiere cittadino anche lui ma che vive ancora in campagna, raccoglie fichi d’india e ce ne offre. Vorrebbe continuare l’opera del padre morto da poco. Che nei suoi coltivi stava da mattina a sera. Erano il suo regno, il suo antidepressivo, il suo mondo. Passiamo da Antonio e la moglie, una coppia che alleva asini. L’asina partorirà a dicembre, dopo un anno di gestazione. All’evento ci saremo anche noi. Quel battesimo è una cerimonia che mi piace. Attraversiamo un tratto di sentiero perduto. Poche centinaia di metri. Basterebbe poco per ripristinarlo. Ci congiunge ad una sterrata. Una fontana con pozza dove nelle ore paniche compaiono ancora le ninfe. Tanti vigneti attendono la vendemmia. L’uva è dolce, squisita. In due ore siamo a Panetti, il borgo di pietra che mi ha incatenato il cuore. Arranchiamo nella forra del Piazza. Un sentiero antico nel fitto della vegetazione sale ripidamente e ci porta nella luce radente del sole.

A Campo Chiesa siamo sotto la montagna. Attacchiamo l’ultima, lunga erta. Tra ontani, cerri, pioppi, pini, abeti. Sino alla cima. Ci abbiamo messo cinque ore e mezza. Un panorama immenso si apre da tutti i lati. Quello più immaginifico è verso le montagne dedaliche che s’accavallano verso la costa Tirrenica. Lontana e rilucente. Iniziamo la discesa per un’altra via, sino a Panetti. Superiamo la fascia delle conifere e siamo di nuovo nel mondo abitato dai pochi uomini rimasti. Gente che caparbiamente resta in questi luoghi falcidiati dallo spopolamento, dall’emigrazione. Castagni giganteschi, noci, vecchi pendii dove un tempo di coltivavano il grano, la segale, il granturco. Orti aulenti, con ogni ben di Dio. Vecchi seduti sulle verande a contemplare l’orizzonte. I nostri amici di Panetti. Antonio - quello degli asini - mi accoglie con un bouquet di peperoncini. M sento una star. E vorrebbe riempirmi lo zaino di peperoni, melanzane, pomodori. Ripercorriamo L’ultimo tratto nella luce fioca del tardo pomeriggio. Vertigine, appagamento, gioia, senso indicibile di libertà. Tanta fatica. Alla fine abbiamo percorso 26 chilometri in 11 ore e fatto 1360 metri di dislivello in salita e altrettanti in discesa. Ma quel che resta del giorno lascia che lo sguardo vaghi verso la cima sulla quale eravamo stamane. Essa vigila, domina, ha una saggezza di secoli. E’ lo sfondo immutabile e increato al quale mi ispiro quando, stanco e deluso dal mio lavoro cittadino torno alla mia casa e rivolgo una preghiera di ringraziamento agli dei viandanti, della vita autentica, delle montagne del cuore e dell’anima.

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