
Lamezia Terme, 29 marzo - Ci sono giovani di talento che per avere un’opportunità di lavoro devono andare via dalla propria città, dalla propria regione e, sempre più spesso, dall’Italia. E’ il caso del lametino Alessio Caravella, ingegnere chimico, ricercatore presso l’Aist, National Institute of Advanced Industrial Science and Technology, di Tsukuba, in Giappone. Il dottor Caravella ha vissuto in prima persona la tremenda esperienza provocata dallo tsunami nella zona nord del Paese asiatico e il caos nella centrale di Fukushima che, tra l’altro, dista 220 km dalla città in cui lavora. Ora il ricercatore è ritornato a Lamezia, in attesa di ripartire per il Giappone. Lo abbiamo incontrato e gli abbiamo chiesto di raccontarci la sua esperienza di quei giorni in cui tutto il mondo è rimasto con il fiato sospeso.
Il terremoto, quel giorno, è arrivato in un momento della giornata in cui si era al lavoro. Come l’ha vissuto?
“C’è da dire che lì in Giappone ci sono scosse ogni settimana, anche se ultimamente si erano intensificate. Quel giorno, venerdì 11 marzo, mi trovavo in ufficio dietro la mia scrivania. Dall’altra parte della stanza c’era la mia collega francese, mentre gli altri del team, tutti giapponesi, erano fuori stanza. Mentre stavo lavorando muovevo le gambe ed ho notato che anche la scrivania aveva iniziato a tremolare. Ho smesso di muovermi. Ho pensato: mi fermo con la gamba così si ferma anche la scrivania. Invece, no. La scrivania ha continuato a muoversi. E’ stato un attimo. Ci siamo scambiati un’occhiata con la collega e contemporaneamente ci siamo rannicchiati sotto le rispettive scrivanie che sono tutte in metallo. Dopo due o tre secondi la scossa è arrivata alla sua massima intensità tanto che le pareti della stanza oscillavano terribilmente come se un gigante, da fuori, sballottasse violentemente una scatola. E’ durato un bel po’. Danni, per fortuna, non ne abbiamo avuto tranne un computer. In Giappone le strutture sono tutte antisismiche: si muovono, vibrano ma non crollano. Anche perché, specie negli uffici, è tutto ancorato, come vogliono le norme antisismiche. Ad esempio, un armadio viene fissato a terra e al muro. Nel momento in cui si è dato un layout alla stanza non si può più cambiare. Anche i libri hanno una astina che li regge”.
Cosa ha fatto finita la scossa?
“Abbiamo preso gli elmetti e ci siamo diretti fuori nello spiazzo che funge da punto di raccolta. C’era un freddo gelido. Il capogruppo ha fatto l’appello: ironia della sorte, l’ultima simulazione l’avevamo fatta solo due settimane prima. Mentre eravamo lì la terra ha vibrato di nuovo e ha continuato a tremare per altre due, tre ore. All’appello nel piazzale è arrivato anche il marito della mia collega francese: era bianco come un cadavere. Lui sta in un ufficio al settimo piano. Se ho sentito così violentemente la scossa al piano terra, non oso immaginare cosa abbiano provato quelli dei piani superiori”.
Ha provato a mettersi in contatto con i familiari a Lamezia?
“In Giappone, durante emergenze di questo tipo, bloccano i ripetitori per dare la precedenza alle chiamate di emergenza. Quindi prendere la linea era impossibile. Anche la linea internet era bloccata perché non c’era la corrente elettrica. Il mio problema maggiore era contattare mia madre. Ci sono otto ore di fuso orario e, se per me erano quasi le tre del pomeriggio, per lei era quasi l’ora di alzarsi, magari di accendere la televisione e guardare il primo Tg che dava la notizia del terremoto in Giappone. Infatti mia madre mi ha detto poi di aver provato centinaia di volte a chiamarmi. Purtroppo, in quelle ore, rispondeva solo la segreteria telefonica che in giapponese le diceva di riprovare più tardi. Dopo circa sei ore, mentre ero in bicicletta ed era ormai sera, non so come, il mio cellulare ha squillato. Era mia madre che era finalmente riuscita a prendere la linea. L’ho tranquillizzata, almeno fino al giorno dopo, quando poi si è diffusa la notizia dei problemi alla centrale di Fukushima”.
Infatti, il problema maggiore che ha comportato la fuga degli italiani presenti in Giappone sono stati i disastri alla centrale di Fukushima. Cosa è successo poi?
“Gli altri ricercatori sabato mattina venuti a conoscenza del problema radioattivo hanno raggiunto l'aeroporto di Tokio. Purtroppo non ho potuto e voluto seguirli. Avevo due problemi: uno è che conservo tutti i miei documenti, compreso il passaporto, in ufficio dove non potevo accedere per la mancanza di energia elettrica. Il secondo problema è che comunque avrei voluto avvisare il mio superiore e informarlo della mia intenzione”.
L’ha fatto poi il lunedì?
“Ho passato due giorni e mezzo da incubo. Avevo paura che il reattore esplodesse. E se un terremoto o uno tsunami lo vedi, per le radiazioni il discorso è diverso. Lunedì hanno finalmente aperto manualmente le porte dell’Istituto e ho preso tutti i documenti. Ho informato il mio capo di voler andare via per stare un po’ più tranquillo fino a che la situazione alla centrale non si stabilizzasse. Lui ha cercato di convincermi a rimanere dicendomi che la situazione era sotto controllo e che aveva bisogno di una mano. Mi sono trovato tra due fuochi: qualcuno aveva bisogno di me e nel contempo mia madre era in forte agitazione. Ho sofferto questa situazione in quanto nel momento del bisogno ero costretto ad andare via. Il giorno dopo da internet ho appreso sul sito della Bbc che la Tepco, responsabile delle centrali nucleari, stava facendo evacuare il personale. Ho scritto subito una mail al mio capo spiegandogli che le cose non stavano poi come il suo governo voleva far credere e che la mia ambasciata aveva lanciato l’allerta. Subito dopo mi sono precipitato in aeroporto. Avevo già un biglietto di ritorno per il 25 marzo, ma volevo partire subito”.
E’ riuscito a partire subito?
“Sono stato fortunato perché sono arrivato al banco della Russian Airlines e mi hanno cambiato il biglietto: c’erano solo due posti liberi. Uno l’ho preso io. Tempo di sbrigare le pratiche di cambio e si sono fatte le 12:50. Alle 13:00 ho preso il volo. Per fortuna non avevo bagagli da imbarcare altrimenti avrei lasciato tutto lì. Ad altre persone e colleghi che si sono mossi prima di me, domenica mattina, le compagnie aeree hanno chiesto cifre esorbitanti. Sono arrivato a Mosca alle 17:00 ora locale, di martedì 15, ho aspettato dodici ore all’aeroporto. Non c’era purtroppo il cambio, ma per me l’importante era che mi cambiassero subito quel biglietto. Sono arrivato a Milano da mio fratello mercoledì. Tornerò il sei aprile. Onestamente il problema grave è che devono spegnere questo reattore numero tre. Lì c’è l'1% di plutonio, cosiddetto "mox". Il plutonio ha 50.000 anni di decadimento, lo iodio otto giorni. Con il plutonio non si scherza. Va interrato”.
E’ vero che non pagheranno le ferie agli stranieri che sono andati via dal Giappone in questi giorni?
“Si. In pratica in Giappone è diverso che da noi: lì non esiste il sindacato. Ad esempio se un giorno si decide che gli stipendi devono essere dimezzati, il giapponese pensa che dietro questa decisione ci sia un motivo e lo accetta. Io non sono stato proprio toccato da questo. Il mio capo mi ha detto che da me funziona diversamente e quindi potrò recuperare questi giorni. Però gli altri colleghi hanno questo problema e la lettera all’Ambasciata l’ho firmata anche io. In pratica loro contano questi giorni di assenza dal Giappone dopo il terremoto come ferie. Se tu hai 14 giorni all’anno di ferie loro ti scalano le ferie. Se non ce l’hai ti detraggono ogni giorno perso dallo stipendio mensile. Per loro se non lavori, indipendentemente dal perché, non produci e quindi non hai diritto alla retribuzione. Però, quello che vogliamo non è vederci riconosciute le forzate assenze, ma chiediamo di avere la possibilità di recuperare le ferie”.
La sua esperienza è emblematica perché rispecchia quella di tanti ricercatori italiani che devono andare all’estero per potersi realizzare.
“Il mio è un centro di ricerca Aist (National Institute of Advanced Industrial Science and Technology). Sono in Giappone dal settembre 2009 e svolgo il mio lavoro che è quello d’ingegnere chimico. Mi occupo di simulazione numerica di processi chimici tramite computer. Da settembre partirà un’altra borsa di studio per altri due anni, cataclismi permettendo. Se c’è la possibilità, è ovvio, preferirei rimanere in Giappone. La vita lì è completamente diversa. Loro investono molto, sono il Paese, dopo gli Stati Uniti, che investe di più nella ricerca. A parte lo stipendio di ricercatore, che non è neanche paragonabile a quello di un ricercatore italiano, hanno delle apparecchiature all’avanguardia e un tessuto industriale molto avanzato. Hanno un particolare interesse perché capiscono che se oggi fai ricerca, domani sarai più avanti degli altri. In Italia i progetti che ci sono, e sono interessanti, sono fini a se stessi perché non c'è un dopo. Non perché ciò che si ricerca non sia valido, bensì perché non ci sono referenti industriali che vogliano investire. Relativamente invece all’Istituto dove lavoro sono le industrie nipponiche che co-finanziano la ricerca assieme allo Stato. Questo bandisce il progetto mentre le aziende interessate investono i capitali per avere il loro ritorno".
Sa che dopo quanto è avvenuto in Giappone, in Italia sono state rimesse in discussione le centrali nucleari?
“L’Italia è una nazione sismica. Prima di votarsi al nucleare è bene riflettere profondamente. Personalmente sono favorevole allo sviluppo nucleare, però è impensabile andare a costruire centrali nucleari nel meridione d'Italia, zona particolarmente sismica. A parte ciò sono del parere che si stia parlando del niente".
Virna Ciriaco
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