Il fallimento di un accordo per una nuova legge elettorale

Scritto da  Pubblicato in Pino Gullà
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 Sembrava fossero vicini PD, M5S, FI e Lega, al varo definitivo della legge elettorale. L’accordo copriva l’80% del Parlamento italiano. Ma un emendamento sull’Alto Adige ha fatto fallire il tutto. Forti tensioni, polemiche aspre, in particolare tra Cinque Stelle e PD, rimpallo di responsabilità. Da quanto letto e visto, pare che ognuno dei leader dei quattro partiti maggiori, dopo aver di fatto escluso quelli minori, pensassero al proprio tornaconto, invece di procedere convinti verso la condivisione dei punti formalmente approvati in Commissione. Ma ecco la sorpresa che non ti aspetti. Passa in Parlamento l’emendamento di Michaela Biancofiore (ce n’era un altro simile dei 5 Stelle) di modifica di 7 Collegi uninominali nel sistema proporzionale, contro quanto precedentemente deciso in Commissione. Salta tutto. Accuse, bagarre, caos alla Camera; polemiche continuate. Dopo alcune settimane, i contrasti sono un po’ sopiti, anche per successive fibrillazioni, quindi si può riflettere sull’accaduto con minore emotività, dando spazio alla razionalità. Per usare una frase di moda con variante: “Vediamo se ce ne possiamo (o se ne possano) fare una ragione”. In merito riportiamo la dichiarazione dell’avvocato Felice Besostri, coordinatore degli avvocati anti-Italicum e di Democrazia Costituzionale con un curriculum di ricorsi su Porcellum e Italicum che hanno determinato l’abrogazione parziale delle due leggi elettorali vigenti. In merito si è così espresso: “Che il regime elettorale speciale per la regione Trentino Alto Adige fosse incostituzionale era scritto a chiare lettere nei ricorsi presentati in 22 tribunali tra la fine del 2015 e la prima metà del 2016. Purtroppo nessuno dei giudici aditi li ha inviati in Corte Costituzionale, ma si attendono le pronunce dei tribunali di Trento e Cagliari”. Segue altro virgolettato essendo l’argomento delicato: “Ci sono gli strumenti e le possibilità per portare la questione davanti alla Corte Costituzionale basta che giudici [aditi] o parlamentari lo vogliano o le stesse Province Autonome di Trento o Bolzano. Il voto difforme dal parere del relatore [Emanuele Fiano] è stato preso a pretesto dal PD per interrompere l’esame di una legge prima che si votassero gli emendamenti sul voto disgiunto “. E poi non si deve dimenticare l’art. 88 che così recita: “Il Presidente della Repubblica può, sentiti i loro Presidenti, sciogliere le Camere o anche una sola di esse …”; non può farlo negli ultimi sei mesi del suo mandato, ma non è il caso attuale di Sergio Mattarella.

In occasione di Trame, il Festival dei libri sulle mafie, a Lamezia Terme Piercamillo Davigo, nel presentare il suo libro IL SISTEMA DELLA CORRUZIONE, di cui si è già scritto su questo giornale, è stato categorico: i magistrati in servizio non devono fare politica. Ha ribadito una sua convinzione già espressa in precedenti incontri televisivi. Sicuramente le motivazioni rispetto a questa sua affermazione non mancano. E però bisogna ricordare che i magistrati di Milano con Tangentopoli avevano scoperchiato nel '92 un vaso di Pandora riguardo alle tangenti in politica che non si è ancora chiuso, anzi si è ampliato e su cui la cattiva politica è stata poco incisiva con l’approvazione di leggi inefficaci verso collusi, corrotti e corruttori. Anche la mafia si serve della corruzione per i suoi affari. Quindi se è vero che i magistrati non devono entrare in politica, è urgente che quest’ultima elimini i politici corrotti sostituendoli con nuovo personale politico. Su questo interviene ancora l’avvocato Felice Besostri lamentando la mancata attuazione dell’art. 49 della nostra Carta costituzionale menzionato in interventi già pubblicati su questo giornale: “Tutti i cittadini hanno diritto di associarsi liberamente in partiti per concorrere con metodo democratico a determinare la politica nazionale”. Secondo il docente di Diritto pubblico comparato l’articolo “è stato male interpretato e disatteso dall’entrata in vigore della Costituzione Repubblicana”. La storia della corruzione, delle organizzazioni delinquenziali, dei tesorieri rivela che nei partiti entra chiunque, essendo alquanto permeabili. I partiti hanno fondato la Repubblica (v. Referendum del ’46 e Assemblea Costituente del '47) che è diventata “la Repubblica dei partiti”, una Repubblica partitocratica come sosteneva Giuseppe Maranini (v. articoli precedenti); da una parte sono penetrati nei gangli delicati dello Stato italiano, dall’altra non sono riusciti ad impedire che entrasse chicchessia nelle organizzazioni politiche. La partitocrazia è la degenerazione dei partiti “che tendono a sostituirsi allo Stato, al Parlamento” e ad altri ambiti della società italiana. Senza filtro all’interno delle forze politiche, senza quindi prevenzione civica e/o etica, ci deve pensare la Magistratura a corruttela o a scandali a livello locale o ai vertici; a volte i magistrati vengono pure messi in difficoltà o ostacolati in tanti modi. Il panorama di un’Italia corrotta è sotto gli occhi di tutti. Oggi è urgente una legge organica “proprio per evitare la degenerazione [dei partiti], tipica di ogni associazione retta da una oligarchia, che si rinnova e dà vita ad una nomenklatura”. Poi è opportuno che i politici tengano presente in ogni momento il secondo comma dell’art. 54 della Carta: “I cittadini cui sono affidate funzioni pubbliche hanno il dovere di adempierle con disciplina ed onore…” Basta fare un ripasso di scandali e cronache giudiziarie e constatare quali e quanti parlamentari non hanno osservato questo articolo. Se il Parlamento ha voglia di fare una buona legge elettorale, si può ripartire mettendo, però, da parte i tornaconti dei singoli partiti. Alcuni punti d’incontro c’erano già stati. Per esempio la soglia di sbarramento, adottata in molti Paesi; nel contempo “andare sotto il 3% o 4% ha poco senso” come sosteneva Sartori. Se si ricomincia in modo responsabile, è necessario che tutti, deputati e senatori, si rendano conto (“se ne facciano una ragione”) che il voto congiunto (lista e preferenza) non rispetta alcuni articoli della Carta costituzionale. L’art 48: “…il voto è personale ed eguale, libero e segreto…; l’art 56: “La Camera dei deputati è a suffragio universale e diretto (…) La ripartizione dei seggi tra le circoscrizioni, fatto salvo il numero dei seggi assegnati alla circoscrizione Estero, si effettua dividendo il numero degli abitanti della Repubblica, quale risulta dall’ultimo censimento generale della popolazione” per il numero dei membri della Camera ; l’art.58: “ I senatori sono eletti a suffragio universale e diretto …” Tenere presente gli articoli suddetti vuol dire non ricadere negli errori incostituzionali del passato. In conclusione ribadiamo: se si ha voglia di tenere in gran conto rappresentatività e governabilità si può ripartire con l’obiettivo di fare una buona legge elettorale.

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