
Rodolfo Ruperti è il responsabile numero uno della squadra mobile distrettuale. Con un curriculum notevole, sempre svolto nel campo investigativo, Ruperti è uno di quei servitori dello Stato che rappresentano un punto fermo nella lotta alla criminalità organizzata. Lo scorso settembre gli chiedemmo ed ottenemmo un’intervista perché nei mesi precedenti a Lamezia c’era stata un’escalation criminale, con gli omicidi di Vincenzo e Giovanni Torcasio, appartenenti all’omonima cosca, più una serie di intimidazioni. Successivamente ci fu l’arresto di Giuseppe Giampà e di alcuni appartenenti alla sua cosca. E ancora più avanti nel tempo la notizia che due degli arrestati nell’ambito dell’operazione Giampà - Angelo Torcasio e Battista Cosentino – avevano deciso di collaborare con gli investigatori. Da allora sono trascorsi più di quattro mesi, Lamezia ha rivissuto una serie di atti intimidatori, auto incendiate, richieste di pizzo. E così siamo tornati ad intervistare Rodolfo Ruperto per fare il punto sulla situazione a Lamezia. Ecco l’intervista.
A cura di Virna Ciriaco e Battista Notarianni
Nell’intervista che ci aveva rilasciato ai primi giorni di settembre 2011 si era all’inizio della collaborazione dei due pentiti, Torcasio e Cosentino. Da allora che evoluzione c’ è stata?
“E’ un momento assolutamente importante per Lamezia. C’è stata una forma di recrudescenza criminale dove sono state fatte una serie di operazioni che hanno visto nascere, ed è un fatto abbastanza nuovo, collaborazioni importanti proprio all’interno della famiglia Giampà. Non solo quelle di Torcasio e Cosentino perché avremo anche altre collaborazioni. Ed è un fenomeno assolutamente nuovo. C’è una preoccupazione da parte della criminalità perché stanno avendo delle deficienze interne che sconvolgono gli assetti delle cosche. C’è un grande impegno da parte della Procura Distrettuale nel coordinamento di questa miniera di informazioni che stiamo raccogliendo e che sono state già rese e sulle quali stiamo lavorando. Nell’ultima operazione antidroga abbiamo arrestato anche uno degli Iannazzo di Lamezia che era comunque legato, per questioni di stupefacenti, a gente di Catanzaro e di tutta la provincia. Ovviamente, una volta effettuati i riscontri e quindi la validità delle dichiarazioni dei due collaboratori di giustizia, agiremo, ma non vi posso dire quando arresteremo tutti. Un Cosentino, ad esempio, non si alza la mattina e inizia a dire diverse cose. E’ chiaro che c’è tutto un lavoro dietro da parte nostra, altrimenti saremmo davvero in uno stato di polizia dove si arresta semplicemente in base alle dichiarazioni di una persona. Se viene da me una fonte dichiarativa che dice di essere sotto usura o estorsione noi dobbiamo fare solo dei riscontri per verificare la credibilità esterna di quello che dice quella persona. Se le stesse cose le dice un collaboratore di giustizia che afferma: io ho fatto quell’omicidio con Tizio e Caio, questa dichiarazione va bene per lui perché è una confessione resa in piena volontà, ma noi dobbiamo fare anche riscontri individualizzanti, ovvero, sulla base di quanto ci ha detto, dobbiamo, ad esempio, iniziare a vagliare se il giorno x alle ore y abbiamo qualcosa che ci dice che erano effettivamente insieme. Insomma, c’è tutto un lavoro dietro fatto di riscontri a quanto detto dai collaboratori”.
Che situazione c’è, dal suo punto di vista, a Lamezia?
“Attualmente su Lamezia c’è una criminalità disorganizzata. Quando i criminali sparano, esagerano, non vuol dire che c’è un forte controllo del territorio. Perché se io ho bisogno di sparare alla vetrina per farmi dare l’estorsione, vuol dire che non riesco più a controllare il territorio. C’è una forma di disordine nella ciminalità lametina perché se quella persona sta pagando il pizzo a qualcuno ma c’è bisogno di sparare, allora vuol dire che sta pagando alla persona sbagliata. E’ una forma di reiterazione di quelle condotte criminose che possono creare forme di assoggettamento ed omertà. Normalmente gli omicidi e gli atti eclatanti danno invece la dimensione di un territorio che comincia a non soggiacere ad una regola scritta di criminalità organizzata e, quindi, ci può essere del disordine tra le varie ‘ndrine sulle quali siamo comunque attrezzati”.
Questa disorganizzazione deriva anche, visti i recenti arresti, ad un via libera dato ai giovani, alle nuove leve?
“In un territorio di ‘ndrangheta uno non può alzarsi la mattina e dire che comanda lui ora a Lamezia... Perché in questo caso vuol dire che non c’è più nessuno. Esempio: se arrestiamo tutti a Lamezia e la mattina dopo si alza uno, si crea una banda con altri tre ed inizia dalle estorsioni, non si può dire che questi nuovi dopo un giorno siano dei mafiosi. La mafia si crea quando questi hanno estorto per anni denaro e nessuno li ha mai denunciati”.
Ci sono altri collaboratori?
“Ci sono certezze di lavoro”.
Possiamo quindi desumere che la lista dei collaboratori si stia allungando. Un mese e mezzo fa sono stati eseguiti dei sopralluoghi nelle campagne di Lamezia. Rientrano nell’acquisizione di quegli elementi d’indagine di cui accennava?
“Abbiamo eseguito diversi sopralluoghi, sia nelle campagne che tra le montagne di Lamezia. Stiamo lavorando. Continueremo a svolgere tutte quelle attività necessarie per riscontrare le dichiarazioni dei collaboratori attuali e di quelli futuri, con il fine di dare alla Dda di Catanzaro delle investigazioni che ricostruiscano con certezza i reati che poi saranno contestati”.
Cercavate armi?
“In qualche circostanza sì. Stiamo lavorando per avere delle misure cautelari. Abbiamo due pentiti ed è ovvio che stanno rendendo delle dichiarazioni sulla criminalità lametina ”.
A Lamezia, già da tempo, si parla che arriverà, prima o poi, una maxi retata
“E’ chiaro che a Lamezia si possano aspettare di tutto, specie chi ha commesso diversi reati. E’ ovvio che stanno aspettando”.
Parlando di futuri arresti è ipotizzabile che tra questi possano poi figurare personaggi della cosiddetta zona grigia lametina?
“Posso dire che noi non ci fermiamo davanti a nessuna situazione. Così come la Direzione Distrettuale non guarda né a sinistra e né a destra. I pentiti fanno dichiarazioni e su quelle si eseguono i riscontri. Possiamo poi arrestare il primo o l’ultimo dei banditi così come quelli che voi definite appartenenti alla zona grigia. Il fatto è che ci lavoriamo in prima battuta così come anche Carabinieri e Guardia di finanza. Tutto il materiale che riusciamo a produrre, scaturirà in diversi provvedimenti e processi nei confronti di quelle persone sulle quali sono stati raccolti gli elementi necessari. Abbiamo già arrestato diverse persone che fanno parte di una cosca di riferimento che è quella dei Giampà. Attualmente Giuseppe Giampà è detenuto, ma su di lui non ci sono ancora dichiarazioni di collaboratori perché l’abbiamo arrestato prima di questi due pentimenti. Un’operazione fondamentale, da cui sono nate le collaborazione di soggetti che navigano in quel circuito e con buoni ruoli. E’ chiaro che questo generi un sorta di paura e, soprattutto, anche una possibilità di avvicinamento alle forze dell’ordine da parte di altri soggetti criminali che magari pensano di fare un passaggio diverso”.
Il figlio del Professore è in carcere, il suo luogotenente si è pentito mentre dall’altra parte, quella dei Torcasio, la famiglia ha avuto due morti. Questa situazione ha creato un vuoto a favore di qualcuno?
“Pareggiano”
E l’altra cosca, quella degli Iannazzo?
“Dovremmo entrare in un discorso molto più ampio, ed essendoci indagini in corso, non è possibile. Quello che posso ribadire è che su Lamezia Terme c’è una situazione criminale che può apparire elevata con la sparatoria, la bomba…ma è una situazione criminale conosciuta e monitorata. Non si arresta la gente così, ma solo quando c’è una certezza investigativa per i reati contestati. Attualmente, comunque, il patrimonio di informazioni in possesso delle forze dell’ordine e della Dda è notevole”.
Quindi c’è una consapevolezza di come questa situazione della criminalità lametina provochi una sorta di sbandamento?
“In generale, quando si esagera con le azioni intimidatorie su un territorio, non è esclusivamente un momento di forza ma può essere anche un momento di debolezza. E’ chiaro: se una situazione è tutta sotto controllo, non c’è bisogno di uccidere la gente o di intimidire sparando. Se quello ha già paura di me, perché gli devo sparare controla vetrina del negozio? Allora due sono le chiavi di lettura: o sta pagando a qualcuno di sbagliato, quindi c’è disorganizzazione, oppure non ha tanto paura di quello che gli si è presentato a chiedergli la mazzetta. Un fenomeno da tenere comunque sotto controllo. Comunque non è detto che le persone che si pentano creino un disequilibrio solo in una cosca, perché chi si pente può anche sapere gli affari dei Torcasio, degli Iannazzo e possono sapere anche gli affari delle varie zone grigie. E’ ovvio che ora c’è timore e si pensa: ora qui ci arrestano a tutti”.
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DI GIANFRANCO MANFREDI
Chi l’ha detto che per bere un Signor Vino bisogna spendere cifre inebrianti? E chi è che reputa che l'unico indicatore per capire la qualità del vino, alla fin fine, sia solo il prezzo. Sono in tanti, forse in troppi, a pensarla così. E in tanti praticano – a loro spese – questo modo di pensare. Ho visto coi miei occhi persone scegliere il vino al ristorante limitandosi a scorrere la colonna dei prezzi. Per far bella figura, per far colpo e impressionare i commensali, si può finire con l’ordinare una bottiglia di Romanée-Conti Echezeaux Grand Cru, Cote de Nuits dell’85 (sui novecento euro) per accompagnare un medaglione di aragosta cotta al vapore, e finendo così col commettere un duplice delitto, ammazzando contemporaneamente sia il nobilissimo pinot noir francese sia il soave crostaceo…
Ci sono, invece, bottiglie che costano cifre modiche – sui dieci euro, anche 7-8 – , e hanno un contenuto pregiato. Ci sono ottimi vini, insomma, il cui prezzo non dà capogiro.
Intendiamoci: il solo costo del vino rappresenta in genere un quinto del prezzo finale, e il resto è rappresentato da tasse, costi di gestione, sughero e vetro e soprattutto (un terzo del costo totale) i margini di guadagno fino al negozio. Un approfondimento dell’esperto Davide Paolini pubblicato sul Sole 24 ore ha stimato che su 3,6 miliardi di bottiglie bevute ogni anno, 2,9 miliardi di orientino nella fascia medio-bassa di prezzo compresa tra i 2 e i 10 euro.
La prima regola da seguire è quella di partire dal vitigno gradito, dalla zona di produzione: solamente a quel punto si mettono a confronto prezzi, marchi ed etichette. La seconda regola proposta da Paolini sul Sole 24 Ore è: per avere un prodotto di qualità superiore bisogna non scendere sotto un prezzo minimo, che si potrebbe collocare ai 3 euro. Sotto questa cifra ci sono prodotti dignitosissimi, ma sono difficili da individuare tra i vini più scadenti.
Negli scaffali di enoteche, negozi e supermercati la scelta dei vini è cresciuta in termini esponenziali. Ormai non ci sono più territori Doc (Denominazione di origine controllata) e pure Docg (Denominazione controllata e garantita) con poche etichette. Dunque è possibile scegliere tenendo presente che molte cantine importanti – anche le più rinomate – hanno, nella loro offerta, vini di prezzo interessante che, prodotti in larga scala, servono spesso per sostenere i rossi o i bianchi d'immagine che trainano il marchio aziendale.
Comunque è sempre importante leggere con attenzione l'etichetta, la provenienza, le sigle (Igt, Doc, Docg), rendersi conto se il vino è imbottigliato all'origine dal l'azienda che lo mette sul mercato. Infine si ricordi che fra gli outsider, magari fino agli 8 o 9 euro, si può nascondere quello pronto a salire nella hit parade della critica, aspetto che successivamente farà alzare il prezzo. Di conseguenza chi riesce a individuare questa etichetta paga meno e ha la soddisfazione di aver scoperto la chicca. Cosa che non succede acquistando vini già affermati, ma che fanno piangere il portafogli.
Il viaggio nella Calabria low cost del vino parte dal nord-ovest cosentino e precisamente da Montalto Uffugo in località Cariglialto: a 320 metri c'è un vigneto biologico dove nasce il Donn’Eleonò Igt Valle del Carti, che ha un prezzo finale al pubblico di 9 euro. Sa di lampone e ribes questo magnifico rosato prodotto da Lidia Matera nella sua azienda Terre Nobili. Lo ottiene da uve Magliocco e Nerello in quote paritarie col metodo tradizionale del salasso di uve rosse.
Spostiamoci più a est e arriviamo a Cirò Marina per un calice di Cirò. Una performance eccezionale di rapporto qualità-prezzo è firmata dall’azienda Librandi col suo Cirò rosso Doc che arriva sugli scaffali a 7-8 euro. Un prezzo ottimo per un rosso doc rotondo e di spessore con netta impronta di ciliegia e note speziate di cardamomo.
Scendendo un po’ più a sud troviamo a Strongoli l’azienda Dattilo di Roberto Ceraudo che produce, tra l’altro, il Petelia Igt che ha un prezzo al pubblico di 9 euro. E’ un blend di greco bianco, mantonico e chardonnay, per un bianco a regola d’arte, fresco, floreale e fruttato con piacevoli note esotiche di papaya e mela verde.
Concludiamo nel Lametino (la testata, del resto, l’impone…) il nostro percorso fra i vini di qualità al prezzo accessibile.
Le Cantine Lento hanno in produzione il bianco Contessa Emburga, un bianco elegante che si trova anche a meno di 10 euro: giallo paglierino brillante, ha profumi intensi di frutti esotici, è un sauvignon meridionale, equilibrato ed armonico, con un gradevole finale di albicocca.
Cantina in costante crescita, quella dei fratelli Statti hanno diversi vini low-cost ma quello che raggiunge il topo della qualità-prezzo è senz’altro il rosso Gaglioppo Igt (7 euro), vale a dire l’antico vitigno calabrese riproposto con tecniche moderne per un vino elegante e non palestrato che, alla giusta temperatura, è un rosso “estivo” e “da pesce”.
Chiudiamo questa piccola rassegna con l’ultimo nato del vigneto-Calabria: si chiama Annibale ed è un rosso giovane e promettente che produce Paolo Chirillo a Motta Santa Lucia (nell’area del Lametino che costeggia il Savuto). Proviene da uve magliocco dolce (80 per cento) col resto di sangiovese. Il vigneto di Chirillo è stato impiantato a sesti stretti su una collina dalla notevole pendenza e gode di ottima esposizione. Il risultato è davvero interessante e merita attenzione. Rosso rubino con unghia violacea, richiama frutti rossi ma in primis spicca un netto sentore di more di rovo, poi qualche accenno di menta. Semplice e lineare in bocca, è ancora un po’ pungente per freschezza. Al pubblico arriva a poco più di sei euro, sette al massimo. E’ facile prevedere che scenderà a meraviglia, l’Annibale, nei calici delle prossime feste…
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DI FILIPPO VELTRI
Il 2012 è iniziato nel peggiore dei modi con intimidazioni e violenze a raffica in ogni angolo della regione: Lamezia, Cosenza, Catanzaro, Isola Capo Rizzuto, Rosarno, San Giovanni in Fiore, Vibo Valentia. Presi di mira cittadini normali, imprenditori, amministratori, giornalisti, sindaci. Un’escalation che la dice lunga sul fatto che l’emergenza andava attenuandosi come qualche buontempone aveva sostenuto sul finire dello scorso anno. Ci sono dati ora inoppugnabili, chiari, che seguono del resto il trend degli anni scorsi, che indicano come questa regione debba fare i conti con un tasso altissimo di violenza e di illegalita’ che ne frena la crescita e lo sviluppo e che si accoppia a quell’altro tasso di illegalita’ diffusa che e’ dentro la politica e le istituzioni.
Sono due cancri eguali, due facce della stessa medaglia, che rischiano di far fallire ogni ipotesi di mutamento e di svolta che timidamente fa capolino e che rischia, ancora, di far regredire tutto il dibattito anche sulla possibilita’ di una narrazione ‘normale’ della Calabria, cioe’ dei risvolti positivi che pure fanno capolino in vari campi ma che ovviamente rischiano di non decollare mai, nemmeno nell’immaginario collettivo e nel senso comune. I dati sono assolutamente impressionanti: saltano in aria bar e auto in citta’ capoluogo e che si consideravano piu’ o meno tranquille, taglieggiati imprenditori piccoli e grandi, massacrati di intimidazioni sindaci e assessori in ogni parte, messi sull’avviso giornalisti (e siamo alle solite anche in questo caso). Emerge un dato che e’ comune al di la’ delle matrici varie: in questa regione la violenza e’ il convitato di pietra con il quale si punta a far fare i conti, sapendo che alla fine chi quella violenza la usa vince. Cosi’ che: non si puo’ avere un lavoro o quel lavoro e’ finito a ditte concorrenti? Nessun problema, gli facciamo saltare in aria mezzi e affini. Quel comune usa un metodo di azione politica che taglia le unghie alla discrezione e quindi al malaffare? Nessun problema, gli facciamo saltare in aria il portone del Municpio. Quel commerciante non paga il racket? Nessun problema, gli spariamo prima alle cose e se poi non si convince pure a lui. Sui giornali si pubblicano non le solite giaculatorie inutili sulla lotta roboante e mondiale alla illegalita’ ma dati e fatti precisi su un determinato fatto? Nessun problema, prima intimidiamo il cronista e poi passimo alle vie di fatto.
E’ altrettanto evidente rispetto allo stato sopra descritto che non si puo’ andare avanti per molto in questo modo. Il rischio, in alcuni casi gia’ la realta’, e’ che si sgretoli quel poco di tessuto sociale e democratico che regge, che non ci sia il senso di un normale svolgimento della vita pubblica e che tutta la regolazione dei rapporti, in ogni angolo della Calabria, sia determinato dalle bombe e dalle intimidazioni. Questo rischio, che – ripetiamo- in alcune zone della regione e’ gia’ oggi realta’, puo’ avere la meglio se non si fotografa in maniera esatta quel che da troppo tempo sta avvenendo in un silenzio reale della collettivita’, al di la’ ed oltre le parate di facciata e le targhe sui Comuni. Qui ci sta il ruolo della politica, se non fosse per il piccolo particolare che l’altro lato della medaglia e’ rappresentato proprio dalla politica corrotta, mentre quella sana – che c’e’ – fa fatica a farsi largo. Qui ci sta il ruolo delle associazioni di categoria, a partire dalla Confindustria, che da pochi giorni ha un nuovo presidente regionale dopo un interminabile vuoto per lotte intestine di potere. E’ evidente che da qui deve venire un monito non solo a parole ma nei fatti, di sostegno agli imprenditori tartassati (siano o meno associati a Confindustria), una battaglia di civilta’ innanzitutto, di lunga lena, con indicazioni chiare.
Qui ci sta il ruolo delle istituzioni politiche, della Regione e giu’ per i vari gradi. L’attentato al Comune di Isola Capo Rizzuto ha destato scalpore e preoccupazione, li’ sono stati messi in atto dei movimenti seri contro gli interessi materiali delle cosche della zona che sono tra le piu’ potenti dell’intera Calabria. Ci chiediamo: ma non sarebbe un gesto forte se per una settimana, due settimane, un mese la Giunta Regionale svolgesse alcune delle sue periodiche riunioni in quel municipio? O se una o piu’ sedute del Consiglio Regionale e del Consiglio Provinciale di Crotone si svolgessero in quello stesso Municipio oggetto della violenza mafiosa? Solo fatti simbolici? Certo, poi ci vogliono le concrete azioni, ma intanto andiamo oltre i comunicati indignati che ormai non li legge piu’ nessuno. Facciamo – come dice don Ciotti – il salto in avanti dalla solidarieta’ alla condivisione e poi andiamo avanti. L’impressione e’ che, invece, si assista da impotenti ad uno stillicidio senza fine, ad una sorta di inevitabilita’ del male, ad una soddisfatta piu’ o meno autoanalisi che ‘meno male, non si e’ fatto male nessuno’ e via con la prossima. Si tratta, in definitiva, del futuro di un vivere civile rispetto al quale troppi sono i silenzi, gli ammiccamenti, il voltarsi dall’altra parte, ‘ad altri spetta agire’, ‘noi che possiamo fare’ e via discorrendo. Cosi’ si finira’ con il consegnare il buono che c’e’ al male che dilaga.
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DI GIANFRANCO MANFREDI
Lamezia “capitale” del vino grazie a una serata eccezionale, densa di iniziative e appuntamenti. Un brindisi di gala, nel cuore della città, per le eccellenze enologiche calabresi, ma non solo. Venerdì 2 dicembre dalle ore 18.00 nella suggestiva cornice dei saloni di Palazzo Nicotera di Nicastro un assordante tintinnio di calici fragranti per festeggiare la Guida Duemilavini 2012 edita da Bibenda, la pubblicazione ufficiale dell’Associazione Italiana Sommelier considerata la “bibbia” nazionale dei vini. Per la prima volta è stata presentata in Calabria quest’opera e per l’occasione è intervenuto all’evento l’editore di Bibenda, Franco Maria Ricci, presidente dell’WSA-Worldwide Sommelier Association, l’ONU della Sommelièrie della quale fanno parte 20 Paesi del Mondo, tra Europa, Asia e Americhe.
La manifestazione è stata promossa dall’AIS-Calabria, l’associazione regionale dei sommelier, da sempre impegnata nella valorizzazione della vitivinicoltura del territorio calabrese ed ha trovato il sostegno convinto dell’Amministrazione comunale di Lamezia, fortemente voluto dal sindaco, Gianni Speranza. Un appuntamento d’alto livello, insomma: negli eleganti saloni del prestigioso edificio del centro storico lametino (Palazzo Nicotera, riportato alla bellezza originaria dopo anni di restauro) la presentazione della Guida di Bibenda affiancata dai banchi di assaggio delle etichette calabresi che hanno ricevuto il riconoscimento dei 5 e 4 Grappoli col coinvolgimento di tutte le aziende locali recensite nella guida Duemilavini 2012, allo scopo di evidenziare tutte le produzioni vitivinicole calabresi di qualità.
Ma cos’è Duemilavini 2012? Si tratta di un volume-guida ai vini d’Italia, rivolto a professionisti e comunicatori, per il popolo del vino curioso e appassionato, per coloro che desiderano consultare un testo semplice e professionale al tempo stesso. Giunta alla dodicesima edizione, fornisce anche preziose indicazioni del vino per ogni giorno e il suo abbinamento con il cibo. Duemilavini presenta ogni le Azienda coi suoi vini. Per aiutare i neofiti e per una chiara comprensione dei termini e del metodo utilizzato, le pagine introduttive sono dedicate alla spiegazione della tecnica della degustazione e dell’abbinamento cibo-vino. All’inizio di ogni regione vengono indicate, inoltre, le Doc e le Docg, i prodotti Dop e Igp del territorio. I numeri della guida 2012 sono davvero notevoli: 1.800 pagine per la recensione di 1.685 Aziende, oltre 20.000 vini degustati, circa 900 finalisti e 437 quelli premiati con i 5 Grappoli, il punteggio dell’eccellenza, per 395 Aziende. Ma non basta: oltre alla descrizione di tutti i vini degustati, per i vini premiati con i 5 Grappoli c’è anche la pubblicazione dell’etichetta. Particolarmente dettagliate le schede delle aziende. C’è una pagina intera per ciascuna, completata da quelle informazioni ritenute utili, necessarie e/o interessanti. Quindi, dall’indirizzo a come arrivarci, dal nome del proprietario a quello di “chi fa il vino”, dagli ettari vitati al numero di bottiglie, oltre alle descrizioni dell’azienda stessa e dei vini degustati, con le relative informazioni tecniche e gli abbinamenti. Infine, l’elenco di tutti i vini prodotti. Per ogni vino descritto, inoltre, vengono fornite numerose informazioni: Tipologia, Uve, Gradazione alcolica, Prezzo, Numero di bottiglie prodotte, note sulla Vendemmia,
sulla Vinificazione, sul Potenziale di conservazione in cantina e l’Abbinamento specifico. I campioni analizzati vengono descritti utilizzando il metodo di degustazione di scuola A.I.S. e valutati in Grappoli, corrispondenti fasce di punteggio da 2 a 5: - 2 Grappoli = da 74 a 79 Centesimi = Vini di medio livello e piacevole fattura; - 3 Grappoli = da 80 a 84 Centesimi = Vini di buon livello e particolare finezza; - 4 Grappoli = da 85 a 90 Centesimi = Vini di grande livello e spiccato pregio; - 5 Grappoli = da 91 a 100 Centesimi = Vini eccellenti. La soglia dell’eccellenza per DUEMILAVINI si colloca a 91 centesimi. Ed è per questo che anche i vini valutati 4 Grappoli rappresentano, nella loro fascia da 85 a 90 centesimi, una grandissima qualità. I vini premiati per aver raggiunto il traguardo dei 5 Grappoli sono facilmente individuabili nell’opera: le loro prestigiose etichette vengono pubblicate nella pagina dedicata a ciascuna azienda. Direttore della pubblicazione è Franco M. Ricci, Presidente dell’Associazione Italiana Sommelier Roma, Presidente Worldwide Sommelier Association e Direttore di BIBENDA, la patinata rivista di cultura del vino. La realizzazione di DUEMILAVINI è curata da Paola Simonetti, con una squadra composta da 40 collaboratori, tutti Sommelier.
Ma la data del 2 dicembre 2011 a Lamezia rimane memorabile per il mondo del vino calabrese anche per un altro appuntamento. Nella Sala Comunale dell’ex-municipio di Sambiase, in piazza Diaz, è partita la quarta edizione del Concorso enologico nazionale “Vini del Mediterraneo” promosso dall’Ente Fiera lametino. E’ una iniziativa dedicata al compianto notaio Fortunato Galati, gentiluomo e appassionato cultore di enologia. Autentico pioniere della valorizzazione dei vini del Sud già in anni in cui il vino non era “di moda”, che con tenacia e impegno disinteressato ha animato l´iniziativa del concorso nell´ambito della Fiera Agricola.
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Di FILIPPO VELTRI
Si puo’ puntare ad una narrazione normale della Calabria? Questo il tema di un incontro non banale, dotato di ritmo e a tratti accorato, svoltosi sere fa a Reggio Calabria, a Palazzo Foti, organizzato dall'associazione culturale Senza Nulla A Pretendere, con la partecipazione del movimento Slega la Calabria. Ne parlo qui perche’ non vorrei che si mandasse dispersa la possibilita’ di avviare un dibattito, che considero centrale e fondamentale per la Calabria: l’immagine, la sua immagine, i pregiudizi vecchi e nuovi, cosa fare per cercare di uscire da una strettoia in cui nosi stessi e gli altri hanno finito col metterci.
L’occasione è stata offerta dalla presentazione di una nuova edizione del libro ‘Razza maledetta’, di Vito Teti, ordinario di etnologia all’Universita’ della Calabria ed uno dei piu’ raffinati intellettuali del nostro tempo calabrese. Si è inteso toccare, facendolo da dentro, le innumerevoli sfaccettature offerte dall’annosa ‘questione meridionale’, cui il libro di Teti contribuisce a percorrere sentieri solitamente poco tracciati, nella riproposizione di saggi storici sul pregiudizio antimeridionale (Lombroso e Niceforo, ma poi anche Napoleone Colaianni).
In un alternarsi di voci, cui è seguito una corposa partecipazione del pubblico, si è provato a rispondere a quesiti cui è stato difficile da sempre dare risposte: dall’intellettualmente onesta ammissione di un divario civico tra nord e sud d’Italia, fino al ricercare le responsabilità di tale gap che alcuni, specie negli ultimi lustri, e maggiormente oggi, fanno risalire al percorso di unificazione nazionale con i suoi ‘derivati’. Un divario che forse nasce e si consolida per nostra stessa opera, perché incapaci di fare aggregazione culturale, ma capaci invece di esportare le nostre eccellenze in un nord che ha il merito di porre nelle condizioni di operare chi, venendo dal Meridione, intende far valere la propria preparazione.
Ma sono stati gli intellettuali meridionali e calabresi in particolare ad essere stati messi nel mirino delle critiche, nell’ambito di un ragionamento che non ha affatto eluso i nodi della riproposizione stanca e stantia di una immagine della Calabria e del sud stereotipata: guardiamo, per ultimo, a come i media nazionali hanno trattato le recenti sciagure in Liguria e Toscana e come, invece, l’ ancora più recente alluvione nel catanzarese, non abbia riscosso il medesimo interesse giornalistico. Ed i morti di Messina siano stati addirittura di serie B (se non di C) rispetto a quelli delle Cinque Terre.
Questo richiama, dunque, l’esigenza di quella ‘narrazione normale’ dei fatti calabri, di cui gli stessi calabresi devono farsi interpreti, nonché la presa di coscienza, amara, di una cosi’ detta societa’ civile incapace di mettersi dinanzi a quella politica, che resta pero’ il perno di tutte le inefficienze. Una classe politica, quella calabrese, che manifesta al suo interno tutti quei problemi che ne fanno un’entità ormai ‘derelitta’ (questa sì, non la Calabria). Vito Teti, ha ricordato gli albori politici della Lega, la lotta verbale fatta di slogan fino ad allora sconosciuti allo scenario politico nazionale, slogan da ‘non si affitta ai meridionali’, fino ad allora rimasti stampati solo nella memoria di quegli uomini e donne del sud che ambivano un’occasione, una carta da giocarsi. Un momento storico, quello dei primi anni ’90 (non a caso la prima edizione del libro è del 1993), da cui in poi nulla ha più suscitato indignazione.
E’ stata l’occasione per fare una critica netta a un certo tipo di intellettualità calabrese, ‘ammesso che ci sia’ (in molti hanno fatto eco). Un’intellettualità che, e noi crediamo invece ve ne siano ancora di tracce, ha il dovere morale oggi più di ieri, di farsi interprete di questo percorso di crescita del Mezzogiorno e della Calabria specialmente; un’intellettualità che sia parte civica attiva, che alle provocazioni di un certo sterile intellettualismo leghista sappia rispondere con fierezza delle proprie identità, ma senza che queste siano motivo per ancorarsi e dilatare ancora le speranze di crescita. O peggio cadano nel rancorismo, nel provincialismo, nel vittimismo: tre angoli da cui sfuggire per lanciare appunto, con serieta’ e rigore, l’approccio alla narrazione normale della Calabria, che poi significa narrazione di quel che accade senza sconti a nessuno, ma anche di quel che accade e che non viene raccontato da nessuno. La via e’ stretta ma si puo’ tentare di percorrerla.
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Di FILIPPO VELTRI
E' stato tra i relatori piu' citati e apprezzati del convegno dei giovani industriali di Capri che e’ stato un paio di settimane fa al centro del dibattito politico ed economico italiano. Si chiama Emanuele Ferragina, e’ docente di politiche sociali comparate ad Oxford, e' una delle menti ''under 30'' di cui ha parlato anche il direttore del Sole 24Ore Roberto Napoletano nella sua rubrica sull’ inserto domenicale di cultura del quotidiano economico di Confindustria ed il suo nome e’ finito nelle cronache dei quotidiani nazionali sulla tradizionale assise dei giovani industriali a Capri.
Proprio da quella platea dei giovani imprenditori, il professore partito dalla Calabria per laurearsi a Torino e poi passare dall'Ecole de Commerce di Parigi per approdare, adesso, ad Oxford dove insegna politiche sociali comparate, ha raccolto una messe di applausi soprattutto quando ha sostenuto che l'Italia e' un paese non più abituato al confronto. Come Ferragina ce ne sono tanti, tantissimi ragazzi e ragazze calabresi partiti da qui e poi impostisi a livello internazionale, senza pianti greci o lamentazioni inutili. La storia di questo ragazzo e’ del resto illuminante.
Emanuele Ferragina e' il solo italiano che ha fatto parte in Inghilterra di uno dei 14 gruppi di ricerca sulle scienze sociali in team con Robert Walker, il suo insegnante, e Mark Tomlinson, per la realizzazione di uno studio sulla comprensione delle disuguaglianze sociali in Inghilterra. A Capri sono stati in tanti ad apprezzare il suo intervento che ha trovato spazio anche nelle cronache dei giornali stranieri.
Doppia laurea in Relazioni Internazionali ed in Economia a Torino e Parigi, ricercatore nel dipartimento di Social Policy e Intervention dell'Universita' di Oxford, dove ha conseguito il dottorato, Ferragina, si occupa di temi del mercato del lavoro, delle politiche di welfare comparate e della questione meridionale. Ha anche lavorato come consulente per molte istituzioni pubbliche in Italia, Belgio e Regno Unito, ed e' tra i fondatori della ''Fonderia Oxford'', un laboratorio politico fatto da docenti e ricercatori che guarda all'Italia e alle sue prospettive politiche ed economico-sociali. Insomma, un curriculum di tutto rispetto, una bella situazione oggi e in prospettiva, che ci apre il capitolo su come sia stato possibile tutto cio’ – e la risposta e’ abbastanza facile e anche scontata – ma soprattutto su cosa fare.
''Sono calabrese ed orgoglioso di esserlo - dice Ferragina raggiunto dall’ANSA telefonicamente ad Oxford nei giorni scorsi - e a Capri ho molto apprezzato il fatto che si siano chiamati tanti giovani docenti e ricercatori a dare il proprio contributo, un segno di apertura al confronto’’. Poi la frase decisiva: ‘’Basta – dice infatti Emanuele - piangersi addosso, piuttosto bisogna guardare agli aspetti positivi che esistono e tenere in conto che se e' vero che lo Stato investe poco in innovazione e ricerca, anche le aziende non sono da meno. Anche in Calabria, terra alla quale sono legato, dove vivono i miei genitori e dove torno spesso, esistono tante storture e negatività, non per questo ci si deve sempre e solo piangere addosso. Bisogna cercare di risolvere i problemi guardando agli esempi positivi che pure esistono per guadagnare tutti in autostima''.
A giudizio di Ferragina e' necessario chiudere anche con la retorica dei cervelli in fuga: ''per quanto mi riguarda - dice - non sono andato via perché sono stati cacciato ma perché ho avuto la possibilità di trovare ciò che stavo cercando. Il problema e' che per me che vado via non c'e' un tedesco o un inglese che viene in Italia a fare lo stesso lavoro. Da questo punto di vista non esiste reciprocità e su questo bisognerebbe confrontarsi''. Ecco dunque il vero problema davanti all’Italia e non solo alla Calabria, assolutamente di attualita’ con la situazione economica dell’Italia e dell’Europa intera: non esiste reciprocita’, non c’e’ sinergia e sintonia e ai tanti Ferragina attratti da Gb, Francia, Germania (per non parlare di Usa e Canada) non fa riscontro un analogo fenomeno verso l’ Italia. Qui sta tutta la difficolta’ che vive oggi il nostro paese, non solo la Calabria. Magari si trattasse solo di noi!
Tifosissimo del Catanzaro, proprio davanti ai colori giallorossi Emanuele Ferragina smette per un attimo l'aplomb oxfordiano. Ma con il capoluogo calabrese, dove e' nato 28 anni fa, Ferragina mantiene forti legami: di recente e' stato nel team di Salvatore Scalzo, candidato del centrosinistra alle ultime elezioni comunali della primavera scorsa essendo stato coautore del programma elettorale. Quindi lui va e torna, partecipa e ci da’ lustro. Ma il punto e’ che lui da’ lustro all’Italia ma l’Italia non gliene da’ affatto. Questo e’ il vero problema dell’Italia di oggi.
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DI GIANFRANCO MANFREDI
All’inizio era il Beaujolais. Bisogna rendere onore al merito dei cugini francesi per l’invenzione del metodo di produzione moderno che ha permesso di ottenere subito poco dopo la vendemmia vini rossi freschi, fragranti e fruttati. E fu subito successo - straordinario, internazionale - il Beaujolais Nouveau. Poi il fenomeno italico del Novello – abbastanza in declino, a dire il vero, da qualche anno a questa parte. Passato un minuto dalla mezzanotte di sabato 5 novembre – prescrive la legge - sarà possibile stappare. Quindi, lo start in negozi, ristoranti, enoteche, ma anche nelle numerose sagre sul territorio, è fissato per legge. Ma, come dicevo poc’anzi, il fenomeno è in calo: lo conferma la Coldiretti che per la produzione 2011 stima un decremento del 30 per cento rispetto all’annata precedente, da addebitare principalmente alla diminuzione fatta registrare dalla vendemmia, ma anche a un minore appeal di questo tipo di prodotto rispetto ai fasti passati. Indubbiamente la moda del novello non è più forte come qualche anno fa e molti produttori consacrano a questo fenomeno un quantitativo minore di uve.
Non dimentichiamo, però, che il novello è anche una delle poche primizie legate a una data precisa e grazie alla quale è possibile assaggiare il primo vino della vendemmia. Un test, insomma. Una volta veniva spillato dalle botti tra la fine di ottobre ed i primi giorni di novembre per controllare lo stato di maturazione del vino prodotto. Quest’anno i prezzi dovrebbero sostanzialmente restare immutati, con una media di 5 euro a bottiglia. Il metodo di vinificazione è profondamente diverso da quello tradizionale: le uve del novello, infatti, non vengono pigiate e successivamente fermentate, ma viene invece effettuata la fermentazione direttamente con gli acini interi in modo che solo una piccola parte degli zuccheri presenti si trasformi in alcool, conferendo al vino il caratteristico gusto amabile e fruttato.
Mentre ancora si celebra l’anniversario dell’Unità d’Italia, col novello 2011 si brinda a questa ricorrenza attraverso un prodotto di gusto tutto italiano. Saranno, del resto, i sapori e i prodotti più tipici dell’autunno ad esaltare il vino novello con abbinamenti che uniscono tutti i sapori del territorio. Castagne sugli scudi, ovviamente, ma anche altre eccellenze gastronomiche locali, proposte come tradizione vuole o, perché no?, reinterpretate secondo la fantasia di chef e produttori. Senza costi di affinamento, con tappi quasi sempre in silicone e l’allettante prospettiva dei primi incassi già a qualche settimana dalla vendemmia, i novelli rappresentano un ottimo affare per i produttori e in genere un acquisto a buon mercato per i consumatori.
A differenza dei ‘primeurs’ d’oltralpe che sono a base di una sola varietà d’uva, il novello italiano e quello meridionale e calabrese in particolare si produce con varietà diverse e molte autoctone, valorizzando, così, il patrimonio varietale tipico che costituisce una ricchezza peculiare. Ma quanto arriva a costare una bottiglia di novello? I prezzi quest’anno oscillano fra i quattro e gli otto euro, ovviamente a seconda degli esercizi commerciali. Per i novelli sono indispensabili uve selezionate, sane e mature. Attenti ai trucchi, però. Ci sono produttori con pochi scrupoli che arrivano a mischiare considerevoli quantitativi di vino vecchio - anche l’ 80 per cento - a quello prodotto con macerazione carbonica. E’ un’attività di “riciclaggio” non nociva ma poco onesta che rischia di guastare la festa.
Ma non stiamo troppo a discettare, perchè innanzitutto il novello è un rito, una festa, un evento collettivo. Conquista soprattutto i palati femminili e dei giovani, guadagnando quota anche nel difficile comparto della ristorazione più popolare. Certo gli esperti raffinati storcono il naso. “I novelli”, eccepiscono, “che vini sono?”. “Spinti, artificiosi, sono solo vaghi e giovanissimi parenti poveri dei veri, grandi nettari d’uva...”. E qualcuno, più colto, sfodera una classica, fulminante battuta di Luigi Verdelli: “Anche per quello che riguarda i vini - disse un volta il grande “Gino”- non sono... pedofilo”.
Ma allora? Davvero solo un “vinello” per palati senza pretese? Tutt’altro: il novello, si conferma, come sostenevo prima, un prezioso test della vendemmia: non perdona i difetti della “frutta” d’origine e dice molto sulla qualità dell’annata. Fresco e giovanissimo, calice allegro e immediato - si raccomanda di servirlo a non più di 14° - , non deve avere struttura nè caratteri vocati alla conservazione. Avrà vita breve, infatti, e la sua esistenza, destinata per legge all’ “espace d’un matin” (quattro-cinque mesi al massimo, la conservazione consigliata, vendita interdetta a primavera) esalta tutte le qualità della giovinezza.
In genere è rosso rubino, più o meno carico, spiccatamente fruttato al naso con sentori di frutti rossi (di solito prevalgono la marasca e il lampone), fine, dal gusto avvolgente e vellutato, non ha asperità. Ma è proprio inutile stare ad approfondire: il novello è fatto per festeggiare dopo la vendemmia, per brindare in compagnia e magari a fare a gara tra amici a chi lo scova per primo. Piacevolezza, leggerezza e freschezza sono le sue chance, piacciono quanto più riescono a mantenere e restituire nel bicchiere tutti gli aromi primari del frutto. Sentori di mora, note di ciliegie, profumi di lamponi, ribes e fragole. Dai calici s’alza un tripudio di effluvi fruttati, insomma. Semplici semplici.
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di Battista Notarianni
Il Lametino è stato il primo giornale (nel numero 174, uscito in edicola il 24 settembre) a scrivere del rischio chiusura del tribunale e/o procura di Lamezia Terme. Poi mano a mano sono arrivate dichiarazioni di sostegno e, buon ultima, per ora, la dichiarazione del neosottosegretario alla Pubblica Istruzione, Giuseppe Galati, che parla di “inutile allarmismo”.
Ebbene, onorevole Galati, ci permettiamo di contraddirla. Il rischio chiusura del nostro Tribunale e/o Procura dipende da una serie di regole definite in una legge delega inserita nell’ultima (o penultima, o terz’ultima, s’è perso il conto) finanziaria. Queste regole o protocolli o parametri fissano i criteri per la cancellazione di Tribunali e/o di Procure o per eventuali accorpamenti. Di sicuro per ora c’è il fortissimo ridimensionamento dei “giudici di pace”, per gli altri tutto dipende dalle “interpretazioni” dei parametri fissati dalla legge delega, che tra l’altro deve essere resa esecutiva entro un anno. Ebbene, come sicuramente l’on. Galati sa, secondo alcuni di questi parametri il Tribunale e/o la Procura di Lamezia rischiano la chiusura, secondo altri parametri invece - non ben definiti perché legati a concetti e valutazioni dilatate. Non a caso a questo proposito l’ANM ha parlato di “vizi di irrazionalità” - non c’è questo pericolo.
Il rischio-chiusura era contenuto nella prefazione sul “Bilancio sociale” della nostra Procura a firma del procuratore Vitello; era stato lanciato dall’ordine forense di Lamezia; era presente nel forte comunicato dell’ANM. Insomma, per farla breve, non ci sono stati allarmismi, tantomeno inutili, bensì attenzione, estrema attenzione.
Adesso il neosottosegretario Galati ci rassicura perché ne ha parlato con il ministro (anche lui neo) di Giustizia. E ha aggiunto: “Nel corso del colloquio, il titolare del dicastero di via Arenula ha evidenziato il fatto che non c'è nessuna decisione di chiusura o ridimensionamento del Palazzo di Giustizia lametino. Lo stesso Guardasigilli, inoltre, ha tenuto a precisare che è solo iniziata una fase di studio nel merito che coinvolge l'intero Paese”.
Appunto: una fase di studio. Quindi se le parole hanno ancora un senso - e ce l’hanno ogni volta che sono scremate dalla propaganda - è lapalissiano che non c’è nessuna (non ci sia alcuna, ndr) decisione di chiusura o ridimensionamento del Palazzo di Giustizia lametino.Dunque è più corretto dire che nulla ancora è deciso ma tutto può ancora avvenire senza accusare di “inutile allarmismo” tutti quelli che hanno sollevato il problema”. A meno che la notizia non sia in realtà un’altra, questa: il neosottosegretario ha parlato con il neoministro. E questi l’ha rassicurato. E l’on. Galati, rassicurato, può quindi parlare di “inutili allarmismi”, dato che lui sape ma forse non può dircelo. Almeno non ora, semmai in campagna elettorale.
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DI GIANFRANCO MANFREDI
Un menu inebriante per un baedeker serio e rigoroso anche se un po’ ostinatamente di originale personalità: duemilatrecento aziende e diecimila vini recensiti. Parlo dell’edizione 2012 della Guida dei Vini d’Italia dell’Espresso che è appena uscita nelle librerie e nelle edicole. Come districarsi tra bianchi, rossi, rosati, bollicine e passiti dalla Val d’Aosta ad Agrigento? Cosa scegliere davanti a carte dei vini monumentali, a volte sterminate, di certi ristoranti, anche delle nostre parti? Anche quest’anno arriva in aiuto di esperti e semplici consumatori quella che rimane una delle migliori guide enologiche “scritte” – cioè raccontata, non limitata a scarne schede con indirizzo, voti e simboletti – del panorama editoriale italiano. Vuole essere una piccola enciclopedia del buon bere, per muoversi con destrezza tra i vini recensiti e approfondire la conoscenza sulla conservazione e sul servizio del vino e la terminologia tecnica, grazie a un sintetico glossario. Quindi un volume di consultazione per enoappassionati con una certa “cultura”, ma anche un manuale di studio per chi muove i primi passi nel mondo del vino, pronto ad apprendere sempre più.
Novità? I soliti noti, verrebbe da rispondere. Come ogni anno, al vertice delle valutazioni, saldamente in sella rimangono le regioni leader, col Piemonte e la Toscana nettamente in testa. La due regioni occupano –nientepopòdimenochè – oltre 210 pagine della Guida: basti pensare che alla Calabria ne toccano ancora un volta appena 9, al Lazio 14. La fanno da padroni, insomma, Baroli, Barbera, brunelli, Supertuscan e Chianti.Un testa a testa tra Piemonte e Toscana, insomma, è quello che si trovano di fronte i patiti di classifiche. Conferma il suo primato in numero di eccellenze (46) infatti la terra del Barolo, seguito a 45 vini eccellenti dalla patria del Brunello. E con un abile scatto arriva a 32 eccellenze - e terzo gradino del podio - il Trentino insieme all'Alto Adige.
Anche quest’anno al Sud pochissime novità. Ne esce un quadro non certo esaltante del vigneto-Calabria. Senza molte stelle; a parte le “due stelle” all’azienda Librandi e il riconoscimento di una stella ciascuno a Ippolito, Stelitano, Roberto Ceraudo e Caparra e Siciliani. Quest’ultima cantina ha fatto l’en plein in Calabria con un vino, il Cirò Rosso Classico superiore Riserva Volvito 2008 che ha avuto 18,5/20 di valutazione e il Cirò Rosso Classico 2010 con voto 17,5/20 e il premio speciale della menzione per il rapporto qualità-prezzo. Poi nella classifica regionale c’è una pattuglia di vini da 17/20. La apre il rosso Armacìa 2009 della cantina Enopolis-Costa Viola , uno straordinario Igt realizzato magistralmente da Franco Tramontana delle Cantine Criserà di Catona di Reggio Calabria, usando, come meritano, le uve coltivate negli acrobatici terrazzamenti della costiera tra Bagnara e Villa San Giovanni. A pari merito il Savuto Rosso superiore 2008 della Cantina Antiche Vigne di Rogliano, il Lacrima Nera 2008 dei Feudi di Saseverino di Saracena (CS), il Cirò Rosso Classico superiore Riserva Colli del mancuso 2008 delle Cantine Ippolito, il Greco di Bianco 2009 della Cantina Stelitano di Casignana e il Moscato Passito dell’azienda Viola di Saracena.
E il lametino? Come ha valutato l’Espresso i vini delle aziende di casa nostra? Le note, purtroppo, anche quest’anno non sono squillanti. Nessuno nostro vino ottiene valutazioni superstellate e neppure si brilla nel rapporto qualità-prezzo – secondo la guida diretta da Enzo Vizzari e curata dai due esperti Ernesto Gentili e Fabio Rizzari. Saltate o ignorate completamente altre aziende (persino la quotatissima azienda Odoardi di Nocera Terinese non è stata presa in considerazione) l’attenzione dell’Espresso si è concentrata sulle cantine Lento e Statti. I migliori vini lametini, per l’Espresso, sono il bianco “Greco” 2010 dei fratelli Statti e il rosso Federico II 2008 delle Cantine Lento. Entrambi conquistano una valutazione di 15/20. Seguono (con 14.5/20) il Contessa Emburga 2010 e il Rosso Dragone 2010 (entrambi di Lento) e l’Arvino 2009, il Lamezia Bianco 2010 (entrambi delle Cantine Statti).
I giudizi? Scarsi di voti, i valutatori dell’Espresso non sono prodighi neanche di complimenti per la nostra enologia. Se all’azienda di Salvatore Lento riconoscono che “ può contare su una buona materia prima e su un’aggiornata tecnica di cantina”, per le Cantine Statti scrivono: “ I vini hanno taglio moderno e valorizzano doti di pulizia aromatica e freschezza di frutto”. Che dire? Io mi limito a citare in conclusione un’avvertenza che compare nell’introduzione della Guida, quella che esplicita un’ autodefinizione: “Uno strumento, appunto. Non un serbatoio di verità assolute”.
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DI FILIPPO VELTRI
Non si può certo dire che la Calabria abbia accolto con un entusiasmo da ricordare nella storia la visita del Papa, un mese fa a Lamezia Terme e a Serra San Bruno. Sarà stato per il cattivo tempo, sarà stato per un problema tutto interno alle gerarchie cattoliche calabresi, sarà stato perché – soprattutto – lo stato complessivo della Calabria di questi tempi non e’ al massimo, ma non si può certo dire che la visita di Ratzinger abbia provocato nell’opinione pubblica regionale dei sussulti. Qualcuno ha giustamente detto ‘’Nemmeno il Papa scuote la Calabria’’.
Perché la verità – al di là delle contingenze di cui sopra si e’ detto – e’ amara da constatare ma e’ propria quella: nemmeno il Papa riesce a svegliare dal torpore ormai atavico questa terra. Una vergogna in piena regola, perché il Papa tedesco ha scelto due momenti assai significativi, nel cuore della Calabria che deve darsi una svegliata da tutti i punti di vista e nel cuore della spiritualità della certosa di Serra. Ma invece, prima e durante e dopo e’ sembrato che si sonnecchiasse. Eppure Ratzinger ha detto parole importanti, nello stile che e’ suo e non nella prorompente vitalità cui magari si era abituati con Woytila. Ratzinger e’ un Papa che trasmette valori profondi e non passeggeri, e’ un uomo dalla immensa cultura, che prima di ogni altro ha visto e detto di un occidente malato e in cui si sperdevano valori e sensazioni. E anche in Calabria ha detto questo.
Ha detto, ad esempio, Benedetto XVI: «Sono venuto per condividere con voi gioie e speranze, fatiche e impegni, ideali e aspirazioni di questa comunità diocesana. So che vi siete preparati a questa Visita con un intenso cammino spirituale, adottando come motto un versetto degli Atti degli Apostoli: “Nel nome di Gesù Cristo, il Nazareno, cammina!” (3,6). So che anche a Lamezia Terme, come in tutta la Calabria, non mancano difficoltà, problemi e preoccupazioni’’. Poi ha proseguito: ‘’Se osserviamo questa bella regione, riconosciamo in essa una terra sismica non solo dal punto di vista geologico, ma anche da un punto di vista strutturale, comportamentale e sociale; una terra, cioè, dove i problemi si presentano in forme acute e destabilizzanti; una terra dove la disoccupazione è preoccupante, dove una criminalità spesso efferata, ferisce il tessuto sociale, una terra in cui si ha la continua sensazione di essere in emergenza. All’emergenza, voi calabresi avete saputo rispondere con una prontezza e una disponibilità sorprendenti, con una straordinaria capacità di adattamento al disagio. Sono certo che saprete superare le difficoltà di oggi per preparare un futuro migliore. Non cedete mai alla tentazione del pessimismo e del ripiegamento su voi stessi. Fate appello alle risorse della vostra fede e delle vostre capacità umane; sforzatevi di crescere nella capacità di collaborare, di prendersi cura dell’altro e di ogni bene pubblico, custodite l’abito nuziale dell’amore; perseverate nella testimonianza dei valori umani e cristiani così profondamente radicati nella fede e nella storia di questo territorio e della sua popolazione». E a Serra San Bruno tra i certosini ha ricordato quei valori che si vanno perdendo anche a causa della virtualità dei rapporti, soprattutto tra i giovani.
A un mese da quei due incontri di Lamezia e Serra San Bruno, che cosa resta della visita del Papa in Calabria? A giudicare da quanto scrivono i giornali, un po’ di spazzatura ancora non raccolta sulla spianata dove è stata celebrata la Messa e i conti della Diocesi che sembrano mancare delle cifre promesse dalla Regione. E un dibattito che – pur con alcuni apprezzabili sforzi e nonostante in molti avessero, prima della scorsa domenica, parlato della visita come “evento epocale” destinato a mutare la storia calabrese – non è riuscito a decollare.
Perché? Perché Benedetto XVI – hanno scritto alcuni commentatori su giornali e siti internet - ha un linguaggio pacato, intessuto di riferimenti biblici, che non punta ad ottenere titoloni ad effetto, ma a fornire solide basi ai credenti; un linguaggio la cui profondità si coglie meglio nella, evidentemente non (ancora) fatta, rilettura o che non è stato sufficientemente dirompente rispetto alla gravità dei problemi calabresi? ‘’Perché i “laici” sono ormai incapaci di comprendere i cattolici, se non in maniera strumentale come possibile, ma sempre più incerto, bacino elettorale? Perché i cattolici non sanno trovare parole per raccontarsi – sfibrati, come sono, dalla galoppante secolarizzazione e dagli scandali interni alla chiesa, indeboliti da quell’impasto di indifferentismo etico e di sfiducia nelle possibilità del cambiamento che pervade la società non solo calabra, e consapevoli delle ampie zone d’ombra di una religiosità che, da una parte, è (stata) capace di alleviare sofferenze d’ogni tipo ma, dall’altra, ha accettato compromissioni col male che «ferisce il tessuto sociale» e, più spesso, non è stata in grado di uscire dalle sacrestie vivificando il territorio? Perché chi ha “sentito” le parole del Papa senza “ascoltarle” ha avuto il buon gusto di evitarne il commento e chi, invece, le ha ascoltate, prova a trasformarle in quelle iniziative di tempo lungo, più nascoste e mediaticamente silenti, da cui, secondo il fiducioso auspicio del Papa, «scaturisca una nuova generazione di uomini e donne capaci di promuovere non tanto interessi di parte, ma il bene comune»? Oppure, perché?’’. Facciamo interamente nostre queste riflessioni di Franca Dattola e le rilanciamo. La Calabria si svegli dal suo torpore, almeno per il Papa.
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