La realtà come stella polare

Scritto da  Pubblicato in Francesco Bevilacqua
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 Non posso parlare di tutto. Perché non tutto mi interessa. Non tutto risveglia la mia incorreggibile, perdente percezione emotiva di cose, fatti, persone. Ecco perché non parlo di ciò di cui tutti straparlano. Molti resteranno desti stanotte. Per attendere notizie che non cambieranno in nulla le nostre vite, che non allevieranno in alcun modo i loro travagli. Io no. Io dormirò, sognerò. E mi agiterò nel sonno come si agita ogni essere umano adulto che avverta la responsabilità di abitare questo mondo. Riposerò, per quanto me lo consentiranno i pensieri, le preoccupazioni, le ansie. E prima di addormentarmi rileggerò una novella di Alvaro in Gente in Aspromonte. Che ieri ho suggerito ad amici, per comprendere la vita in un antico borgo dimenticato, laggiù nella valle del Piazza: quella gente ama vivere in quel luogo di clausura perché ha deciso di sanificare la propria psiche, di restare nella vita reale, di sfuggire ai comportamenti coatti, di non pensare come gli automi urbani, di vivere con semplicità, di essere umile, di riappropriarsi del proprio tempo, di sentirsi in armonia col cosmo, che è poi l’aspirazione di tutti i primitivi. E’ difficile, per chi vive immerso nella realtà virtuale, capire. Abbiamo perso gli strumenti per interpretare. Facciamo come gli antropologi di una volta, che andavano fra gli aborigeni, obnubilati dai pregiudizi della civiltà occidentale, come si rese conto, forse, lo stesso Levi Strauss. Rileggo Alvaro come si trattasse di un testo sacro. Perché quando Alvaro lo scrisse era ispirato da un demone. Nessun altro avrebbe potuto concepire quel linguaggio denso, sensuale, onirico quel mondo iper-reale, sospeso fra il disfacimento di una civiltà ed il subentro di una modernità che mai si sarebbe compiuta. Lasciando un inestricabile cumulo di macerie. Cammino sul crinale fra Sambate e Monte Faggio. Sono partito tardi.

Non mi era possibile andare lontano, oggi. Ho ripiegato per le montagne di casa. Come quelle di Thoreau attorno a Concord. Come quelle di Muir nella valle di Yosemite. Le montagne, per quanto piccole e sconosciute sono sempre montagne. La gente che vive ai loro piedi, che per secoli ha tribolato sui loro fianchi, le ha chiamate per nome, le ha fatte sorgere dal nulla indistinto della natura. Le ha dato miti, fiabe, simboli. Come le fate del Reventino, fuggite per la cattiveria degli uomini e che torneranno quando M. Reventino e M. Faggio si riuniranno. Cioè mai. Le fate, prosecutrici dell’opera delle ninfe, incarnazione dell’anima dei luoghi. Queste montagne percepiscono il mio umore, sanno consolarmi. E stupirmi. Nonostante venga quassù da tante vite. Stamane c’è un’aura di sospensione. Nebbie hanno aleggiato a lungo. Ed ora coprono il cielo come un panno invernale. Gli alberi sono uomini miti e innamorati, che ogni giorno contemplano quel paesaggio sempre uguale, sempre diverso. Senza mai stufarsi. Come fosse una donna molto amata. L’orizzonte è insolitamente nitido. La mole conica e bianca dell’Etna sovrasta la linea scura dei Nebrodi, oltre l’ovale del Golfo di Sant’Eufemia. Vedo la sponda orientale di un lago che si prolunga ad occidente. E poi le Serre e il lontano Aspromonte. Tutto dorme ancora nel letargo invernale. Tutto tranne le gemme degli ontani. Simili a gioielli verdi e amaranto, in attesa di trovare una giovane donna da ornare. Un contadino torna dal bosco carico di legna per il focolare. Non è mai festa per lui. C’è sempre del lavoro da fare. Non può darsi per vinto. Ha la realtà delle cose e della vita come stella polare. Esattamente come l’Argirò, il pastore protagonista della novella di Alvaro. Caduto in disgrazia presso il padrone. Apparentemente perduto nella sua miseria. Ma capace di risollevarsi sempre. 

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