Jacono e Colaciuri: fra i ciclopi d'Aspromonte

Scritto da  Pubblicato in Francesco Bevilacqua

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francesco-bevilacqua-foto-blog-nuova_80da1_19973_ea258_59f1c_e96f0_cec4f_df014_db513_eb6b5_f8fb1_2c83a_da5cd_ac61d-1_c49d8_8a9fc_0ddc4.jpg“Ma tu, qui, la prima volta, ci sei venuto da solo?”, domanda Antonio, perplesso, dopo che una raffica quasi ci strappa dalle rocce cui siamo artigliati. Sorrido e mi rifugio nel cavo di una rupe, per trovare riparo dal furioso vento di nord-est che stamane spazza la sommità di Monte Jacono, sopra Cirella di Platì. L’Aspromonte orientale è così, da Canolo scendendo sino ad Africo, Samo, Casignana, Bruzzano Zeffirio, passando per Ciminà, Platì, San Luca: una panoplia di costoni e valli precipiti che s’innalzano verso gli altipiani dell’interno. Ovunque, sui crinali, nelle gole, sulle pendici, rupi dalle sembianze fiabesche. E poi boschi impenetrabili, intricati, dedalici. L’Aspromonte orientale è un labirinto, un sacrario, un sogno.

Ci innalziamo su un ripido sentiero. Sopra di noi il cielo limpido del mattino. Sotto, il baratro, costellato di massi precipitati dalle rupi nei millenni. A fianco, dritte pareti di roccia striate di ocra e giallo, amalgama di sabbie solide, smangiate, bucate, modellate dalla furia degli elementi. Seguiamo i chicchi neri delle capre come le briciole della fiaba dei fratelli Grimm. Anche questo è per un ritorno a casa: manco quassù da tanto. Ogni passo è un decollo. Ogni volgerci indietro, una danza sull’abisso. La labile traccia sparisce nel nulla. Un burrone dirupato si apre dinanzi a noi. Forziamo la paretina obliqua sulla destra, verso la cresta: i miei ricordi mi dicono che da lì si passa. E così è. Il sembiante mostruoso della cima di Jacono: un triangolo nocchieruto. Lo aggiriamo a sinistra, fra i lecci e le vecchie eriche calcinate. Poi avanti sino alla sella dove passa l’antica via dei ciclopi. Perché qui ogni rupe è una creatura generata dal dio. “Bronte, Sterope, Arge, dall’animo violento, che diedero il tuono a Zeus e fabbricarono il fulmine”: si legge nella “Teogonia” di Esiodo. Figli di Gea ed Urano, della Terra e del Cielo Stellato. Qui, gli uomini hanno dato loro altri nomi, e i genitori furono più prolifici: Pinticudi lì di fronte, oltre la Gola di Abbruschiato, insieme al dirimpettaio Macalandrà. Sul lato opposto, al di là della Valle della Ficara Janca, ecco Agonia e Smaleditti. Dinanzi a noi, in alto, le due teste puntute di Colaciuri. È lì che ci dirigiamo, non potendo volare come le aquile e i falchi nel cielo.

Seguiamo ora un acquedotto, lungo l’antica via che valicava gli altipiani e scendeva verso la Piana, dall’altro versante di Aspromonte. Sotto Colaciuri la mulattiera è un capolavoro di ingegneria. Serpeggia sui graniti sfasciati. Muri di pietre contengono i lati a valle. Sul piano di calpestio ampi tratti lastricati e traverse-gradini per deviare le acque piovane.  Ed ecco Colaciuri, il ciclope dalle due teste. Sostiamo sotto, in un silenzio rotto solo dall’urlo del vento sulle fronde dei lecci. Percorrendo con lo sguardo il ricamo della cresta al confine con il cielo, si staglia, improvviso, il volto di Pan: nero, le grandi corna che gli ornano il capo, lo sguardo ipnotico. Ci scruta per qualche secondo. Poi fugge verso le sue magioni segrete.

Seguiamo a lungo le tracce del dio, abbandonando la via, immergendoci nel bosco scosceso, perdendoci a noi stessi. Perché ora siamo posseduti da Pan. Sino a che il sentore del dio caprio ci conduce al cospetto di altri ciclopi. Splendidi e terribili. Ai quali gli uomini non osano dare nomi. Una cresta puntuta di rupi che, luminose, sberciate, gettano sguardi sulle oscure latebre fluviali, mille metri più in basso. Torno ad udire Esiodo: “Il grande Crono […] i genitali del padre [Urano] d’impeto recise, e poi li gettò via indietro. Ma non sfuggirono invano dalla sua mano: quanti schizzi sprizzavano stillanti sangue, tutti li ricevette Gea; col volgere dell’anno generò le Erinni possenti e i grandi Giganti, splendenti nelle armi, che lunghi dardi hanno in mano, e le Ninfe che chiamano Melie sulla terra infinita.”

L’Aspromonte di Cirella non è degli uomini ma di Dio. E noi, ora, lo avvertiamo, con il “timore e tremore” di Paolo di Tarso e di Kierkegaard. Mentre i nostri piedi saggiano la lama di pietra dei giganti senza nome, sappiamo di essere nulla al cospetto del numinoso, come Rudolph Otto nel libro sul sacro: “il sentimento di […] una creatura […] che naufraga nella propria nullità, che scompare al cospetto di quanto la sovrasta.”

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