Non altro che qui

Scritto da  Pubblicato in Francesco Bevilacqua

francesco_bevilacqua.jpgNon potrei abitare in un altro luogo se non la Calabria (o la Basilicata, che è una Calabria più piccola e senza i suoi vizi). Non che abbia idolatrato la Calabria. Me ne sono ben guardato. La Calabria è anche tanto brutta, tanto cattiva. Ma io qui ci sono nato, come dice Cicca, la bella protagonista del romanzo di Saverio Strati "La teda". E ci sono tornato. E ci sono rimasto. Ne ho fatto la mia patria, il mio paese. Qui mi sento a casa. Qui ho messo radici. Da questa terra traggo linfa. Esattamente come un albero. Pian piano salgono dentro di me, attraverso i piedi, le sue storie incredibili, le sue voci lontane, la sua memoria dimenticata, la sua anima martoriata ed affranta. E quando mi allontano un po’ da quei posti strani dove gli uomini si affollano, si accapigliano, si contornano di brutture e di sciatteria, mi accorgo che la Calabria è ancora lì, immota, silenziosa e bella, anche. Ma è una condizione fragile la sua. Ovunque si producono macerie. Con una facilità spaventosa, la bruttezza si sovrappone alla bellezza. Ed a farlo sono, spesso, gli stessi calabresi, per i quali questa terra non ha alcun valore.

Per loro la Calabria è solo "un non ancora dello sviluppo", come dice Franco Cassano ne "Il pensiero meridiano". E' un non luogo che attende di essere riempito di tutta l'immondizia che il mondo civilizzato produce. Per arricchire pochi finanzieri corrotti fin nel fondo dell'anima. E' fragile, dunque, la condizione di questa terra. Come è fragile la condizione di ciascuno di noi. Un albero può essere sradicato da qualunque idiota alla guida di una ruspa o con in mano una motosega. Ecco perché occorrerebbe responsabilità, innanzitutto dei calabresi. Verso tutto ciò che vive intorno a noi ma anche dentro di noi. Ammesso che riusciamo a vederlo e a sentirlo.

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