Il mondo alla fine del mondo

Scritto da  Pubblicato in Francesco Bevilacqua

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 Tardo pomeriggio. Il tetto di tegole di “Magia dell’Aspromonte” declina verso la valle della Fiumara di Antonimina. Con gli uliveti, i coltivi, gli orti aulenti. E ai lati le inestricabili selve di lecci che salgono verso alture puntute di rupi pittoresche. Sullo sfondo lo Ionio, carezzato dalla luce dell’ovest. Appena rientrati dal nostro cammino, discorriamo con la famiglia Galluzzo: i genitori, Domenico e Patrizia, ed i tre figli, Pietro, Vincenzo, Giuseppe. Di come è nata l’idea di ristrutturare la vecchia casa di campagna e farne un B&B, con quel nome curioso, evocatore: una casa da fiaba, fatta con le mani dei loro avi e poi con le loro stesse mani, in ogni dettaglio, funzionale, accogliente, sospesa fra terra e cielo, montagne e mare. Ai confini del mondo! Già, perché si può vivere ai confini del mondo anche nel bel mezzo dell’Europa “civilizzata”. Perché si può viaggiare nell’esotico, nel remoto, nell’arcaico anche stando a pochi chilometri dalle nostre città artificiali e ignare. Scriveva Werner Karl Heisenberg, premio Nobel per la fisica nel 1932: “Viviamo in un mondo trasformato a tal punto da incontrare dappertutto strutture di cui noi stessi siamo gli autori: strumenti usati nella vita quotidiana, cibo preparato da macchine, paesaggio trasformato dall’uomo – di modo che l’uomo incontra soltanto se stesso”. Ecco, da qui, da questo avamposto di un’antica cultura, si parte per un’immersione nel mondo altro, dove l’uomo non incontra solo se stesso ma il cosmo intero.

E lo avverti subito, quando, al mattino presto, scendiamo fra gli antichi terrazzamenti sotto la casa. Armacere (muretti a secco) che paiono fatte da un popolo di giganti. Sostengono le rasule (terrazzamenti) dove ora ci sono gli ulivi, ma che nei secoli hanno ospitato di tutto, dagli ortaggi al grano. Un’antica mulattiera che sale da Antonimina attraversa questi luoghi ormai quasi inghiottiti dal bosco di lecci. La Rocca di Giliberto è un complesso litico frastagliato e fessurato. Dalla cima la vista è magnifica. E alcune rupi paiono moai dell’Isola di Pasqua. Tagliamo attraverso i pascoli dove ruminano le vacche di Domenico. E siamo giù al fiume. Nell’acqua guizzano le trote. Nel cielo roteano rapaci. Sulle sponde ancora le centinaia di terrazzi e le case rurali di un intero popolo che qui visse ed operò, chiedendo aiuto alla terra. E dalla terra lo ebbe tutto l’aiuto: erano loro, questi contadini delle colline e delle montagne del Sud che sino alla prima metà del Novecento rifornivano di cibo le popolazioni residenti sulla costa e nelle città: non le multinazionali del cibo, non la grande distribuzione, non i supermercati. E potrebbero farlo ancora oggi! Torniamo sulla stradina in alto e ci innalziamo di quota, sempre più verso il cuore delle “rocche”, le rupi che in questa parte dell’Aspromonte orientale ricordavano ai locali dei castelli fantastici abitati da re e regine, armigeri e briganti. Passiamo Rocca dell’Andrizzi. E da lì ancora sino a scovare, nel dedalo della lecceta la svettante Rocca della Scala. È davvero un castello incantato: celata nel bosco, vasta, articolata, con un torrione inclinato e puntuto che si protende verso il cielo.

E un dedalo di grotte ed anfratti alla base. Ed un grande buco ovale a metà altezza, sotto il torrione, dove si saranno rifugiati, nei secoli, i più solitari fra monaci, briganti, pastori, ad osservare le stelle, a riflettere sul mistero della vita e del cosmo. Ecco, Rocca della Scala è un micro-cosmo: riproduce in sé l’ancestrale rispetto dell’uomo verso i segreti della natura, che, come dice Eraclito, “ama nascondersi”, non vuole e non può essere svelata con i normali strumenti della tecnica. E’ un luogo oracolare, dove gli uomini venivano per ricevere i vaticini della Sibilla. È una cratofania litica, dove la forza millenaria, indistruttibile della roccia trascende la precarietà della condizione umana e diviene simbolo di potenza sacra. È un iconema, come direbbero i semiologi del paesaggio, un segno fisico distintivo dei luoghi, che indicava la strada a chi passava in queste infide regioni di selve sconfinate. Come per incanto spuntano dal nulla gli amici Nicola Pelle e Sebastiano Fazio con il gruppo di “Boschetto fiorito”, l’associazione di Antonimina che prova a risvegliare la gente dal coma topografico in cui la modernità l’ha gettata. Che, come la famiglia di Domenico e di Pietro, prova a invertire il destino dell’abbandono e dello spopolamento che pare segnare queste terre. Ora, dopo il cammino, sulla terrazza di “Magia dell’Aspromonte” che squaderna sopra e sotto di sé uno dei paesaggi più belli della Terra, è il momento del commiato e della commozione. Abbiamo trovato nuovi misteri, nuovi splendori, nuovi amici e una nuova patria: il Mondo alla fine del mondo.

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