Mafia istituzionale

Scritto da  Pubblicato in Giovanni Iuffrida

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“Vi prego di non seppellirmi vivo” scriveva Lorenzo Calogero su un pezzo di foglio di quaderno a quadretti trovato accanto al suo cadavere. Il suo non era un pizzino di un mafioso, ma un messaggio del dolore della sfiducia nei confronti di tutti, soprattutto delle istituzioni. Di quelle istituzioni che si inchinano al potere politico con sentenze pilotate, come gli statuari ai mafiosi nella processione di Oppido Mamertina.

Si tratta della stessa sfiducia che molti cittadini normali nutrono verso le istituzioni pubbliche che costituiscono, in un anomalo abbraccio fraterno, un vero sistema paramafioso più pericoloso di qualsiasi 'ndrina fatta di persone che parlano con pistole o fucili a canne mozze. I colletti bianchi delle istituzioni uccidono invece con decisioni o indecisioni, con sentenze sbagliate e soprattutto con omissioni o, peggio, complicità. Se Corti dei Conti e Tar di mezz'Italia sono stati travolti da scandali di ogni tipo, non c'è da meravigliarsi poi se circoli massonici aggiustino sentenze, come scrive Emiliano Fittipaldi in “Corruzione nei Tribunali”. Decisioni che peraltro sono in grado di cambiare radicalmente il percorso di vita dei cittadini, quanto le azioni della mafia propriamente detta. Così come la mala locale è in grado di “autorizzare” l'apertura di un negozio o è in grado di farlo chiudere, la mala istituzionale, la malagiustizia fa la stessa cosa esercitando una violenza giudiziaria pesantissima non distinguendo tra onestà e disonestà, tra semplice speculazione filosofica e speculazione economica che fa più morti di una lupara. E, peggio, consolida le posizioni di cordate di interessi sporchi del potere politico.

Ci sono evidentemente in questa città “gli intoccabili” più potenti della mafia stessa, così lamentava qualche anno fa un parlamentare calabrese a proposito degli intrecci criminali, economici e politici di Lamezia che danno forma a dei monopoli nell'ambito di qualsiasi attività. È possibile, infatti, che nessun magistrato abbia potuto cogliere atti di pura malavita nell'ascesa vertiginosa di imprenditori o di liberi professionisti collusi con politici oggetto anche di indagini giudiziarie e che da tempo costituiscono, confusi tra mafia e antimafia di professione, un vero e proprio “cartello” per il controllo economico della città?

La cosa più evidente quanto strana è che a Lamezia – a memoria d'uomo – non è stato mai individuato, da parte della magistratura, un legame tra edilizia privata “regolare” e mafia. Un mistero, se è vero come è vero che Lamezia è pervasa dalla malavita che non si occupa di abusivismo edilizio ma “fa impresa” in collusione con imprenditori ben inseriti nelle istituzioni, come ha sottolineato pochi anni fa un prefetto di Catanzaro.

Come rimane ancora un mistero l'esito del grido d'allarme della stessa Prefettura che, nel 2012, segnalava le sinergie imprenditoriali relative ad attività economiche e produttive e, qualche anno prima, sottolineava le contiguità con esponenti criminali di imprenditori particolarmente attivi sul territorio.

Quanto cemento sporco, quanto sangue, quanto sudore di lavoro sofferto devono ancora scorrere in questa città affinché gli intoccabili siano almeno sfiorati dalla giustizia e che i cittadini che tendono inutilmente all'onestà non siano seppelliti vivi?

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