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Riceviamo e pubblichiamo l’intervento dell’on. Ida D’Ippolito alla Camera dei Deputati sul disegno di legge, trasmesso dal Senato ed approvato senza modifiche dalla Commissione giustizia, volto a convertire in legge il decreto-legge n. 211 del 22 dicembre 2011, recante interventi urgenti per il contrasto della tensione detentiva determinata dal sovraffollamento delle carceri, il cui termine di conversione scade il 20 febbraio.

ROMA - La giustizia,  come tutti ben sappiamo, rappresenta una delle grandi sfide che la politica deve saper raccogliere per garantire equità e giustizia in un Paese - il nostro - di grandi tradizioni giuridiche, da troppi anni, però, precipitato in un clima che impedisce la serena valutazione di aggiustamenti necessari e conseguenti alle inevitabili trasformazioni di società complesse e moderne.
Mettere da parte le divergenze e le contrapposizioni, anche frontali, che hanno contraddistinto la materia negli ultimi diciotto anni e che si sono inasprite in questa legislatura, costituisce, a mio avviso, un dovere e una prova di maturità che questo Parlamento è obbligato a dare in nome di un superiore interesse nazionale.
La lotta alla criminalità organizzata, il contrasto alla violenza sessuale, lo stalking, la normativa sull'utilizzo dei magistrati di prima nomina nelle sedi disagiate: tutti provvedimenti approvati all'unanimità che hanno già dato prova della nostra capacità di sintesi condivisa. Oggi è il momento di fare un passo avanti, di superare gli ultimi ostacoli, di trovare il comune denominatore per rendere finalmente il sistema giustizia all'altezza di un Paese culla del diritto - ormai ridotto al capezzale del diritto - che vuole riscattarsi agli occhi del mondo e risorgere da quello stato di prostrazione, immobilismo e inefficienza in cui lo hanno gettato anni di violente e spesso sterili polemiche politiche consumate prevalentemente su singoli processi.
L'urgenza di una riforma strutturale della giustizia, che interpreti l'esigenza del cittadino di risposte rapide ed efficaci chiama il Parlamento a declinare i vari capitoli di questa complessa agenda, nella consapevolezza di un momento storico particolarmente delicato, caratterizzato da sentimenti profondamente contraddittori, che oscillano tra il grido di dolore per una giustizia giusta negata e la potenziale ribellione ad una norma, quella di oggi, che mette detenuti in libertà. Per questo vi è bisogno di responsabilità.

Anzi, mi auguro che nessuno agiti demagogicamente e populisticamente le folle su equivoci che tocca a noi chiarire.
Questo provvedimento non rappresenta né un indulto mascherato, né un'amnistia, né un atto di generica clemenza a favore di condannati; esso segna un avanzamento dell'attività giuridica sulla scorta della triste ma reale esperienza di tanti presunti colpevoli trattenuti in carcere a dispetto di tanti colpevoli in libertà. Per onestà e completezza di informazione mi preme ricordare in quest'Aula che per fronteggiare il problema del sovraffollamento carcerario, già nel 2006, con la legge n. 241 il Guardasigilli Mastella ricorse all'indulto, dedicando il provvedimento al Santo Padre, Papa Giovanni Paolo II, che in occasione della sua visita a Montecitorio dichiarava: « (...) senza compromettere la necessaria tutela della sicurezza dei cittadini, merita attenzione la situazione delle carceri, nelle quali i detenuti vivono spesso in condizione di penoso sovraffollamento. Un segno di clemenza verso di loro mediante una riduzione della pena costituirebbe una chiara manifestazione di sensibilità, che non mancherebbe di stimolarne l'impegno di personale recupero in vista di un positivo reinserimento nella società».
Ancora, nel 2010, con la legge n. 199, il Ministro Alfano introduceva la possibilità di scontare presso la propria abitazione o in altro luogo, pubblico o privato o di cura, assistenza e accoglienza, la pena detentiva non superiore ad un anno, anche se costituente parte residua di pena maggiore. Io stessa ho presentato nella passata e riproposto nell'attuale legislatura un progetto di legge (A.C. 3044) sull'istituzione di un comitato parlamentare permanente di garanzia sugli istituti di pena, che mi auguro che ella, Ministro, voglia attenzionare.
L'essere partiti dalla drammatica situazione delle carceri ha, dunque, un valore non soltanto simbolico, che noi dell'Unione di Centro riteniamo giusto sottolineare in quest'Aula.

Se vogliamo restituire dignità a chi sconta la pena nelle carceri italiane, a chi vi opera in condizioni estreme con grande professionalità ed umanità e ben oltre quelli che sono i propri compiti, al limite della sopravvivenza e dell'umana capacità, dovremo impegnarci a risolvere in modo definitivo questa grave anomalia.
Nell'ultimo decennio, l'aumento della popolazione carceraria ha generato un forte sovraffollamento degli istituti di pena. Gli ultimi dati nazionali forniti dal sindacato UIL penitenziari parlano di 68 mila persone a fronte di una capienza di poco più di 44 mila: 23 mila, dunque, in più di quanto gli stessi potrebbero contenerne. La maglia nera spetta alla Calabria e, in modo particolare, alla struttura di Lamezia Terme, la mia città: 30 posti e 91 detenuti, con un indice di sovraffollamento che supera quota 300 per cento e che ha contribuito ad un notevole deterioramento della qualità di vita dei detenuti, già provati per le condizioni di limitata libertà.
Quanto ai numeri, bisogna ricordare, inoltre, che oltre 28 mila persone risultano detenuti in attesa di giudizio, costituendo il 42 per cento del totale dei carcerati, e testimoniano in modo inconfutabile che parlare solo di disagio è riduttivo, siamo infatti più vicini ad una tragedia quotidiana. Condizioni igienico-sanitarie inadeguate, malattie, assenza di riscaldamento, suicidi, violenza, allarmanti condizioni di lavoro degli operatori penitenziari abbandonati a loro stessi per sottodimensionamento e carenza di mezzi sono soltanto alcuni dati che confermano come ci si trovi di fronte ad una questione di prepotente urgenza sul piano costituzionale e civile.
Le carceri si riempiono giorno dopo giorno ogni oltre tollerabile misura.

Sono come bolge di inferno in cui folle di dannati, ergastolani, tossicodipendenti, insani di menti, minori, stranieri, autentici criminali o miseri malcapitati che difficilmente avrebbero scelto di vivere insieme, si ritrovano a convivere in una realtà confusa e disordinata, dove diviene indistinto ogni limite e la stessa identità personale rischia di perdersi. Paralizzati in un'ininterrotta inattività, serrati nell'immobile stretta dei corpi, mortificati nell'intimità, per tutti costoro resistere è una prova durissima, così, sempre più frequentemente, qualcuno crolla e cerca nella morte la liberazione dal dolore.
L'anno scorso si sono uccisi in carcere oltre 60 detenuti. Il carcere sottrae all'individuo la cura di se stesso, lo priva della sua autonomia, della sua libertà, lo separa dal proprio mondo, dalla propria realtà sociale, dai propri affetti, dai propri ruoli ed esercita su di lui un'azione totale e spersonalizzante. In soli tre o quattro anni - denuncia il portavoce di Sant'Egidio, Marazziti - con l'aggiunta della crisi economica si è creata un'accelerazione nel numero di carcerati che non ha precedenti nella storia d'Italia e che non ha alcuna corrispondenza con il tasso di criminalità. Eppure, quasi tutti i reati sono in diminuzione da circa due decenni, salvo poche eccezioni.
Più volte, come ho già precedentemente rilevato, si è cercato di ridurre le tensioni causate dal sovraffollamento attraverso indulti o amnistie, ma in difetto di azioni mirate sulla durata dei processi e sulla introduzione di misure alternative alla detenzione.
A nulla sono serviti i moniti del Presidente della Repubblica e di Benedetto XVI, i quali da tempo e con parole angosciate sollecitano la coscienza morale di tutto il Paese su questa emergenza.

Lo ripeto: senza quelle azioni mirate nessun miglioramento sarà possibile.
A tutto ciò si aggiunge anche un'emergenza di pubblica sicurezza, posto che l'incremento del numero dei detenuti non è accompagnato da un proporzionale aumento delle forze dell'ordine penitenziarie, che da tempo denunciano questa situazione senza mai avere risposte reali, concrete ed efficaci. Né può costituire un concreto supporto all'azione delle stesse la sperimentazione dei braccialetti elettronici, non soltanto per i costi, ma soprattutto per l'adeguatezza tecnica ancora tutta da dimostrare.
Il decreto-legge cosiddetto «svuota carceri» interpreta l'invito del primo Presidente della Corte di cassazione contenuto nella relazione sull'amministrazione della giustizia dell'anno 2011 e rivolto alla politica, alla magistratura, nonché all'opinione pubblica e all'informazione a cambiare cultura sul carcere. Il Presidente Lupo ha detto testualmente che l'emergenza carceraria chiama in causa innanzitutto il legislatore, che pare troppo condizionato dalla perdurante concezione panpenalistica che assegna alla risposta penale la sanzione di ogni comportamento deviante.
Il difetto endemico del nostro sistema - a causa dell'eccessiva distanza temporale tra condanna ed esecuzione della pena - comporta sovente la spinta ad anticipare in corso di processo e di indagini il ricorso al carcere al fine di offrire una risposta illusoriamente rassicurante alla percezione collettiva di insicurezza sociale. L'appello ai giudici ad essere innanzitutto garanti della libertà e della dignità delle persone va accompagnato dall'altrettanto fermo appello all'opinione pubblica e soprattutto a chi ha la responsabilità di informarla, formarla e orientarla.

Non si può a giorni alterni, sotto la spinta di diverse emozioni, evocare la presunzione di innocenza contro i provvedimenti di cautela processuale per taluni indagati e indignarsi per la mancata adozione di misure carcerarie per altri indagati, anche in assenza dei presupposti di legge.
Stipare 68 mila detenuti in condizioni logistiche adeguate ad un numero nettamente inferiore contrasta palesemente con i principi della nostra Carta costituzionale. In particolare, contrasta con gli articoli 27 («le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione del condannato») e con l'articolo 32 («la Repubblica tutela la salute come fondamentale diritto dell'individuo e interesse della collettività»). Si tratta di principi inderogabili anche a fronte di gravi difficoltà economiche che ostacolano l'ammodernamento delle strutture carcerarie esistenti o la realizzazione di nuove strutture.
Voltaire affermava che il grado di civiltà di un Paese si misura osservando la condizione delle sue carceri. Queste rappresentano certamente un luogo di espiazione che però non deve perdere di vista i diritti fondamentali dell'uomo e le finalità costituzionali della stessa detenzione che è la rieducazione. Lei stessa, Ministro Severino, ha giustamente evidenziato come lo Stato non ripaga mai con la vendetta anche chi si è macchiato di delitti gravissimi, ma vince con le armi del diritto e dell'applicazione scrupolosa della legge.
La rieducazione, però, non può essere intesa se non come sinonimo di recupero sociale, di reinserimento sociale e di risocializzazione. Giova ricordare che nella sentenza del 16 luglio 2009 la Corte europea dei diritti dell'uomo per la prima volta condanna l'Italia per violazione dell'articolo 3 della Convenzione europea per la salvaguardia dei diritti dell'uomo e delle libertà fondamentali, proprio in ragione delle condizioni di sovraffollamento da me descritte.
Secondo gli standard di riferimento utilizzati dalla Corte di Strasburgo, infatti, ogni detenuto ha diritto a 7 mq di spazio in cella singola e 4,5 mq in quella multipla.

Non risultando rispettati tali parametri, il nostro Paese è stato condannato - lo ricordo - al risarcimento di mille euro per danno morale al cittadino bosniaco Sulejmanovic, un rom condannato per furto nel 2002.
Per questo, lo ribadiamo, è giunto il momento di affrontare le emergenze e di individuare interventi strategici che consentano, anche nel nostro Paese, un miglioramento strutturale di una situazione dannosa che umilia la dignità umana dei detenuti e degli operatori, inadeguata ad una nazione di grande civiltà e cultura giuridica come l'Italia.
Il decreto-legge «svuota carceri», preceduto da quello «salva Italia», che ha riavviato il programma di edilizia carceraria, rappresenta, senza dubbio, un primo e importante passo in avanti in tale direzione. Finalmente, si affronta un tema da sempre dimenticato e ridotto ad un problema di mera edilizia penitenziaria o, peggio, strumentalizzato in chiave securitaria, secondo una logica che identifica sempre nel reo un nemico pubblico da escludere, privo di diritti e garanzie, anziché un trasgressore della legge da rieducare ai valori della legalità e che, nonostante l'impianto rigorosamente garantisca della nostra Carta costituzionale, troppo spesso, a causa dell'inefficienza della macchina giudiziaria, nei fatti nega a troppi presunti colpevoli le garanzie di libertà.
Particolarmente significativo è, in tal senso, l'estensione a diciotto mesi del residuo di pena che consente ai detenuti di essere ammessi alla detenzione domiciliare. Non escluderei, in linea di previsione, il possibile impiego, una volta liberati, in vari settori socialmente utili. Una disposizione questa che, lo voglio ricordare, non si applica ai reclusi per reati particolarmente gravi o soggetti a regime di sorveglianza particolare, peraltro disposta caso per caso dal giudice che acquisisce una relazione dal carcere sulla condotta penitenziaria del condannato.
Bisogna, tuttavia, avere cura che questa misura non comporti un aggravio eccessivo per le forze dell'ordine chiamate, senza risorse sufficienti, a monitorare i detenuti domiciliari, con il rischio che siano essi a pagare penalmente il possibile aumento delle evasioni, cosa che costituirebbe un'ingiustizia inaccettabile.
Questo è il bilanciamento realizzato da tale norma, fra difesa sociale ed esigenze di rieducazione del condannato e, quindi, in un certo senso la cifra del decreto-legge, che è uscito dal Senato ulteriormente migliorato, soprattutto nelle parti volte ad evitare le cosiddette «porte girevoli», ossia l'ingresso in carcere di soggetti in attesa della convalida dell'arresto, che spesso vengono subito rilasciati a piede libero e talora addirittura senza la convalida di quell'arresto. 
L'esigenza di arginare il fenomeno è, del resto, necessaria non solo in funzione deflattiva della popolazione degli istituti penitenziari ma, anche e soprattutto, perché, come dimostrano le statistiche, il maggior numero dei suicidi in carcere si verifica proprio nei primi giorni di ingresso, quando i detenuti sono in attesa di giudizio e, per giunta, presunti colpevoli o potenziali innocenti. Va, dunque, evitato il più possibile che laddove non vi siano esigenze di difesa sociale i soggetti non pericolosi siano tradotti in carcere nella fase precautelare.
In questa direzione, il testo prevede un sistema di custodia graduale, ispirato al principio della residualità della detenzione in carcere.

Rappresenta, senza dubbio, un'importante conquista sul terreno delle garanzie, prevedere in prima istanza, esclusi i soggetti pericolosi, l'arresto domiciliare, non solo per la richiamata funzione di deflazionare le carceri ma, anche e soprattutto, per non immettere nel circuito penitenziario persone che ne uscirebbero dopo due giorni, ma gravemente segnate da quella esperienza a dir poco traumatica.
In sintesi, quale misura ordinaria da disporsi in caso di arresto per reati di competenza del tribunale monocratico, esclusi furto con scasso, in abitazione e rapina, si prevedono gli arresti domiciliari. Solo in caso di indisponibilità di un domicilio o di luoghi di cura ovvero di pericolosità dell'arrestato, il soggetto sarà condotto in strutture idonee nella disponibilità della polizia giudiziaria o, in caso di necessità, in carcere.
Il testo originario del decreto-legge aveva sottostimato grandemente l'impatto della previsione della custodia, limitandolo solo alle camere di sicurezza nella disponibilità delle forze di polizia, notoriamente inidonee a contenere stabilmente i detenuti in attesa di convalida con il rischio, altresì, che nei grandi tribunali il GIP dovesse peregrinare da un commissariato all'altro, con inevitabili e pericolosi ritardi.
A tal proposito non si può non sottolineare che anche l'incremento dell'uso delle celle di sicurezza e della detenzione domiciliare, data l'esiguità di risorse umane e strumentali, richiede alle forze dell'ordine attività di controllo aggiuntive rispetto a quelle istituzionali proprie come, ad esempio, il controllo del territorio o di priorità assoluta a fronte di una sempre maggiore richiesta di sicurezza. Sarebbe, quindi, auspicabile un innesto di nuovo personale tenuto conto della natura di tali compiti che richiedono operatività ed efficienza fisica.

Apprezziamo l'integrazione delle risorse finanziarie pari a circa 57,27 milioni di euro per l'adeguamento, potenziamento, messa a norma di infrastrutture carcerarie; l'estensione della partecipazione al dibattimento a distanza e la testimonianza di persone detenute; l'applicazione del regime delle visite in carcere senza autorizzazione dell'amministrazione penitenziaria ai parlamentari europei.
Ci auguriamo che siano presto adottate misure organiche e che in via strutturale vadano a modificare il sistema giudiziario quali la depenalizzazione dei reati minori cosiddetti bagattellari e l'incentivazione delle pene alternative alla detenzione.
Avviandomi alla conclusione, voglio infine richiamare l'attenzione su un'altra piaga del sistema carcerario: la situazione sanitaria. Nonostante la legge sul riordino della medicina penitenziaria attribuisca a detenuti e internati diritti ben precisi, i morti per problemi di salute aumentano di anno in anno.
In questa delicata cornice si inserisce il dramma degli OPG - estremo orrore inconcepibile in qualsiasi Paese appena civile, così li ha definiti il Presidente Napolitano - che ci auguriamo finalmente superato in favore di strutture a vocazione essenzialmente terapeutica e garantite, tuttavia, dalla presenza all'esterno della polizia penitenziaria così da coniugare esigenze di difesa sociale e diritti alla salute e alla dignità per gli internati.
Il termine di chiusura fissato il 1o febbraio 2013 è una sfida impegnativa che ci auguriamo sia vinta non soltanto nella formula ma anche nella sostanza, assicurando non solo un cambio di luoghi di Pag. 65cura, ma tutte le risorse necessarie non solo a curare malati pericolosi ma anche a garantire la sicurezza sociale.
Si tratta comunque di un passo importante, di civiltà giuridica atteso da anni e non più rinviabile, segno di una rinnovata attenzione alle garanzie e ai diritti fondamentali che speriamo possa essere il tratto caratterizzante della politica, in primo luogo, ma non solo, sul terreno della giustizia e, altresì, di una nuova stagione politica che riporti al centro la persona quale cifra fondamentale nella declinazione di qualsivoglia provvedimento diretto ad affrontare e a risolvere i problemi antichi e nuovi di una società come la nostra, moderna e complessa, in continua e imprevedibile evoluzione.