Orsomarso e l’Argentino. Il segreto della felicità

Scritto da  Pubblicato in Francesco Bevilacqua
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 Farò difficoltà, oggi, a tornare nella realtà cittadina. Indossare giacca e cravatta e reimmergermi della routine lavorativa. Vedere gente indaffarata e tesa. Andare in tribunale, osservare i volti dei colleghi, dei giudici, degli impiegati … un po’ tutti condannati (sembra di capire) ai lavori forzati. Per guadagnare denaro, poco o tanto, da sperperare, per lo più, in cose futili. Forse sono pazzo, ma anche nel breve tratto di strada che mi separa dal mio studio, al mattino presto, in auto, i volti della gente mi paiono tristi. Sarà il riflesso della mia indole malinconica: il mondo è uno specchio, diceva qualcuno. Forse sono un alienato, uno che non si sente più parte di questa società, se non per quel tanto che è necessario per viverci. Forse sono un aspirante monaco eremita, che vorrebbe vivere nella solitudine, nella quiete, nel silenzio. Faccio perfino difficoltà, stamane, a ricordare tutti i momenti di questo fine settimana, pieno d’amore e di bellezza, nell’altra realtà, fra Acri ed Orsomarso. Ho dei flash mnemonici. L’atmosfera intenta e commossa del convivio dei risvegli a Palazzo Sanseverino ad Acri, sabato sera. Gli amici, gli abbracci, i sorrisi, la condivisione. Poi le due ore d’auto per rientrare a casa e poter cenare e andare a letto con la famiglia. Poi il poco sonno prima di alzarmi, alle cinque, per prepararmi e ripartire per Orsomarso. Poi il viaggio nell’alba lungo la strada semideserta e la bellezza stuprata della costa tirrenica. Poi l’archeologia turistica di Scalea, con i resti fossilizzati degli sballi estivi. Poi il penetrare in quel mondo appartato che vive fra le valli del Lao e dell’Argentino. Di cui si sono accorti perfino i cineasti americani. Poi la tanta gente confluita, in modo inconsapevolmente coincidente, a Orsomarso: i bikers di Onda d’Urto, un gruppo di escursionisti pugliesi, il nostro gruppo dei Club Alpini di Catanzaro e di Cerchiara, un altro gruppo di amici fra Corno Mozzo e i Crivi di Magiacaniglia.

Un paese che oggi ha più ospiti che abitanti! Poi il cammino meraviglioso, con l’acqua che fluisce da tutte le parti. Poi le voci del vento e del fiume. Poi due caprioli che si dileguano nel folto del bosco. Poi la fatica del cammino. Che ci insegna che nulla si raggiunge senza travaglio. Poi il labile, aereo sentiero che porta sulla sommità di Castel di S. Noceto. E lassù, immaginare come vivevano armigeri longobardi e monaci italo-greci, mille anni fa, su quell’imprendibile nido d’aquila. Poi una vipera che striscia, quieta e solenne come una regina, verso il suo rifugio fra le rocce. Poi le vedute sull’antica via istmica, di eserciti, pastori, briganti, contrabbandieri, boscaioli … Poi la sorgente tappezzata di muschi. Poi, ancora, il cammino … Poi il borgo e i suoi tesori: Giovanni Russo che ci racconta i dipinti e gli affreschi della Chiesa di San Giovanni Battista. Poi la casa che Teresa Bottone ha trasformato in un tripudio di peperoni rossi. Poi don Mario Spinicci, il prete ribelle che ci fu vicino quando impedimmo che la valle fosse distrutta da una strada asfaltata e privata della sua acqua. Poi Biagio Palombino, l’uomo del mulo arancione che guada l’Argentino, il primo amico che ebbi a Orsomarso. Poi il rientro al tramonto. Da buio a buio. Come i pastori di Carlo Levi. Restano il paese e la valle, nella vecchia e stanca memoria di uomo che ha vissuto più vite. Ma che sempre lì rifluisce. In quel cono d’ombra fra le montagne. In quel ventre turgido e umido dove sorpresi mamma capriolo traversare a nuoto l’Argentino con i suoi due piccoli. Che, sotto i miei occhi commossi e grati, chiedevano alla madre di insegnare loro l’ineffabile segreto della felicità. 

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