Il populismo di Matteo Renzi secondo Marco Revelli

Scritto da  Pubblicato in Pino Gullà
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Dopo le dichiarazioni di Franceschini (“il Pd è nato per unire non per dividere”) e di Orlando (“tra Bersani e Berlusconi io scelgo Bersani”, necessità di aprire un tavolo del Centrosinistra), senza dilungarci nelle dichiarazioni della vecchia guardia del Partito democratico (es. Prodi, Veltroni), ecco Calenda, ministro dello Sviluppo economico nel governo Gentiloni (di ispirazione renziana) che dice la sua sulla politica di casa nostra anche se non risulta iscritto al Pd: “Credo che Renzi debba aprire una discussione ampia sul cosa offre e sul quanto, chiudendo definitivamente la fase della rottamazione e aprendo quella della condivisione e della progettualità”. I risultati delle ultime amministrative dovrebbero far riflettere. Dal punto di vista di chi scrive è stata l’ultima tappa di un percorso, quello renziano, che ultimamente sembra in salita. Se non si cambia diventerebbe difficoltoso raggiungere dei traguardi prefissati. Per non cadere (o scadere) nella polemica politica, si fa riferimento a “Populismo 2.0” di Marco Revelli. Il docente di Scienza della politica all’Università del Piemonte orientale nella pubblicazione citata considera il populismo attuale “una malattia senile della democrazia” e dedica le pagine finali del settimo capitolo al “populismo dall’alto” di Matteo Renzi. Per lo studioso il salto nella politica nazionale dell’ex primo cittadino di Firenze aveva lo scopo di “intercettare con uno stile populista” i voti in libera uscita dei partiti tradizionali logorati e/o in crisi, in modo da incanalare nella proposta del Pd anche l’elettorato disperso. Dal governo Letta si passò al governo Renzi, caratterizzato, secondo Revelli, da un“populismo ibrido”, lasciando intatto il sistema. Né populismo identitario, né populismo indignato o protestatario sociale, ma di tutto un po’: “tele populismo” berlusconiano (andare davanti alla telecamera, pure nelle trasmissioni d’intrattenimento, indossando capi d’abbigliamento di richiamo dell’immaginario televisivo) con promesse declinate sempre al futuro; populismo “anticasta” grillino (la rottamazione); “Partito della Nazione”, slogan di qualsivoglia populismo. Si raggiunse l’obiettivo alle Europee del 2014 in ragione di un 40,8% di suffragi. Sorprendente. Gli 80 euro alla vigilia del voto ridussero la distanza del “dire e fare”. Se non altro era populismo concreto. Secondo gli analisti del voto, fette di elettorato di destra, di sinistra, di centro, di cattolici confluirono nel Pd. Commenti positivi. “Il populismo ibrido” renziano funzionava.

Quando il leader fiorentino usciva in strada come un uomo qualunque si manifestava affetto popolare attorno al novello primo ministro: giovani, adulti e anziani facevano richiesta, immediatamente esaudita, di selfie interminabili. Cose mai viste prima. Non solo popolo, ma anche vip (es. Marchionne, Farinetti) si stringevano sorridenti vicino al presidente del Consiglio. In poco tempo l’ex sindaco di Firenze aveva raggiunto il top: il meglio che si potesse immaginare. Ma dopo qualche tempo è arrivato il peggio in occasione di appuntamenti importanti. La prima dura sconfitta è stata la bocciatura al referendum costituzionale del 4 dicembre dell’anno scorso: il 59,9% ha detto “no” alle riforme istituzionali. “Il populismo dall’alto” era stato sconfitto dal popolo (dal basso), in sintonia con “professoroni, gufi e rosiconi”. Il popolo si era schierato con la Costituzione. L’altra stroncatura, per il governo Renzi e il Parlamento, è arrivata dalla Consulta a fine gennaio del nuovo anno: il principale organo di garanzia ha giudicato la nuova legge elettorale, l’Italicum, parzialmente incostituzionale. E ancora, in seguito alla vittoria del “no” del 4 dicembre le Provincie sono rimaste e si ritrovano con notevoli difficoltà economiche nel garantire i servizi. Mattarella, dopo l’approvazione della legge di stabilità e le successive dimissioni di Renzi, ha dato l’incarico di formare un nuovo governo a Gentiloni, ancora una volta senza passaggio elettorale.

Grazie alle primarie vincenti Renzi è rimasto Segretario del Pd. Che farà ora? Che fare ora? Occorre per la democrazia una nuova legge elettorale. Ci vogliono, poi, programmi e contenuti condivisi sia nel Centrodestra che nel Centrosinistra, ma anche chi vuole stare  da solo (contro tutti) deve operare in maniera costruttiva. La politica e i cittadini hanno bisogno di buona politica partecipata in modo da affrontare al meglio cercando di risolvere i gravi problemi, economici e sociali, dell’Italia. Ascoltare Calenda, ministro dello Sviluppo economico, nonché tecnico al di sopra o al di fuori della polemica politica, potrebbe essere l’occasione per dare l’avvio ad un dibattito politico concreto. Non si può rischiare “un’instabilità politica e istituzionale” di marca populista. Aumentano le disuguaglianze In Italia: 1,2% delle famiglie possiede il 20,9% della ricchezza finanziaria; 307 mila famiglie milionarie; nel 2016 4,7 milioni di Italiani sono risultati in povertà assoluta. Stimolanti le parole conclusive del libro di Revelli per l’elaborazione di nuovi programmi: “ Eppure basterebbero forse dei segnali chiari (…) politiche tendenzialmente redistributive, servizi sociali accessibili, dinamiche salariali meno punitive …”. Ma, prima di ogni altra iniziativa politica, è prioritaria una legge elettorale condivisa per la democrazia e per il Paese, non a vantaggio di questo o di quell’altro partito. Una legge che tenga presente la scelta degli elettori, la corrispondenza tra voti e rappresentanza e riduca la frammentazione dei partiti. Chi vince vada a governare concretamente, subito, con maggioranze chiare e definite. Il Paese ne ha veramente bisogno. Non può ulteriormente aspettare.                                                                                                                          

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