Architetti e architetti

Scritto da  Pubblicato in Giovanni Iuffrida
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Iuffrida_matita.jpgC’è chi fa distinzioni nell’ambito della categoria degli architetti sproloquiando.

La prima distinzione proposta da un gruppo di soloni (nel senso che soffrono di una grande solitudine) sulla base dei Codici in vigore (in questo caso dei Contratti) riguarda la distribuzione del lavoro (cioè degli incarichi professionali). Risulterebbero così, per legge ma anche per quello che scrivono, architetti di serie A e architetti di serie B.

Fin qui, per certi versi, nulla da obiettare. Ogni categoria (sia essa di serie A che di serie B) ha il diritto corporativo (anche se fuori stagione politica) di difendere gli interessi dei propri soci di club.

Ma non riesco a percepire da parte di questa voce autorevole nessun accenno, per esempio, agli obblighi della trasparenza che hanno le amministrazioni pubbliche circa gli incarichi interni (d. lgs 33/2013), in modo che tutti possano sapere come vengono distribuiti: su questo argomento nessuna traccia di interesse. Forse perché si vogliono tutelare gli interessi di qualche amico, affiliato o addirittura di qualche familiare di serie A? O perché, in maniera vile e per calcolo, non si vuole sostenere uno scontro aperto con le Pubbliche amministrazioni?

Nessun accenno viene fatto poi al tema della distribuzione degli incarichi ai liberi professionisti (a partire dal recente passato). È stata vigente, per lungo tempo, la regola non scritta del “fifty-fifty”, che prevedeva il “trattenimento” di una parte consistente della parcella per pagare le spese elettorali dello sponsor del progettista (incaricato, ovviamente, quasi sempre per indubbia capacità). Storia e cronaca alla mano mi impediscono di essere aggiornato in senso contrario, perché la scelta del professionista (comunque di serie A) veniva operata sulla base della sua competenza idraulica di “canalizzatore” (a garanzia della quale veniva richiesto un semplice attestato di fidelizzazione).

Ma cosa più grave nessun accenno viene fatto ai monopoli esistenti nell’ambito della (santa) libera professione. Ci sono interi gruppi familiari che hanno creato un cartello di offerte tecniche (ovviamente di alta qualità e con tanto di garanzia di risultato amministrativo) che ha impedito l’esercizio della professione a molti giovani architetti, che ancora vivono coraggiosamente fuori dalla protezione di padrini di turno. Risultano intere famiglie (geneticamente architetti) che hanno goduto del privilegio dei più consistenti incarichi pubblici e, di conseguenza, dei più importanti cantieri privati, soffocando il mercato della professione di giovani senza alcuna rete di protezione. Né mi pare che si siano privati, questi familisti amorali, dell’opportunità “casuale” di godere di prestigiosi incarichi pubblici grazie alla benevolenza di senatori attualmente inquisiti perché a loro volta hanno goduto, sempre per caso, del voto della mafia.

La considerazione finale è una: è necessario avere rispetto innanzitutto della moralità della professione e del professionista di serie A o di serie B che sia, perché tutti hanno il diritto di sopravvivenza, non solo i docenti di fatto o in pectore, dormienti e non, ma soprattutto gli ultimi (non sempre tali per caratura intellettuale). Poi, la grandezza umana e professionale deve derivare dai comportamenti personali non, di riflesso, da quella dei propri padrini e dai privilegi dei molti prestigiosi incarichi ricevuti, senza nemmeno l’umiltà di tenere presenti i propri (assai limitati) meriti e il conseguente obbligo di osservare quantomeno un religioso silenzio.

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