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Lamezia Terme, 11 luglio – A poche ore dalla manifestazione contro la recrudescenza criminale in città, che si svolgerà questa sera davanti al Tribunale di Lamezia, giunge l’appello che il vescovo Luigi Cantafora ha voluto indirizzare alla città e che pubblichiamo qui di seguito integralmente.

La criminalità organizzata di stampo mafioso piaga profondamente la nostra città, e sciaguratamente non cessa di spargere sangue. La popolazione di Lamezia Terme è sbigottita da tanta crudeltà, per le uccisioni, gli attentati e le intimidazioni, le libertà violate e la dignità umana calpestata. Perché tutto questo? Per denaro, per dominio, per eclisse dei valori umani e cristiani, o altro ancora? Quando i malavitosi capiranno che il male porta altro male, la violenza genera violenza, la vendetta richiama vendetta, e il tutto ricade inevitabilmente anche su di loro e sulle loro famiglie? La città sembra fuorviata da oscuri manovratori, intenzionati a non fermare le mani omicide verso persone innocenti e finanche tra loro stessi. Ma l’onore di ciascun essere umano sta nel custodire e non nell’uccidere il fratello! «A tutti i credenti, agli uomini e alle donne di buona volontà, diciamo apertamente che abbracciare o anche solo simpatizzare con una concezione dei valori della vita quale quella mafiosa è contrario al Vangelo e al bene della società e dell’uomo, perché l’appartenenza o la vicinanza ai clan non sono un titolo di vanto o di forza, bensì di disonore e debolezza» (CEC, Annunciare il vangelo della vita nella nostra terra per un futuro di giustizia e carità, n. 18). Chi sparge violenza e paura nella società non è uomo d’onore! L’onore si addice a chi fa il bene, non il male: essere mafiosi è peccato grave e la mafia genera e alimenta strutture di peccato. Non vi sono giustificazioni. Noi stessi non possiamo pensare di ripararci in campi neutri, che non esistono. Nella città esistono strati sociali che educano alla legalità; uomini e donne al servizio della polis, associazioni laiche ed ecclesiali impegnate per il bene comune, famiglie che testimoniano con sacrifici l’onestà; scuole che insegnano i valori civici; imprenditori e commercianti coraggiosi che resistono ai mafiosi e denunciano; giovani che amano la vita democratica e libera.

Eppure, tutto questo non basta. La città è grata e si stringe vicino a una magistratura operosa e a forze dell’ordine dedite a debellare la malavita. Ma da sole non possono bastare. La Chiesa è chiamata a fare la sua parte e cerca di farlo nel suo quotidiano e ordinario servizio al Vangelo in ogni ambito di vita in cui è radicata: ma anche tutto ciò sembra insufficiente. Dovremmo fare di più? Come cattolici, in particolare, dovremmo lasciarci orientare dagli insegnamenti della Dottrina Sociale della Chiesa, la quale indica nella carità – e non certo nell’egoismo o nella mafiosità – la via maestra (Cfr Benedetto XVI, Caritas in veritate, n. 2) a difesa della dignità di ogni uomo; ricostituendo, così, le fila di una “grammatica sociale” comune a tutti gli strati che compongono la comunità civile, prima che la nostra civiltà sprofondi ulteriormente nel relativismo etico e giuridico, che si annida ormai nelle istituzioni, nella cultura e nel modo di pensare della gente.

La lotta alla mafia in tutte le sue denominazioni e in ogni area del Paese va accompagnata, infatti, da una coerente azione educativa e dotando l’amministrazione giudiziaria delle risorse atte a favorire la certezza del diritto. Quest’invito alla carità personale, familiare, sociale e politica ce lo rivolge il Papa Benedetto XVI, che verrà a far visita alla Diocesi di Lamezia Terme il 9 ottobre prossimo.  Come vescovo, mi sento unito nel desiderio e nella volontà di legalità che anima tutti gli uomini e le donne di buona volontà di Lamezia Terme, uomini e donne che nei differenti ruoli della vita civile e politica si impegnano nella quotidianità a superare la mafiosità come cultura e la mafia come pratica”.