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depuratore

Lamezia Terme, 26 luglio – “Il sequestro dell’impianto di depurazione deciso dalla Procura della Repubblica di Lamezia Terme non è che l’ultimo di una serie di episodi che hanno costellato circa 15 anni di gestione degli impianti di depurazione nella nostra città”. Queste le parole del Prc di Lamezia che sottolinea come “ la decisione del Procuratore capo, dettata da una relazione tecnica richiesta dalla stessa Procura, è stata preceduta dai dati forniti da Goletta verde e da un’altra autorevole determinazione adottata nel maggio di quest’anno dalla Commissione europea. La Commissione ha deciso di deferire l'Italia alla Corte di giustizia dell'Unione europea in merito alla inosservanza della normativa UE sul trattamento delle acque reflue urbane. Dalle informazioni in possesso della Commissione risulta che sono 178 - tra i quali Lamezia Terme - i centri urbani italiani al di sopra dei 15.000 abitanti a non essersi ancora dotati di un impianto di trattamento delle acque reflue conforme alle norme UE”. Prc parla di una “ emergenza infinita di questi lunghi 15 anni” che sarebbe “costellata da chiari e inequivocabili segnali che avrebbero dovuto consigliare a degli amministratori attenti e responsabili provvedimenti tempestivi e risolutivi. In questi anni è potuto accadere, tra l’altro, che nel luglio 2001, i sindacati dei lavoratori chimici (Filcea-Cgil, Flerica-Cisl e Uilcem-Uil) denunciassero con forza irregolarità e inadempienze da parte delle imprese che gestivano i depuratori calabresi; che nell’ottobre 2001 nel corso di un convegno pubblico il Dott. Franco Sardanelli (allora Dirigente responsabile Settore biotossicologico del PMP di Catanzaro) denunciasse che nel canalone Sir, lo stesso in cui afferiscono le acque del depuratore non era stata riscontrata presenza di ossigeno disciolto, indice che in quel canale vi era completa assenza di vita ed era stata riscontrata presenza di azoto ammoniacale in quantità di 15,6 mg/litro, tensioattivi in quantità di 0,5 mg/litro, praticamente si trattava di uno scarico, una fogna con una quantità di scheriacoli di 18.000 unità formanti colonia per 100 ml, in esso inoltre era stata riscontrata la presenza di metalli pesanti e precisamente di zinco in quantità di 0,12 mg/litro”.

Nell’ottobre del 2002, proseguono fu “la stessa Sezione regionale della Corte dei Conti che scrisse tra l’altro: il fenomeno dell’inquinamento (si riferisce ai dati sullo stato della salute delle coste tirreniche calabresi,comprese tra la provincia di Vibo Valentia a sud e quella di Cosenza a nord) di questo lungo tratto di costa presenta profili di interesse per un’indagine sulla gestione onde valutare il grado di efficacia delle politiche di salvaguardia ambientale, anche di tipo straordinario, previste dalle leggi di programma, in un’area ad alta vocazione turistica e di rilevante interesse economico per le risorse che può garantire. Nel 2003 é potuto accadere che i dati forniti dai carabinieri sui depuratori italiani definivano quello di Lamezia non conforme e, sempre nello stesso anno, il Commissariato di Lamezia Terme avrebbe accertato che le acque di scarico del depuratore ubicato nell'ex area Sir presentavano livelli di inquinamento troppo elevati. Le analisi accertarono, tra l'altro, la presenza del batterio «escherida coli» in una concentrazione 40 volte superiore ai limiti consentiti dalle leggi ed in alcune analisi i limiti di inquinamento sarebbero stati di 200 volte superiori ai limiti previsti dalle normative, addirittura, che le acque reflue in diversi casi siano state immesse nel canale di scarico a mare senza nessun trattamento e sempre lo stesso Commissariato avrebbe accertato che per l’impianto lametino le autorizzazioni amministrative risultavano scadute dal 2002. Negli anni successivi – hanno sottolineato dal Prc-  abbiamo assistito, sempre per l’inefficienza del’impianto, a continui finanziamenti per interventi straordinari e nel 2007 alla documentata denuncia di Rifondazione comunista sulla grave moria di pesci che interessava il canalone del depuratore mentre lo stesso Procuratore della Repubblica dell’epoca dott. Mazzotta in seguito alle indagini effettuati dal­la Guardia di finanza di Lamezia Terme e dai militari del Noe (il Nucleo operativo ecologico dell'Arma dei carabinieri) definì grave la situazione della depurazione nella nostra città. Nel mentre tutto questo accadeva i cittadini sono stati costretti ad assistere ad un indecente balletto di roboanti annunci e di accuse di responsabilità tra diverse istituzioni senza interventi reali volti alla risoluzione dei problemi. Ci fu, chi addirittura, pur ricoprendo importanti incarichi di governo indicò, con una sconcertante disinvoltura, nella cattiva gestione dei depuratori le cause dell’inquinamento, dimenticando che era nei suoi poteri rescindere i contratti con le imprese inadempienti. Ci fu chi assicurava il perfetto funzionamento degli impianti e di volta in volta indicava in altri fattori le cause dell’inquinamento.

Evidentemente – concludono - solo chi ha avuto la responsabilità della depurazione in Calabria e nella nostra Ato non sapeva o faceva finta di non sapere, nonostante i tanti episodi allarmanti, che le acque reflue non trattate possono essere contaminate da batteri e virus dannosi e rappresentano pertanto un rischio per la sanità pubblica. Per questo riteniamo che non possa più essere tollerata l’impunità di cui hanno goduto coloro che hanno leso il diritto inalienabile dei cittadini a fruire di un ambiente sano e gradevole e hanno attentato alla loro salute così come non può più essere tollerato che sia l’intera collettività a pagare i costi per risanare i danni ambientali”.