
Lamezia Terme, 13 aprile – Si è svolto oggi l’incontro, nella sala convegni del Comune in via Perugini, tra il procuratore della repubblica Salvatore Vitello e l’Amministrazione comunale. Una sorta di commiato al quale hanno partecipato il Sindaco, gli assessori e diversi consiglieri comunali, forze dell’ordine e giornalisti. Dopo diverse parole di elogio per il lavoro svolto sul nostro territorio dal procuratore Vitello, allo stesso sono stati donati sia il libro che parla della città di Lamezia che un manufatto simbolo della stessa. Alla fine, il procuratore Vitello ha preso la parola ed ha improvvisato un discorso di commiato che qui vi riportiamo.

“Oggi voglio dire a queste persone che in qualche modo mi stimano e che hanno un ruolo istituzionale e con le quali abbiamo interagito cercando sempre però di mantenere uno stile sobrio e rispettoso, ecco allora come oggi voglio essere me stesso ed esprimere quello che sento così come lo sento. E ciò che dico non è un fatto accademico. Ma corrisponde esattamente a quello che oggi è il mio animo. E’ un animo triste il mio perché questa città è un luogo in cui ho dato tanto, tre anni intensi della mia vita, ho intrecciato relazioni umane. E’ un luogo in cui ho vissuto. Vedete, il vivere in una comunità è un fatto che va oltre il lavoro o l’attività che si svolge perché se ha un suo significato questa vita, il vivere in una comunità inevitabilmente coinvolge i sentimenti. C’è poco da fare. Io sono arrivato qui il 21 luglio del 2009 e vi devo confessare che non credevo assolutamente che si potessero avere i riscontri che ci sono stati. Lo dico ormai alla fine della mia vita professionale, perché la carriera l’ho fatta, sono grato al sistema giudiziario che mi ha fatto crescere dandomi le maggiori soddisfazioni che un uomo possa avere dalla vita, ovvero svolgere un lavoro che l’appassiona.
Quindi sono arrivato al massimo della carriera. Aspetto solo la pensione. Alla fine il Procuratore l’ho fatto, l’incarico direttivo me l’hanno dato, l’ho meritato non lo so ma l’ho avuto, vado a Roma non tanto perché sono stato promosso. Se la dovessimo mettere in termini correnti, l’esercizio del potere è più pregante nello svolgere il ruolo di Procuratore che non quello di Vice Capo Gabinetto, che ha funzioni di ausilio, ma non decide nulla. C’è una differenza enorme. Non è una promozione, ma un incarico che ho accettato non tanto perché ambivo a ricoprire quel ruolo, che peraltro avevo già svolto con il ministro Conso, ma per esigenze familiari. Ma riprendendo il discorso di prima, ecco, sono arrivato qui tre anni fa per lavorare. Potrà sembrare strano, ma è così. Io ho fatto il lavoro di giudice, sostituto, sono stato al Ministero ma sono molto attaccato al lavoro di sostituto e quando sono arrivato qui con l’incarico di procuratore ho svolto anche il ruolo di sostituto. All’inizio mi sono caricato di circa 2.000 procedimenti.
Per lavorare, e farlo come ho sempre fatto: dedicandomi anima e corpo al caso, alla vicenda che trattavo. Ho cercato, questo sì, di dare e valorizzare questo ruolo perché volevo contribuire a migliorare la vita di questa città. Avevo questa pretesa. All’inizio è stato difficilissimo, non riuscivo a trovare un modo di relazionarmi con la città e, a dirla tutta, mi sono sentito completamente solo. Questa è una confessione che faccio per la prima volta. Mi sentivo solo perché non riuscivo a trovare il modo d’intrecciare delle relazioni che contribuissero a darmi delle sensazioni nel recare qualche beneficio. Ricordo, dopo il primo mese, parlando con uno dei giornalisti, chiesi: “Ma questo lavoro che sto facendo si vede in città in qualche modo?” e quello mi diede una risposta che mi agghiacciò: “No, veramente non si vede affatto”. Questo fatto mi fece riflettere sul mio modo di lavorare, se il mio concentrarmi sui fascicoli fosse comunque sufficiente. E mi rendevo conto che non lo era. Ad un certo punto mi ero accorto che la città voleva dialogare con me ed io mi ero chiuso in quella stanza che all’inizio era la mia torre d’avorio perché non riuscivo a comunicare con la città.
Ecco, la figura del Procuratore istituzionale che ha una sorta di funzione sacrale. Questa cosa non corrisponde al mio modo d’essere. Non l’ho fatto come avrei voluto, perché mi piace andare per strada, incontrare la gente e chiedere come sta. Perché sono cresciuto in un piccolo paese dove l’essenza della vita era questa: la piazza. Diverse mattine ero tentato di scendere dall’ufficio in piazza della Repubblica e dire: “Bene, io sono il Procuratore quali sono i problemi?”. Perché è così che intendo la funzione del magistrato: vicino alla gente . E la intendo ancora di più così per il magistrato che ricopre un incarico istituzionale perché l’istituzione è per la gente e deve sentirsi vicino alla gente. Non ho mai ambito ad alcunché. L’unica cosa in cui ho sempre creduto è quella di vedere, così come è accaduto in questi giorni e per cui sono triste, gente che mi ringrazia. Cosa m’ interessa diventare procuratore generale se poi vedo della gente che viene da me e mi ringrazia per il mio lavoro? Io sono felice perché ho raggiunto il massimo livello professionale. E mi dispiace, dispiace tantissimo non ricevere più di queste soddisfazioni professionali perché sono le uniche cose in cui ho creduto e continuo a credere.
E mi dispiacerà che questa cosa non sarà così nell’incarico che a breve ricoprirò. Anche qui ci starò pochissimo, perché io sono per il fascicolo, per la vicenda, per il caso. Sono per la dialettica in udienza. Il riscontro al lavoro non è di natura burocratica perché bisogna verificare il proprio lavoro, nel dibattimento, nella relazione che hai con la controparte. Perché quella contrapposizione è l’essenza della democrazia: l’accusa e la difesa che si confrontano su un caso che riguarda la vita di una persona. Senza avere la pretesa di avere ragione. Perché la ragione non si troverà mai nelle vicende che noi trattiamo, dove la verità storica non è quella che è realmente accaduta ma si tende ad accertare la verità storica che nasce da un confronto dialettico tra la tesi dell’accusa e la tesi della difesa. E se io riesco a far prevalere le ragioni dell’accusa, perchè ci credo, quello è il riscontro alla bontà del mio lavoro e non avrò fatto una cosa inutile. Sarà traumatico, ma questo è il lavoro che in uno Stato di Diritto si chiede al rappresentante di un’ istituzione. E siccome questa è la mia vita, a Lamezia non ho potuto fare altro che realizzare quello che è l’unico modo che so esercitare, ovvero quello di lavorare per un obiettivo che va al di là del fine personale. L’ho fatto bene o male? Non lo so. L’ho fatto come lo so fare. Ho cercato di far capire alla gente, ed è stata questa la novità, anche per me. Mi sono trovato in un ruolo che neanche minimamente pensavo. E a farmelo presente è stata Alessandra Ruberto, che è stato mio uditore per due anni a Roma e che ha fatto molto perché venissi qui a Lamezia dicendomi che la città aveva bisogno di me. Lei si è meravigliata di questa mia metamorfosi perché quando eravamo a Roma la pausa pranzo era una pizza in piedi alle 14:30 da consumare nel giro di un quarto d’ora e poi si ritornava a lavorare. Lì non c’era esposizione mediatica, rapporti con nessuno. C’era solo il rapporto con il fascicolo. Quando ha visto, ed anche io mi sono ritrovato con questa necessità di comunicare, ecco è successo qualcosa. Sì, è una presa di consapevolezza che nasce dal bisogno della gente di Lamezia di avere un punto di riferimento. Ma non su questioni sociali, economiche, ma sulla legalità E io questa cosa non l’avevo capita.
La gente vuole la legalità ed è stato il mio nuovo modo di essere. La gente vuole che i propri diritti minimali, come quello di andare in un ufficio ed avere una risposta, di posteggiare la macchina senza trovarla graffiata, il diritto di andare a chiedere un servizioche sia assicurato senza la necessità di rivolgersi a qualcuno che gli possa fare da intermediario in certe situazioni… Ecco, tutto questo ha orientato la mia azione giudiziaria perché l’azione pubblica di comunicazione con quella giudiziaria non le ho mai distinte. Non ho avuto riguardi per nessuno. Perché è così che sono e se qualcuno in qualche modo viene a sollecitarmi raggiunge l’effetto contrario. Qui non è un problema di credere in qualche cosa. Si dirà ma non è così. Io non voglio pormi in quest’ottica. Ma non ci potrà mai essere una persona che potrà dimostrare che ci sia stata da parte della Procura una direzione delle indagini in un senso nel dare copertura ad alcuno o danneggiare un altro. Non lo potrà dimostrare perché la MIA Procura della Repubblica riflette il mio senso di imparzialità che non ha riguardi neppure per mio padre che è deceduto. Così la intendo. E guardate, per quanto riguarda la mia esperienza professionale ritengo che il maggior danno alla società civile di un Paese viene da un magistrato infedele, perché il corrotto pubblico ufficiale fa sempre parte di una parte, pubblica, ma il magistrato incide sull’equilibrio necessario tra diritti e doveri e, se si altera tale equilibrio, è anarchia, è distruzione della società civile. Il danno che arreca il magistrato corrotto arreca un danno di credibilità all’istituzione. Il magistrato che non sa regolarsi nella sua vita privata, non può dire “io sono libero nella mia vita privata”, perché non lo può dire, perché la sua vita privata è osmoticamente legata alla sua vita istituzionale. Questo è il vero contenuto dell’esercizio della funzione.
Noi abbiamo doveri maggiori degli altri. Mi capita spesso di difendere colleghi a livello disciplinare. E quando mi appresto a difendere un collega che magari ha sbagliato, ma che si trova in una posizione di sbaglio lieve, rappresento alla Commissione che la sanzione disciplinare per il magistrato non può essere come quella per il dipendente pubblico, perché si va ad incidere sulle vite delle persone. Non è possibile fare distinzione tra l’aspetto della vita istituzionale e quella privata. Ecco perché il messaggio che voglio lanciare alla città è: abbiate fiducia nella vostra classe di magistrati. Hanno lavorato sodo con me per voi. E sono persone che non hanno alcun interesse e che svolgono il loro lavoro con correttezza e con grande spirito di servizio. La città mi ha dato tanto perchè mi ha fatto sentire integrato e utile. Ci sono stati momenti per me drammatici. Non crediate che tutto quello che si è fatto lo si sia svolto senza dolore. C’è una componente di sofferenza, ma le cose vanno fatte. Ma voi pensate che quando si dà disposizione alla gru o alla pala meccanica per la demolizione di una casa sia una cosa semplice? Pensate che chi ordina questa cosa la notte dorma sonni tranquilli? Se si pensa questo, configurate quella persona come senza anima. Anche la persona più cinica si pone il problema che ci sono delle famiglie.
Voi pensate, per la situazione che si è creata e che, Sindaco, dovete risolvere perché è questione di decenza, pensate, dicevo, che non avrei potuto disporre l’intervento di un battaglione di carabinieri per lo sgombero immediato del campo Rom? Era una cosa che potevo fare. Il problema non è mio, se la vedesse il sindaco. E se vista come funzione asettica, la mia, potevo disporre lo sgombero. Non l’ho fatto e non l’avrei fatto in futuro perché è una questione sociale, politico-amministrativa. E voi esponenti di una istituzione come il consiglio comunale ve ne dovete occupare perchè riguarda il vostro ruolo, la gente vi ha dato mandato per questo. E’ questo il vostro compito. Voi pensate che in quell’area bellissima, che è il lungomare, non ci si possa fare un bagno perché c’è un problema di inquinamento! Non avrei potuto forse in qualche modo disporre il sequestro, come ho fatto, del depuratore e far venire, come ad un certo punto avevo pensato, la protezione civile in quanto problema emergenziale che riguarda la salute delle persone? Ma avrei messo sotto protettorato un servizio che è compito vostro gestire. Lo dovete fare voi. Se non lo fate, non avete corrisposto al mandato che vi hanno assegnato i cittadini di Lamezia, alla fiducia che la gente vi ha dato. Ci sono problemi, è vero, spesso mi è capitato di non avere carta per le fotocopie. Ma con chi me la prendo? Ho la responsabilità di un ufficio. La gente vie da me e non gli interessa se ho la carta o meno. Da me vuole che se fa una denuncia vuole che il processo vada avanti e non gli posso rispondere che non può andare avanti perchè manca la carta. Mi devo lamentare, ma devo andare ad industriarmi per trovare la carta.
Perché l’istituzione che esprime un servizio pubblico deve dare una risposta. E in quel momento il cittadino la risposta la vuole da me. Così ho inteso il mio lavoro. L’ho inteso cercando di portare avanti l’azione istituzionale che mi compete, creando rapporti istituzionali corretti ed avendo come mira il bene di una comunità che vuole vivere meglio. La gente vuole vivere meglio. Quando vado nelle scuole e vedo giovani che esprimono ansia di miglioramento, allora questa città diventa meravigliosa perché non ha bisogno di nessuno, né di Vitello e né di toro o di qualsiasi soggetto che abbia nomi analoghi. Questa città ha bisogno soltanto di ritrovare se stessa e lo deve fare assieme alla classe dirigente alla quale ha affidato questo incarico. Non dimenticatelo mai, perché alla fine la soddisfazione che vi verrà non sarà quella bieca del potere di dire io sono tizio o caio ed ho questo incarico, ma alla fine la soddisfazione verrà dal signore, dalla pensionata che l’altro giorno è venuta in ufficio e non sapevo chi fosse, l’ho fatta accomodare e ho scoperto che mi era venuta semplicemente a ringraziare. Bene questo è il ricordo, assieme a tanti altri, che porto via con me. Cosa vi chiedo? Non dimenticatemi. Ho lavorato per voi”.
© RIPRODUZIONE RISERVATA
© RIPRODUZIONE RISERVATA