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Lamezia Terme, 23 gennaio - L'Italia, si sà, è il Paese dove non esistono le mezze misure. Così, se da un lato oggi va in scena la protesta degli autotrasportatori con i blocchi stradali e le persone che prendono d'assalto le pompe di benzina, dall'altro c'è da registrare la riunione dei presidenti delle Province calabresi. Riuniti per discutere dei tanti mali che affliggono la regione come disoccupazione e strade da terzo mondo? No. I presidenti delle province e tutta la pletora dei politici calabresi si è riunita a Lamezia, la città baricento della regione che non sarà mai provincia, per discutere essenzialmente del futuro degli enti intermedi. In questa riunione svoltasi al centro Agroalimentare di Lamezia, le Province calabresi hanno steso un documento unitario in cui rimandano al mittente le accuse di "casta" e "concausa dello stato di difficoltà economica e istituzionale in cui versa il Paese" e si chiamano fuori, come ha già fatto l'Upi, dalle sedi di concertazione con il governo.  Al termine dell'iniziativa, che ha visto assieme per la prima volta le assemblee provinciali di Catanzaro, Reggio, Cosenza, Vibo e Crotone, è stato approvato un ordine del giorno unitario con il quale gli enti "aderiscono alla mozione dell'Upi nazionale di proposta dell'emendamento al comma 20 dell'articolo 23 del dl 261/2011 'Proroga di termini previsti da disposizioni legislative'' e auspicano "la riunione immediata di tutti i Consigli delle autonomie locali (Cal) affinché sia avviato, così per come è già avvenuto per il Cal Piemonte, attraverso le Regioni, l'iter del ricorso alla Corte Costituzionale contro le disposizioni della manovra Monti che trasformano le Province in enti di secondo grado adibiti a funzioni di coordinamento delle attività dei comuni". Nel documento, i sottoscrittori "si augurano che le Province chiamate a rinnovare i propri organi di governo nel 2012 e che, invece, saranno commissariate in attuazione di una norma introdotta nella conversione del decreto legge n. 201/11, si attivino in tutte le sedi competenti per impugnare gli atti attuativi della disposizione citata, palesemente illegittima in quanto chiede l'applicazione di una disposizione (l'art. 141) del D.Lgs 18.08.2000 n. 267 disciplinante altre fattispecie non assimilabili al caso specifico, quindi lesiva dell'autonomia delle Province e finalizzata ad impedire ai cittadini di potersi esprimere democraticamente arrecando loro un pregiudizio grave ed irreparabile". Le assemblee delle Province calabresi, inoltre, "ribadiscono la volontà di procedere ad una riforma organica delle istituzioni provinciali, che, salvaguardando il livello di democrazia, razionalizzi le funzioni e le dimensioni delle amministrazioni" e sollecitano "a Regioni e Comuni di condividere e sostenere la richiesta al Parlamento di avviare una riforma complessiva del sistema istituzionale del Paese, per renderlo più efficiente e funzionale".

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L'ordine del giorno si conclude con la richiesta alla Regione Calabria "di sollevare la questione di legittimità costituzionale dinanzi alla Corte costituzionale richiedendo la sospensione delle norme impugnate, secondo quanto previsto dal'art. 9, comma 4, della legge 5 giugno 2003, n. 131, poiché dalla loro esecuzione può derivare un 'irreparabile pregiudizio all'interesse pubblico e all'ordinamento giuridico della Repubblicà e un "pregiudizio grave ed irreparabile per i diritti dei cittadinì". Insomma, in un giorno turbolento per la maggioranza dei cittadini, va in scena il paradosso della politica calabrese, riunitasi in una città baricentrica ma snobbata nelle sedi decisionali dai poltici delle altre città capoluogo, e in buona parte assente dai problemi che attanagliano la regione, vedi alla voce tagli linee ferroviarie, strade dissestate, continue emergenze: dalla depurazione ai rifiuti, passando per il dissesto idrogeologico.

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