“Si piglia gioco di me …”

Scritto da  Pubblicato in Pino Gullà
Vota questo articolo
(0 Voti)

pino_gulla.jpg  Renzo, quello dei Promessi Sposi di Alessandro Manzoni, era andato da don Abbondio per fissare l’ora di celebrazione del matrimonio con la sua amata Lucia. All’improvviso il curato enumera mille ostacoli incomprensibili per il futuro sposo. Ancora più misteriosi quelli detti in latino: error (errore di persona), conditio (errore di condizione), votum (voto religioso), cognatio (parentela fra gli sposi), crimen (delitto), cultus disparitas (diversità di religione), vis (costrizione), ordo (ordinamento sacerdotale), ligamen (legame matrimoniale), honestas (motivi di onestà), si sis affinis (affinità tra un coniuge e un parente stretto). In realtà don Abbondio “contava sulla punta delle dita” gli impedimenti concernenti la nullità del matrimonio. Ma non riguardavano “i promessi sposi”, Lucia Mondella e Renzo Tramaglino. Al che Renzo si sente preso in giro perché non ne comprende il significato e sbotta: “Si piglia gioco di me?” interruppe il giovane. “Che vuole ch’io faccia del suo latinorum”. Per il giovane le parole di diritto canonico, elencate da don Abbondio, appartengono ad una lingua che non conosce. Sa soltanto confusamente che riguardano la ritualità religiosa. Ma che c’entrano con il suo matrimonio? I termini, ripetuti a mo’ di tiritera dal prete, invece di intimorire Renzi, provocano l’effetto di farlo reagire con disappunto perché non comprende per quale motivo ostacolino le nozze già programmate. D’altro canto il curato li usa strumentalmente in quanto gli era stato imposto dai bravi  di don Rodrigo che “questo matrimonio non s’ha da fare, né domani né mai”. Le vicende summenzionate sono quelle del primo capitolo (le minacce dei bravi) e del secondo (il latinorum). Nel XIV capitolo si ritorna sul latino quando Renzo Tramaglino si trova, un po’ alticcio, all’osteria della Luna Piena: “… quando vogliono imbrogliare un povero figliolo, che non abbia studiato, ma che abbia un po’ di… so io quel che voglio dire ( … ) e s’accorgono che comincia a capir l’imbroglio, taffete, buttan dentro nel discorso qualche parola in latino, per fargli perdere il filo, per confondergli la testa. Basta; se ne deve smetter dell’usanze!”.

Ci siamo ricordati dell’opera manzoniana, quando abbiamo letto che si farà una nuova legge elettorale. “Si può fare in tre mesi”, ha dichiarato Renzi. In tal caso non ci sarà più l’Italicum (rieccoti il latinorum) o sarà modificato. Speriamo che abbia un nome in lingua madre. Finirà così il latinorum: la lunga serie di neologismi pseudo-latini o pseudo-latineggianti che, agli inizi della discussione sulla legge elettorale (e stiamo parlando degli anni ’90), erano per addetti ai lavori, poco conosciuti al grande pubblico o all’elettorato. Successivamente questa strana terminologia diventò comprensibile a larghe fasce di cittadini, specialmente il Porcellum (la legge elettorale di Calderoli) e l’Italicum (partorito durante il Governo Renzi). Aveva iniziato Giovanni Sartori, politologo italiano di fama internazionale, in un articolo sul Corriere della Sera (19 giugno del 1993). Scrisse: habemus Mattarellum, la legge elettorale della cosiddetta Seconda Repubblica dal nome del suo estensore, Sergio Mattarella, l’attuale Presidente della Repubblica italiana,  aggiungendo la desinenza latina –um, per alcuni suffisso pseudolatino. Il professore emerito di Scienze Politiche, con esperienze universitarie negli Usa e autore di libri tradotti in tutto il mondo, riprese la frase rituale habemus papam con cui si annuncia l’elezione del nuovo Pontefice e la adattò alla circostanza politica a significare il percorso difficoltoso per arrivare all’approvazione della legge, come di solito è accaduto per la maggior parte delle elezioni papali. Habemus Mattarell -um: dovrebbe essere, latineggiando, uno pseudo accusativo. Nel 1995 si coniò il Tatarellum, la legge elettorale regionale maggioritaria, dal nome del primo firmatario, Pinuccio Tatarella, parlamentare di Alleanza Nazionale. Quindi, quella per la Camera e per il Senato del 2005 dichiarata incostituzionale dalla Consulta. All’inizio fu chiamata Calderolum (Corriere della Sera), dal nome del ministro, Calderoli, che la portò in Parlamento, con la desinenza latina -um sulla stessa falsariga dei precedenti neologismi latineggianti. Termine in seguito oscurato da Porcellum, di notevole successo mediatico. In latino è l’accusativo di porcellus; significa in italiano porcellino, cinghiale (v. vocabolario Campanini e Carboni); il temine politichese viene da porcata diventato porcellum. In parecchi se ne attribuiscono la paternità. Ma l’Osservatorio delle parole online riporta l’intervista rilasciata dallo stesso ministro a La Stampa del 18 marzo 2006 che toglierebbe ogni dubbio: “[che] la riforma elettorale sia una porcata? Certamente. Lo si sapeva sin dall’inizio [ … ] Nelle riunioni preparatorie io la chiamavo affettuosamente Porcellum. Fino ad arrivare al più recente Italicum, la legge elettorale del 2015, così soprannominata da Renzi. Questa volta esiste nel “Campanini e Carboni” come aggettivo latino vero: Italicus,a,um italico oppure al nominativo plurale maschile Italici, orum, Italici, confederati delle città italiche al tempo dell’antica Roma. Ci sono stati altri lanci di soprannomi pseudo-latini, i quali, però, non hanno avuto fortuna mediatica: Bastardellum (Sartori) per sottolinearne l’aspetto negativo del patto del Nazareno (accordo tra Renzi e Berlusconi); Pregiudicatellum (Grillo), Renzellum di cui non siamo riusciti a trovare il copyright. Speriamo che il nome della prossima legge elettorale sia in lingua italiana corrente. Abbandoniamo una volta per tutti il latinorum … Renzo Tramaglino è uscito dalle pagine del romanzo manzoniano; non si lamenta più, anzi sorride …

© RIPRODUZIONE RISERVATA

Articoli correlati (da tag)