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di Salvatore Vitello*

Lamezia Terme, 5 aprile - Riportiamo qui di seguito il messaggio di commiato che il procuratore Salvatore Vitello ha voluto scrivere a tutti i cittadini di Lamezia Terme in vista del suo trasferimento a Roma in veste di Vice Capo Gabinetto presso il Ministero di Grazia e Giustizia.

"Spesso mi sono chiesto, ed anche qui a Lamezia tante volte, specie nei momenti drammatici delle demolizioni,  sono giusto nell’esercizio della mia funzione? E poi mi domando: chi è il giusto? La qualità di una persona si vede nei fatti, nel concreto, e, in particolare, anche nelle relazioni che stringe e nel modo di stringerle. Sono lontani dal modello di giusto coloro che fanno mostra di voler litigare, polemizzare con gli altri, specialmente se poi lo fanno da piazze mediatiche, per ottenere visibilità pensando di colpire e di fare breccia nella c.d. opinione pubblica con l’invettiva. E’ giusto colui che conserva la memoria del passato e ne fa tesoro: i propositi palingenetici, di chi vuol ripartire da zero, dopo aver fatto tabula rasa, si risolvono prevalentemente in pretese velleitarie.

Nel ricerca di senso alla propria vita, mi sono reso conto che non serve contrapporsi, che ha invece un valore elevato l’ agire collettivo. Io credo che sia necessario  vivere bene  il nostro inverno: per apprezzare la nostra  primavera, che è già presente ed il cui ricordo rimarrà per sempre nelle nostre vite. Grazie miei cari concittadini di Lamezia, grazie anche voi concittadini del circondario, ho sentito la vostra vicinanza tutti i giorni ed in ogni mia azione, ho sentito le vostre tensioni e le vostre ansie,   esse sono state uno stimolo eccezionale  che mi hanno consentito  di  vivere collettivamente un' esperienza straordinaria.

Questi tre anni d'intenso lavoro mi hanno fatto crescere e, soprattutto, mi hanno consentito di osservare da vicino le numerose problematiche che affliggono questa nostra comunità. Fondamentalmente il problema che la gente avverte come prioritario è quello della politica. Lamezia avverte, nella stessa maniera in cui si percepisce a livello nazionale, che oggi la politica si connota per una minore autonomia del suo personale rispetto ai capi. Il problema della frammentazione, che si produce per un fenomeno analogo che c'è ancora nella società civile, è risolto cercando di mantenere vincoli di fedeltà personale. Questo determina una certa indifferenza per le questioni ideali o di principio e per i corrispondenti atteggiamenti etici, analogamente in qualche modo a quello che accadeva quando si trattava di coprire un sistema di finanziamenti illeciti piuttosto esteso. Non è un fenomeno che si osserva solo in una certa parte politica. Questa situazione frustra tentativi di dialogo fondati su argomenti non collegati ai contingenti assetti politici determinati da vincoli di fidelizzazione. Il problema è sempre, principalmente, se si è contro o a favore di questa o di quell'altra persona, non, ad esempio, se certi nuovi assetti che si vogliono dare ai processi in vista di determinati risultati siano effettivamente idonei a produrre gli effetti a cui si dice di mirare.

Ecco, quindi, che chi voglia doverosamente mantenere un atteggiamento di distacco nel ragionare di certi argomenti con la politica si trova poi a malpartito perché, a monte, prima di ogni cosa, viene richiesta una precisa opzione in favore di questo o di quel capo politico e dei suoi amici. Vale a dire un'opzione di collateralismo in senso marcatamente personale. Ecco qui il problema dinanzi al quale ci troviamo nei rapporti con la politica di oggi. Dalle nostre parti questo problema diventa ancora più grave perché alla politica ci si affida per la ricerca di un lavoro, per il quale si è disposti a qualsiasi rinuncia. Questa tendenza all’accomodamento per interessi personali implementa e vitalizza una idea cattiva di potere.

Il potere è, sempre, insieme un dovere e una tentazione. E in faccende simili, in democrazia, non è che la questione sia semplicemente nel rappresentare al meglio una propria base di associati. Uno dei lavori del politico è proprio quello di "formare" una propria base, interpretandone le esigenze ma anche proponendo principi e soluzioni. La base, come tale, spesso non esprime ancora un orientamento valido, bisogna proporglielo dopo averci ragionato su perché lo accetti e ne condivida la responsabilità. Nella base ci sono sempre anche spinte meramente di potere, che vanno incanalate e contenute. Si chiedano allora, i nostri dirigenti e i nostri futuri candidati, chi vogliono rendere veramente presente nella loro azione. E' in gioco solo una questione di potere o qualcosa di più e di diverso? E, se non è solo questione di potere, si potrebbe fare, quando sarà il momento, una campagna elettorale un po' diversa da quelle del passato,  dove non prevalga la ricera dissennata del consenso, che vede coinvolti anche uomini di malaffare, specialmente in questo momento storico così difficile per noi, ma, in generale, per la nazione. Si cerchi per favore di non ripetere quella deleteria situazione dell’ultima campagna elettorale, caratterizzata da un carico di violenza inaudita.

E’ possibile, lo so che è così, dare spazio all'interesse di tutti, noi e gli altri, prospettando per il futuro non solo la prevalenza di un gruppo o di una coalizione di gruppi sugli altri, ma una nuova armonia che componga il nostro pluralismo ideale sulla base di principi e impegni comuni. Come c'è un potere viziato esiste anche un consenso viziato. Teniamoci lontani da simili tentazioni per il bene di tutti, soprattutto delle nostre relazioni, che devono reggere una qualità di vita decente.

Diceva un filosofo del '700 che un popolo sembra che non parli, che non si manifesti, invece ha un’anima e quest’anima la si esprime nelle tradizioni religiose (tranne quando i criminali intervengono ad usurparne i riti per ragioni di ostentazione), nelle tradizioni popolari, nelle manifestazioni più intime. Lì tu vedi, scorgi quella che è la voce e l’animo stesso dei cittadini e l’ insieme di valori che li circondano, valori che  abbiamo il dovere di conservare e di perpetuare, per far ricordare alle nostre generazioni qual è il nostro passato, qual è la nostra memoria storica. Si avverte il bisogno di rompere certi tabù: quello della raccomandazione per ogni cosa. Di superare la convinzione (che inquina dal nascere il consenso sulla classe politica) che al posto fisso, in una pubblica amministrazione, prima o poi, ci si arriva perchè magari conosci il segretario, l ‘autista, la donna di servizio dell’onorevole.

Il lavoro, il lavoro onesto, sì è questa la vera svolta per superare la tendenza alla rassegnazione e alla accettazione di quel perverso connubio tra politica, impresa parassitaria e malaffare di natura criminale, mafioso o meno. Per arrivare a questo traguardo non vi sono strategie da varare o percorsi da inventare, bisogna solo assumere una corretta dimensione dei doveri che ciascuno nel proprio campo è chiamato ad assolvere.

Tutto l’ufficio giudiziario (mi sento di parlare anche con il Tribunale, per la comunanza di valori che ci lega al suo Presidente, ai giudici ed al personale amministrativo) ha creduto di costituire ed ha la pretesa di contribuire a realizzare un modello di vita migliore per tutti. Insomma, abbiamo lavorato per voi, miei cari concittadini. Non sempre ci siamo riusciti come volevamo, ma da parte mia e di tutti coloro che mi sono stati vicini abbiamo dato il centuplo.

Scriveva Aristippo " Tre cose tengono l ‘animo quieto e tranquillo: lasciarsi dietro quello che non ci riguarda o non ci appartiene, non disperarsi per le fatiche inutili e non rovinarsi la digestione per delle cose che sono sempre accadute e continueranno ad accadere".  Forse la citazione di questo filosofo della Cirenaica, potrà apparire contraddittoria, ma mi è utile un aneddoto che si racconta sul suo conto, che riflette l’etica in cui credeva, fondata sulla difesa dell’autodeterminazione, contro ogni forma di pressione esterna, anche di tipo economico


« Una volta Simo, tesoriere di Dionisio - briccone originario della Frigia - gli mostrò una casa magnifica e pavimentata a mosaico; Aristippo espettorò profondamente e gli sputò in faccia. L'altro protestò, ma Aristippo di rimando: 'Non avevo un posto più adatto...' » (Diogene Laerzio, Vite dei filosofi, II 75;)

Una risposta simile, in un contesto di forte tracotanza criminale, è immaginabile e realizzabile solo se il singolo sa di potere contare sull’appoggio della sua comunità, come si  è espressa nella gioiosa e numerosa manifestazione del “Giorno che non c’è”. Mi piacerebbe pensare ad una nuova dimensione sociale nella quale ogni cittadino serio al malavitoso (specie se di apparente rispettabilità) che gli proponga lusinghe economiche da conseguire con la violenza o la frode, reagisse al modo di Aristippo, la cui filosofia del quotidiano abbiamo in qualche modo seguito.

Lasciarsi dietro quello che non ci riguarda: non ci riguarda il mormorio e l’insinuazione di bassa lega; la maldicenza e le chiacchiere da bar. Non li abbiamo considerati e ci siamo concentrati sui fatti, che abbiamo ricercato ed approfondito, esaminandoli con buon senso ed equilibrio. Lo sproloquio e la dialettica senza senso non li abbiamo neanche presi in considerazione.

Nella ricerca dei fatti abbiamo faticato e fatto faticare le forze di polizia, alcune volte si è trattato di fatica inutile (anche se il concetto è molto relativo, poiché lavorare per un’ipotesi che poi si dimostra non fondata, non è mai tempo perso), ma non ci siamo disperati, perché abbiamo lavorato per un fine valido, la ricerca della verità, e per questo non ci  è mai dispiaciuto verificare che la nostra ipotesi di lavoro iniziale è stata poi smentita dall’assenza di riscontri. Insomma, non ci siamo fatti trascinare da un amore sconsiderato per le nostre tesi.

Non ci siamo strappate le vesti per il malaffare e gli assetti criminali che abbiamo scoperto, ma abbiamo agito con il necessario distacco, senza guardare in faccia a nessuno, serbando il giusto equilibrio e mantenendo a livelli elevati il nostro profilo di imparzialità.

Questa è la figura di pubblico ministero che insieme ai sostituti dell’ufficio abbiamo coltivato e perseguito, consapevoli che il nostro ufficio (al pari degli altri insediati in analoghi contesti socio-economici), quale presidio giudiziario di prossimità, è l’avanposto principale cui il cittadino si rivolge per far valere la sua pretesa di legalità.

L'augurio che mi sento di fare a tutti, in questa Pasqua cristiana dell'anno 2012, è quello di ritrovare o ravvivare in voi la fiducia che, in ogni cosa umana, l'ultima parola non è quella della forza bruta, il potere per il potere, quello che alla fine crocifigge per mantenersi, ma quella della vera festa, in cui tutti possono gioire della vita come può veramente essere, se solo non si considerano fallaci e caduchi certi valori di natura paradossale. Siate, dunque, tutti veramente liberati, nelle vostre vite, in tutte le vostre occupazioni e attività, nella famiglia come nel lavoro o in politica, al modo che in religione si ritiene essere quello dei figli di Dio.  Un grande ed affettuoso abbraccio".

*Procuratore Capo

presso il Tribunale di Lamezia Terme

 

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