
di Francesco Bevilacqua
Ieri mattina, davanti ad un supermarket ho assistito ad una scena curiosa. Una giovane signora molto trendy parlava con un giovane nero che chiedeva l’elemosina. La signora voleva spiegare al negro che doveva cercarsi da lavorare. Lo faceva con modi ostentati, tra il pedagogico e lo sniffato (magari aveva sniffato solo della farina caduta dallo scaffale del market). Non so perché, ma quando vedo qualcuno chiedere l’elemosina, mi sento subito in colpa. Penso che non fa altro che suggere il grasso che cola da una salsiccia che si arrosola, succulenta, a pochi centimetri dai suoi denti. Ed alla quale non può certo sperare di tirare un morso. A quanto ammonti esattamente il grasso che cola da noi italiani molto trendy (e molto moralisti e molto sciovinisti) non lo posso sapere. Conosco però i dati della “giocologia” italiana, ossia di quella curiosa mania venuta in auge negli ultimi anni che ha reso lecito su larga scala ciò che prima si poteva fare solo all’interno dei casinò, ossia giocare d’azzardo. E che dimostra che di grasso che cola ce n'è ancora una quantità inusitata. Pare che oramai il gioco d’azzardo sia divenuta un’occupazione di massa. Lo fanno anche i pensionati, le massaie e perfino i ragazzini. Ecco i dati (tratti da un articolo di Repubblica): 700mila i giocatori patologici; 80 miliardi di euro spesi tra schedine, on line, slot, l'unica industria in crescita: più del 25% in un anno! Credo che dai dati restino fuori proprio i casinò, che, non per nulla si chiamano, accento a parte, come le case chiuse di antica memoria. Poi abolite da quegli stessi moralisti che della prostituzione facevano largo uso nel segreto – neppure tanto segreto – delle loro vite. E che forse diverranno obsoleti, proprio come i casini, per lasciare il posto a quel casinò di quartiere che è ormai divenuto il bar-tabacchi sotto casa. Ecco, la signora che voleva insegnare al nero il suo dovere di lavorare, dovrebbe spiegarci perché quel nero dovrebbe lavorare per dieci ore al giorno per un "caporale", con una paga da fame, se quella stessa paga, o forse poco meno, o forse poco più, può recuperarla, suggendo, appunto, il grasso che cola da gente come lei. Ma forse, alla nostra brava trendy il grasso serve per farselo tirar via a siringate dal chirurgo estetico. Peccato che questo grasso non sia succulento come quello della salsiccia.
di Francesco Bevilacqua
Per tentare di capire il Sud (e la Calabria) è indispensabile leggere Ernesto de Martino (Napoli 1908, Roma 1965). De Martino fu letterato ma con profonde conoscenze di mitologia, psicologia e psicoanalisi, storico delle religioni, antropologo etnologo (per queste attività acquisì una grande fama in Italia e nel mondo), studioso (e ricercatore sul campo) del folklore e della religiosità popolare nel Sud Italia, all'epoca ancora per buona parte ancora arcaico ed emarginato. Egli è giustamente ritenuto uno dei massimi intellettuali italiani del Novecento. Sono stato indeciso su quale libro di de Martino recensire qui: "Il mondo magico", dove l'autore espone per la prima volta in modo compiuto la sua spiegazione del "magismo" etnologico; "Sud e magia", che è il resoconto e la discussione delle sue ricerche sul campo in materia di relitti magici in Basilicata; "Furore, simbolo, valore", che contiene saggi riguardanti, rispettivamente, interpretazioni: del mito e delle scienze religiose nell'età contemporanea, dei comportamenti distruttivi di massa nelle moderne democrazie laiche, delle prospettive dell'etnologia, nonché il racconto di alcune sue esperienze al Sud. Ho escluso opere pure note di de Martino, tra cui "La terra del rimorso", "Morte e pianto rituale nel mondo antico", "La fine del mondo, contributo all'analisi delle apocalissi culturali" perché o troppo specifiche o di lettura piuttosto complessa. Alla fine ho optato per "Sud e magia" perché mi è parso quello forse più in linea con il lavoro di decifrazione della Calabria che ci siamo prefissi. Anche se il contenuto del libro riguarda la "magia lucana" esso è applicabile anche alla Calabria, dove de Martino venne e sulla quale scrisse.
Prima di addentrarci in "Sud e magia" è utile chiarirci il significato di alcuni termini essenziali per comprendere il libro. La "religione" (il termine viene dal latino e significa "raccogliere", "recingere"): "consiste - secondo lo psicologo William James - nel credere che esiste un ordine invisibile e che il nostro bene supremo è l'adattamento armonico ad esso". Spiega lo psicoanalista James Hillman che tutte le religioni, in modo più o meno accentuato, tendono a far rivelare la divinità, ossia ad adottare tecniche e rituali che servono a procurare l'incontro tra il credente e la divinità. Fin tanto che questa rivelazione viene vissuta dall'uomo su un piano che trascende la storia (ossia sul piano che le è proprio, trattandosi di qualcosa che è sopra la natura, oltre la storia degli uomini), essa ha una funzione di protezione e di rassicurazione sulla psiche del fedele di fronte alle possibili crisi (lutti, incidenti, malattie, catastrofi etc.) che si incontrano nella vita storica e mondana. Quando, invece, la rivelazione viene vissuta su un piano storico ossia reale e mondano, e la persona la assume alla lettera, può accadere - spiega ancora Hillman - che quella persona percepisca se stessa come significante la grandezza di Dio, come referente monomaniacale, significatore di tutte le cose. La psichiatria definisce questi casi come "deliri di autoriferimento e di grandezza". Spesso, "il religioso delirante" è in assoluta buona fede, perché davvero crede di essere un tramite della divinità (come accade con chi sostiene di vedere la Madonna o i santi e di parlare con i morti o di poter elargire guarigioni). Molto dipende da chi gli sta intorno: se ci sono medici e psichiatri ha qualche possibilità di guarire; se, invece, ci sono altri religiosi deliranti che lo fanno sentire "pieno di Dio" allora non guarirà mai.
"Sacro" è parola indoeuropea che significa "separato" (dal nostro mondo terreno). La sacralità, inerisce a enti che l'uomo, non potendo dominare, avverte come superiori a sé, che teme ma dai quali è attratto. Il "mito", invece, è una narrazione sacra di gesta ed origini di dei ed eroi, ma si differenzia in modo essenziale dalla "religione". Mentre il mito è rivolto al passato e al presente, in cui il passato ritorna secondo una visione ciclica del tempo (nascita, vita, morte, rinascita ...), tipica delle popolazioni precristiane ad economia agraria del Mediterraneo, la religione, particolarmente quella cristiana, è escatologica (ossia tendente al fine della risurrezione) e perciò rivolta al futuro e ad un presente ri-conosciuto come attesa. Con la parola "rito" infine, si intendono quei cerimoniali con i quali si ripetono eventi mitici o religiosi e che servono, come vedremo, a perpetuare, attraverso l'adesione ad essi, un certo ordine esistenziale potenzialmente o effettivamente esposto a rischio.
Foto di una Pacchiana nelle campagne d Nocera Terinese (F. Bevilacqua)
E veniamo, finalmente, a "Sud e magia". Le esplorazioni entografiche da cui il libro nasce furono effettuate in Basilicata, tra il 1950 ed il 1957, da Ernesto de Martino e da una equipe formata anche da psicologi ed etnomusicologi, fotografi e cineasti (foto e filmati si trovano facilmente in Internet). La "magia lucana" indagata da de Martino è quel coacervo di antiche pratiche rituali all'epoca ancora presenti nelle classi subalterne (contadini e pastori dei piccoli paesi) per scacciare il negativo dalla vita delle persone.
Il negativo era innanzitutto la "fascinazione" (sia in Basilicata che Calabria "affascino" o "affascinu") per opera del quale una persona poteva sentirsi agita (posseduta) da una forza potente ed occulta che ne condizionava l'esistenza. La fascinazione avveniva per effetto del malocchio o dell'invidia o di vere e proprie "fatture" (molto frequenti quelle amorose, con le quali qualcuno cercava di legare a sé la persona vanamente desiderata) ossia da rituali (spesso anche da pozioni fatte con intrugli di sangue mestruale, peli del pube o delle ascelle ed altro) praticati appositamente da un soggetto fascinatore (la fattucchiera) a danno di un soggetto fascinato (la vittima). L'esperienza negativa dell'essere agito da, poteva divenire talmente parossistica dal trasformarsi in vera e propria possessione da parte di presunti spiriti demoniaci. I soggetti così posseduti venivano chiamati sia in Basilicata che in Calabria "spiritati". I sintomi meno gravi della fascinazione erano mal di testa, torpore, malattie apparentemente incomprensibili soprattutto nei bambini, perdita del latte mammario nelle puerpere, comportamenti contrari all'ordine della comunità di appartenenza. Il contrasto alla fascinazione avveniva per opera per lo più di persone dotate di apposite conoscenze iniziatiche, le quali operavano con un rituale di gesti, scongiuri e formule magiche.
I sintomi della possessione demoniaca erano invece gesti e discorsi ritenuti non propri del soggetto posseduto, offensivi della religione, stati di "ebetudine stuporosa" convulsioni, sino a esplosioni di aggressività (più spesso autoaggressività) parossistica. La possessione riconosciuta tale dalla Chiesa veniva trattata con il rituale dell'esorcismo espressamente previsto. Quando non era possibile far praticare l'esorcismo, si ricorreva ad altri riti: in "Furore, simbolo, valore" lo stesso de Martino racconta, ad esempio, del bagno rituale degli "spiritati" nel laghetto di San Bruno a Serra San Bruno in Calabria. Un altro campo di esplicazione della magia era l'arte di precettare il tempo ossia di scacciare le tempeste potenzialmente dannose al raccolto con formule e gesti cerimoniali. Nel libro de Martino si sofferma in particolare sulla ancora intensa vita magica del paese lucano di Albano.
Nella seconda parte del libro l'autore, invece, analizza e discute i risultati delle esperienze sul campo descritte nella prima parte (e ne descrive altre ancora). Ed è qui che emerge la straordinaria importanza del lavoro di de Martino, che esula dallo specifico campo etnografico per entrare a pieno titolo nell'interpretazione più complessiva dei fenomeni storici, sociali e culturali (laddove per cultura si intende l'insieme di usanze e tradizioni proprie di una comunità). De Martino mette in evidenza come connettere il permanere di tali pratiche alla pura e semplice precarietà delle condizioni di vita delle classi subalterne non basta a spiegare il fenomeno. E conia il fortunato e affascinante concetto della "crisi della presenza". La presenza dell'uomo nel mondo è il suo poter "essere" nella "storia" ossia in quella condizione del divenire comunitario e sociale che conferisce un senso, un "valore" all'esistenza dell'individuo, sia pure quell'individuo fosse dotato di mezzi minimi di sussistenza. L'appartenenza a quella determinata "cultura" ed il poter essere protagonista di quella vita culturale sentendosene parte aderendo ai suoi valori, costituisce la presenza dell'individuo nel "mondo" (da intendersi come patria). E' un concetto convergente con quello dell' "essere nel mondo" di Martin Heidegger che è presenza carica di valore etico (prendersi cura delle cose e degli altri).
Ora accade che la "presenza" così come delineata, possa essere messa in crisi per effetto di violenze, malattie, carestie, catastrofi naturali etc.. Può accadere, cioè che l'individuo venga deprivato o anche solo minacciato, sul piano della "storia" (parliamo della storia della sua comunità, del suo paese), di quella possibilità di essere nel mondo partecipe attivo di valori. Ed ecco che la "crisi della presenza" viene combattuta con il ricorso, nel caso della Lucania (ma anche della Calabria) alle pratiche magiche. Secondo de Martino la magia lucana (che è poi ricorso al rito ed al mito per come li abbiamo sopra definiti, seppure frutto di sincretismi tra pratiche ancestrali e forse pagane, da un lato, e cerimoniali, testi, preghiere cattolici, dall'altro), nel momento della crisi della presenza che rischia di espellere dalla storia l'individuo, interviene a creare un orizzonte storico parallelo - che l'autore definisce metastorico - nel quale l'individuo stesso e coloro che gli stanno vicino sono certi di poter contare perché frutto di un immemorabile positivo ripetersi. In altri termini, la crisi viene trasferita, attraverso il ricorso alle pratiche magiche, in un orizzonte metastorico nel quale è già iscritta, per fede e credenza, la risoluzione della crisi stessa. De Martino definisce la situazione potenziale della crisi "labilità della presenza" e la magia lucana "un insieme di tecniche socializzate e tradizionalizzate rivolte a proteggere la presenza", che, una volta ristabilita, torna a vivere nella storia nella sua pienezza. Infatti, aggiunge de Martino, "sul piano metastorico della magia tutte le gravidanze sono condotte felicemente a termine, tutti i neonati sono vivi e vitali, il latte fluisce sempre abbondante dal seno delle madri, tutte le malattie guariscono, tutte le prospettive incerte di si definiscono, tutte le tempeste vanno a scaricarsi in luoghi deserti [...]".
Per quanto attiene ai rapporti tra magia lucana e cattolicesimo meridionale, è nota, suggerisce l'autore, l'originalità di quest'ultimo sotto il profilo delle accentuazioni di "esteriorità", "paganesimo" e "magia" (che fecero gridare allo scandalo - aggiungiamo noi - luterani e calvinisti). Tali accentuazioni non sono altro che la prova di un "raccordo" consapevole (da parte del clero) tra antiche pratiche pagane e nuovo culto cristiano, raccordo che ha fatto in modo di preservare forme insostituibili (nell'universo simbolico delle classi subalterne meridionali) di protezione della "labilità della presenza" contaminandole con elementi della nuova religione, che venne così più facilmente accettata. Ciò che ha fondamentale rilievo per de Martino sono anche i raccordi tra il mondo magico e l'alta cultura laica del Mezzogiorno, a riprova della misura del "pensiero meridionale a quella alternativa fra magia e razionalità, incantesimo e scienza, esorcismo ed esperimento che costituisce uno dei temi fondamentali da cui è nata la società meridionale." E suggerisce ancora: "In questa allargata prospettiva si presenta a prima vista un singolare contrasto; proprio in quest'angolo d'Europa [...] balenarono, con i Bruno e i Campanella, temi di pensiero che notevolmente concorsero a rompere la tradizione della magia cerimoniale e demonologica del medioevo ed a dischiudere attraverso la magia naturale, il senso delle possibilità demiurgiche dell'uomo".
Ora, gli studi di de Martino sono ancora attualissimi. Mi vengono in mente due esempi. Il primo è il proliferare, proprio al Sud, di santone e santoni non solo cercati dalla gente comune ma anche accettati dalla Chiesa, che evidentemente non conosce o finge di ignorare (per evitare rivoluzioni di popolo) i "deliri di autoriferimento e di grandezza" già studiati dalla psichiatria (ovviamente alcuni di questi "santi" in pectore sono sicuramente in buona fede). Così come finge di ignorare gli studi sui presunti miracoli, come il caso di una uomo affetto da tumore, un melanoma disseminato e mortale a breve tempo, che guarì dopo un incontro con Madre Teresa di Calcutta. Per questo caso, l'oncopneumologo Enzo Soresi - ce lo riferisce Umberto Galimberti in "Orme del sacro" - ha sostenuto che il fenomeno è inquadrabile, dal punto di vista neurobiologico come "shock carismatico": la profonda ideologia religiosa del paziente spiega l'evento atteso (la guarigione) esattamente come si spiega che praticando un placebo ad un paziente con dolore si ottiene il 30/40 % di risposta antalgica. L'evento atteso, infatti, scatena la liberazione di neuropeptidi che si diffondono sui recettori cellulari di tutto l'organismo che, nel caso del melanoma liberano una cascata di chitochine (interleuchina, interferon, immunoglobuline) in grado di difenderci e addirittura di distruggere le cellule tumorali. Il secondo esempio è l'aumento esponenziale, sempre al Sud, di istinti distruttivi anche collettivi (vedi, tra l'altro, gli incendi estivi). Già all'epoca, de Martino sosteneva che queste forme di nichilismo istintuale (commentava in "Furore, simbolo, valore" il caso di un gruppo di circa 5.000 giovani che la sera di capodanno del 1956 invasero la strada principale della civilissima Stoccolma, facendo violenze di ogni genere senza una apparente ragione, ma noi possiamo pensare agli ultrà del calcio o ai black block con le loro guerriglie urbane), nascono dal fatto che le moderne democrazie laiche - e il nuovo umanesimo che esse pretenderebbero di rappresentare - perdute le credenze tradizionali e alimentate da ideali integralmente mondani (il successo, il denaro, il potere etc.) non hanno trovato ancora il modo (ma temo, a questo punto, che non vogliano trovarlo) di rendere partecipi gli individui dell'esperienza morale (sostitutiva di quella religiosa, ammesso che essa possa essere sostituita) del "mondo" e consentire loro di essere effettivamente protagonisti del proprio destino.
Ernesto de Martino
Sud e magia
Feltrinelli
Milano 2006
€ 8,00
Di Francesco Bevilacqua
Nel 1954, un sociologo americano (da qualche parte indicato come antropologo, ma il suo titolo era political scientist), Edward C. Banfield, con la moglie italiana, Laura Fasano, e con un suo allievo, si insediarono per nove mesi in uno sperduto paese contadino della Basilicata, Chiaromonte, all'epoca di 3.400 abitanti, per effettuarvi una di quelle che in gergo si chiamano ricerche sul campo. Intervistarono una settantina di persone, per gran parte contadini poveri, e li sottoposero a T.A.T. (test di appercezione tematica). Diede poi alle stampe i risultati della ricerca in un libro dal titolo "Le basi morali di una società arretrata", pubblicato negli U.S.A. nel 1958 e tradotto in Italia nel 1961. Nel libro al paese fu dato un nome di fantasia, Montegrano.
E' lo stesso Banfield ad ammettere nel libro che, per questioni di tempo, non fu possibile adottare alcuna tecnica di campionamento, ossia di scelta degli intervistati in modo che essi costituissero un campione rappresentativo di una popolazione molto più larga. Nello stesso luogo del libro Banfield ammette anche che non vi sono ragioni per dire che Montegrano rappresenti le condizioni dell'intera Italia Meridionale. Anche se, si affretta ad aggiungere, contraddicendosi, che a suo giudizio (e senza spiegare in alcun modo perché) le persone intervistate sono "altamente rappresentative" per il paese, "sufficientemente" rappresentative per la popolazione delle campagne circostanti, e che Montegrano è "abbastanza tipico per il Sud". Esattamente il contrario cioè di quanto ha detto prima.
La sostanza è che il libro fece epoca, ed ancora oggi è letto, studiato e commentato in ambienti specialistici. Ma quel che più conta è che la sua più nota definizione, "familismo amorale" è entrata nel gergo comune, dando per scontato che sia veritiera e che si attagli perfettamente a tutto il Sud Italia (Calabria compresa). Il problema è che una gran parte di coloro che usano il termine "familismo amorale" non ha mai letto il libro di Banfield! Per tale motivo è bene che il contenuto di questo studio venga divulgato e discusso anche con riferimento alla Calabria.
Le prime pagine del libro anticipano sfacciatamente le conclusioni dello studio, quasi che l'autore sapesse già dove voleva andare a parare. Banfield cita Tocqueville e il paese più democratico del mondo (a suo dire), ossia gli U.S.A., ricordando come lo stesso Tocqueville intravedesse nella capacità degli individui di associarsi per raggiungere fini comuni la grandezza dell'America. Assume che, viceversa, l'incapacità di associarsi e di cooperare costituisce un ostacolo al progresso politico. Pone il sistema di vita occidentale al gradino più alto della scala del progresso mondiale e, udite udite, esprime seri dubbi che nazioni non occidentali come la Cina e l'India (oggi, come è noto, ai primi posti nei parametri della crescita e dello sviluppo) riusciranno mai ad eguagliare l'occidente se non acquisiranno l'ethos (ossia l'insieme di usanze, idee, termini di giudizio e modi di comportamento comuni che individuano e differenziano un gruppo da altri gruppi) di chi assume la fondamentale importanza delle attività associative. E - in un conato di sincerità o per una sorta di incontinenza espositiva - avverte il lettore che "lo studio concerne un solo paese dell'Italia meridionale, la cui estrema povertà ed arretratezza si possono spiegare in gran parte - ma non interamente - con l'incapacità degli abitanti di agire insieme per il bene comune o, addirittura, per qualsivoglia fine che trascenda l'interesse materiale immediato della famiglia nucleare" (con tale definizione intendendosi il nucleo base formato da padre, madre e figli).
Ma che significa l'invenzione linguistica di Banfield? Che vuol dire "familismo amorale". L'autore spiega pure questo nello scoppiettante incipit del libro: "il familismo amorale è un modello di comportamento o una sindrome [...] la società non è individualista (o familista) amorale finché in qualche settore di essa sussistano elementi significativi di senso civico o persino di illuminato egoismo". Ergo - deduciamo - è familista amorale chi è interamente votato a conseguire gli interessi della famiglia nucleare. Secondo Banfield "il familismo amorale è prodotto da tre fattori operanti congiuntamente: l'alta mortalità, un determinato assetto fondiario e l'inesistenza della famiglia estesa, cioè di tipo patriarcale".
Il primo capitolo del libro si apre con un paragone che la dice lunga sulle intenzioni dell'autore: Montegrano-Chiaromonte viene messo a confronto con un paese dello stato dello Utah, St. George, popolazione di 4.562 abitanti, preso a caso tra i campioni della "cooperazione etica" (la definizione contraria al "familismo amorale" è mia, non fornendone una precisa Banfield). A St. George - scrive Banfield compiaciuto - ci sono la Croce Rossa, l'Associazione Donne Professioniste e Dirigenti d'Azienda, i Futuri Agricoltori d'America, un'industria locale che ha regalato ad una scuola un'enciclopedia, la Camera di Commercio che organizza dibattiti sulle opere pubbliche, una chiesa che raccoglie fondi per un ospedale, un'Associazione Genitori e Insegnanti. Montegrano invece - è lo stesso Banfiel ad ammetterlo candidamente - è fatto per la sua stragrande maggioranza di contadini poveri e braccianti salariati che fanno quotidianamente ore di cammino per raggiungere e tornare dai luoghi di lavoro (partono prima dell'alba e giungono stremati sul fare della sera), il paese sta sul cocuzzolo di un colle come un alveare circondato da boschi e campi coltivati, nessun giornale si pubblica in paese e nemmeno negli altri tredici comuni più vicini, vi è solo un circolo dei più abbienti dove una ventina di "galantuomini" giocano a carte, vi è una radicale sfiducia nella politica, il clero non svolge alcuna attività caritativa e benefica, la messa è frequentata solo da poche donne, manca completamente il senso civico, vi è una scarsa alfabetizzazione, le scuole sono in condizioni disastrose. Banfield sembra dolersi di un medico, che, a suo giudizio, avendo fatto del bene a molti (l'autore scrive "favori", tanto per non contraddirsi), potrebbe riuscire in politica, risponda così: "C'è molta falsità nella politica [...] devi comportarti da amico verso molta gente di cui in fondo non t'importa nulla [...] Li manderei tutti al diavolo". Detto per inciso, devo essere un po' familista amorale anch'io perché la penso esattamente come il dottore di Montegrano. Banfield racconta inorridito di un'elezione vinta dalla Democrazia Cristiana elargendo pacchi di pasta, zucchero e capi di vestiario: allora non era stato ancora inventato il voto di scambio. Forse perché la pasta, lo zucchero e i capi di vestiario erano ritenuti generi di prima necessità per chi non ne aveva abbastanza per sopravvivere (ma questo commento Banfield evidentemente non lo fa). Dopo aver scoperto che chi viene eletto a Montegrano diventa subito corrotto e arrogante e fa arrabbiare i suoi elettori, Banfield sentenzia che è sua intenzione, nel prosieguo del libro di rispondere alla fondamentale domanda: "qual è la ragione dell'incapacità politica del paese?"
Pollino - Mormanno - foto F. Bevilacqua
Ora, fermiamoci un attimo e prendiamo fiato. Sto recensendo il libro del "familismo amorale" con un po' di supponenza forse o con un tono vagamente canzonatorio. Il prof. Banfield non se lo merita. Apprendiamo, infatti, dall'introduzione di Arnaldo Bagnasco (che, per fortuna, si dichiara anch'egli contrario alle tesi di Banfield) che l'autore ebbe, sia pure tra contrasti ed invidie, una brillante carriera accademica in patria, in parte propiziata anche dalla fama che gli procurò il libro sui poveri contadini di Chiaromonte: fu professore emerito ad Harvard e consulente sia del presidente Nixon che di Regan; dopo di lui altri due noti studiosi, autori di opere fortunate, Robert Putnam (1993) e Francis Fukuyama (1995), lo avranno come punto di riferimento per le loro, piuttosto semplicistiche ma ugualmente fortunate indagini sull'Italia. Bagnasco però ci informa opportunamente che Banfield non era sceso a caso a Chiaromonte: all'epoca il governo americano invogliava studi di questo genere sull'Italia, considerato un paese di confine e politicamente a rischio. Esattamente come - aggiungo io, incoraggia oggi studi nei paesi più a rischio dello scacchiere internazionale al fine di stabilire le sue strategie egemoniche e/o difensive. Banfield, con buona probabilità, scelse un piccolo paese contadino del Sud perché l'idea del familismo amorale se l'era già bella e precostituita e ne cercava solo la conferma. E, in più, questo lavoro, come anche quello di Putnam, soggiuge Bagnasco, sembrano confezionati per guardare all'America (modello di cooperazione da salvaguardare da ingerenze esterne o da influenze interne) ma dall'Italia, denunciando i rischi della perdita di capacità cooperativa degli U.S.A. dove, per usare un'immagine fortunata di Putnam, oramai gli individui giocano a bowling da soli. Bagnasco chiosa: "Aprendo una parentesi: possiamo dire che siamo stufi di essere usati in questo modo poco cooperativo, in lavori che corrono per il mondo?"Ma torniamo alla tesi fondamentale di Banfield: a Montegrano impera il familismo amorale e per questo il paese non potrà mai progredire. Naturalmente l'affermazione è suffragata dai risultati della ricerca. Attenzione: Banfield cita Carlo Levi dal noto "Cristo si è fermato ad Eboli", ma o finge di non aver capito le tesi (per altro letterariamente esposte) di Levi, o davvero non le ha capite. Il brano in cui Levi spiega perché i contadini poveri della Basilicata non si consideravano cristiani, cioè uomini, ma solo degli esclusi dal consesso civile, gente senza diritti, senza possibilità di riscatto e perciò ostile allo Stato che nulla faceva per loro, viene, infatti inserito in un certo contesto e neppure commentato.
Ma, a parte i risultati diciamo psicologici della T.A.T. (dai quali emergerebbe prepotentemente l'ethos del familismo amorale), è lo stesso Banfield a spiegare, inconsapevolmente perché quel familismo non era affatto "amorale" (ossia frutto di una scelta deliberata tra due opzioni entrambe disponibili: l'egoismo familistico o l'altruismo). Vediamo qualche esempio: "Montegrano è fra i paesi più poveri del mondo occidentale". "Montegrano è un paese isolato". "Circa la metà dei braccianti di Montegrano sono nullatenenti". Ecco la dieta giornaliera di un contadino tipo: "consuma il suo primo pasto la mattina verso le nove, dopo due o tre ore di lavoro: un pezzo di pane e una manciata di fichi e pomodori. Lo stesso dicasi a mezzogiorno. La cena verso le otto o le nove è il solo pasto per il quale la famiglia si riunisce: è costituita da pane, una minestra di fagioli freschi o secchi, un morso di salame o salsiccia se ne rimane e frutta fresca o secca". Sono "frequenti le malattie croniche: molti raggiungono la tarda età senza essersi mai sentiti bene." Il medico condotto sostiene "che ogni anno almeno cinquanta dei suoi pazienti vengono da lui ammalati solo di fame". "Incombe costantemente la minaccia di improvvisi rovesci, che il loro bilancio normale non consente di affrontare: un incidente o una malattia del capofamiglia, la grandine che distrugga il raccolto, la morte dell'asino o del maiale". "La sola speranza nella famiglia colpita è a questo punto la carità di parenti, amici, vicini di casa. Anche costoro sono povera gente, e non sono tenuti ad assumersi la responsabilità degli altri. Così naturalmente, coloro che devono ricorrere a questi aiuti cadono nel più basso tenore di vita possibile".
"La malinconia [oggi diremmo depressione cronica, n.d.r.] è in parte causata dalle preoccupazioni. Egli non ha denaro da parte ed è sempre angustiato da ciò che potrebbe succedere. Quelli che per molti possono essere contrattempi, sono per lui sventure. Quando il maiale restò strangolato dalla corda che lo legava, un contadino e sua moglie ebbero una crisi di vera disperazione: la moglie si strappava i capelli e batteva la testa contro un muro, mentre il marito sedeva sgomento senza parole [...]. Disgrazie di questo genere possono venire da un momento all'altro: un'alluvione può travolgere il campo, la grandine distruggere il raccolto, una malattia colpire la famiglia. Essere contadino significa starsene indifeso di fronte a questi accidenti". Non vado oltre su questo piano. E tuttavia voglio trascrivere l'affermazione di Banfield che sta verso la fine del capitolo da cui ho tratto i brani precedenti. E' emblematica della consequenzialità a dir poco inintelligibile dei ragionamenti dello studioso: "I contadini si lagnano spesso della mancanza di distrazioni [quali? n.d.r.] e ne parlano come se questo fatto pesasse loro quanto il lavoro pesante o la fame. Vista sotto il suo aspetto reale questa lagnanza è ridicola. Se si esclude la stagione della semina e quella del raccolto [ma davvero Banfield crede che salvo questi due periodi dell'anno i contadini non fanno nulla d'altro?], i contadini avrebbero tutto il tempo disponibile per divertirsi a loro piacere. Che impedisce loro di cantare e ballare? Di giocare a carte? O di raccontare storie?". Ma se ha appena detto che sono tutti depressi e che non sanno se il giorno successivo avranno di che sfamare se stessi e la loro famiglia?
E veniamo all'enunciazione letterale della tesi dell'autore: "L'ipotesi che i montegranesi agiscono come se seguissero questa regola generale: massimizzare i vantaggi materiali e immediati della famiglia nucleare; supporre che tutti gli altri si comportano allo stesso modo. Chiameremo familista amorale chi agisce in base a questa regola". Non ricorrerò ai molti studiosi che hanno contraddetto Banfield (interessante, a tal proposito, l'introduzione di Bagnasco già citata; ineccepibile la confutazione che fece il meridionalista piemontese Giuseppe Isnardi poco dopo l'uscita del libro, essendo anche lui sul campo da molti anni per scopi filantropici; utile anche quanto sostiene Fortunata Piselli nel suo saggio "Parentela, clientela e comunità").
Concluderò, invece, lasciando che Banfiel contraddica se stesso attraverso una delle tante affermazioni contenute nel libro, nella quali ammette, candidamente, che in una comunità dove la maggioranza della gente deve preoccuparsi innanzitutto di trovare giornalmente il cibo (ossia l'essenziale) per la sua famiglia nucleare, il familismo - ammesso e non concesso che esista come sostiene lui - non è affatto "amorale" (ossia frutto di una scelta etica negativa deliberata) perché quella stessa gente non ha la possibilità di scegliere di non essere familista. Ecco, in conclusione, ancora Banfield contro Banfield: "Nel tragico universo di Montegrano, le condizioni di vita - le brutali, assurde condizioni di vita - determinano il comportamento degli uomini. In un mondo così oppresso dalla paura dell'avvenire, dovere dei genitori è di fare ciò che sia possibile per proteggere la famiglia e preoccuparsi esclusivamente del suo interesse".
Edward C. Banfield
Le basi morali di una società arretrata
Il mulino
Bologna 2010
€ 12,00
di Francesco Bevilacqua
Quello di cui sto per parlare è un interessante saggio dal contenuto ibrido. Il suo titolo fa riferimento ad un luogo importante della Calabria, sia storica che contemporanea, l’Aspromonte, ed in effetti ci parla di questo grande segmento, anzi dell’ultimo, più meridionale segmento dell’Appennino Calabro-Lucano, e, in particolare, del suo parco nazionale. Ma al suo interno troviamo anche diversi spunti di riflessione sulla storia delle cosiddette aree protette nel mondo e su quella che potrebbe essere la loro funzione in una regione considerata “sottosviluppata” come la Calabria. Il tutto, con raffronti con altre zone del Mediterraneo e del mondo, sulle quali, l’autore, Tonino Perna, ha accumulato una ormai pluriennale esperienza non solo come docente di sociologia economica presso l’Università degli Studi di Messina, ma anche come fondatore ed animatore del CRIC (Centro regionale d’intervento per la cooperazione), una ONG (organizzazione non governativa) che ha operato ed opera fuori Italia. Si aggiunga che Perna, all’epoca in cui ha scritto il libro, era presidente dell’ente Parco Nazionale dell’Aspromonte e che, proprio grazie a lui, il parco ha assunto una notevole rilevanza nel dibattito sulle protette del Mediterraneo. L’importanza del libro, da punto di vista della nostra rubrica, sta nel fatto che traccia le possibili linee guida di quello che l’autore definisce “sviluppo locale autosostenibile” e ritiene evidentemente più gravido di implicazioni significanti e positive dell’abusato “sviluppo sostenibile”, nel nome del quale, nel mondo intero, si è detto e fatto tutto ed il contrario di tutto.
Sia beninteso: non si tratta di una guida al parco (ne abbiamo già recensito una in questa rubrica), ma piuttosto di una via di mezzo tra la ricerca sociologica e la riflessione politica (nel significato migliore del termine) sul ruolo che l’intera area montana della provincia di Reggio Calabria ed il suo parco nazionale potrebbero avere sia con riferimento alle sue risorse naturali ed alla sua popolazione, sia con riguardo alle relazioni con il resto dei paesi che si affacciano sulle sponde del Mediterraneo. Perna si riallaccia ad una fondamentale intuizione dello storico Fernand Braudel, secondo il quale il Mediterraneo è un mare paradossalmente fatto di grandi montagne e le montagne sono riserve di arcaismo sociale (a volte anche feroce) per la semplice ragione che la montagna è di per sé un ostacolo alla penetrazione, al transito. Ma – sempre secondo Braudel – la montagna è, in pari tempo, anche un rifugio ed un paese di uomini liberi. Sicché – conclude Braudel – il Mediterraneo sarà qual che saranno le sue montagne, nel senso che se queste si spopoleranno definitivamente, diventerà insopportabile il carico demografico ed ambientale dei litorali e delle città di pianura: frane, alluvioni, perdita di memoria e di cultura, sperpero di risorse naturali.
Da qui, Perna comincia il suo lungo, affascinante e, per molti aspetti sorprendente, racconto-riflessione. L’Aspromonte è, secondo l’autore, una sorta di archetipo della montagna mediterranea, utilizzato, nei secoli, come serbatoio apparentemente inesauribile di risorse naturali per le città della costa, a partire da Reggio Calabria. Ogni considerazione sull’Aspromonte è, prima di tutto, una considerazione sul rapporto tra uomo e natura, ambivalente sin dal testo biblico della Genesi, che, da un canto, afferma il “dominio” dell’uomo sul creato, e dall’altro, incarica proprio l’uomo di “coltivarlo” e “custodirlo”. E’ lo stesso dilemma che troviamo dipanarsi durante tutta la storia dell’umanità: da un lato il mito di una natura incontaminata e primigenia, di un eden perduto, dall’altro la pretesa antropocentrica di piegare la natura con tutti i mezzi messi a disposizione dalla scienza e dalla tecnica. Da qui, la nascita, in epoca moderna, dell’idea di salvaguardare porzioni di territorio dall’invadenza trasformatrice dell’uomo. E qui Perna fa una breve ma utile storia del sentimento della natura in epoca moderna. A partire da quello puramente estetico che porta alla creazione, in Francia, del primo caso di area protetta volta a proteggere la bella Foresta di Fontainebleau da un possibile diboscamento, per il godimento di pittori paesaggisti ed ammiratori. Per passare poi al sentimento della natura selvaggia (wilderness) che portò negli U.S.A. alla creazione dei primi grandi parchi nazionali di Yosemite e di Yellowstone, come immensi musei naturali (negli U.S.A. i monumenti naturali sostituiscono, nell’immaginario collettivo, quelli che sono i beni culturali nella vecchia Europa) ma destinati al godimento più ludico che estetico della popolazione immigrata (gli Americani, appunto) a scapito dell’uso comunitario e ambientalmente sostenibile che ne facevano invece gli indigeni (gli Amerindi). Sino ai parchi nazionali africani, creati anch’essi per il divertimento dei colonizzatori bianchi. In questo senso, Perna sostiene che la concezione americana e africana dei parchi è “razzista”, perché esclude le popolazioni locali dalla gestione di risorse che anticamente appartenevano proprio alle popolazioni locali. Si può essere in disaccordo con Perna su questo punto, ma è un fatto che quei sistemi di protezione della natura sono stati sostanzialmente imposti dall’alto, con interventi degli stati e dei governi senza alcun rapporto con le popolazioni locali. In questo senso, Perna rivendica alla legge istitutiva dei parchi italiani (la 394 del 1991) l’importante funzione, invece, di tentare una mediazione tra gli interessi nazionali di conservazione della natura (e quindi di risorse che appartengono a tutta la collettività nazionale) e quelli locali di “affidamento” della cura dei territori protetti alle popolazioni residenti che su di essi devono pur vantare, per ragioni storiche e sociali, un qualche diritto quantomeno di pari grado a quello nazionale.
Aspromonte - Rupi di Placa
Dirò qui, brevemente, quali sono le mie perplessità su questo ragionamento iniziale di Perna riguardante i parchi nazionali. Innanzitutto, i parchi nazionali degli U.S.A., se anche sono stati creati in territori sottratti ai nativi (ma la stessa cosa vale per tutto il territorio degli U.S.A. e delle intere due americhe), hanno rappresentato, per il mondo intero, fulgidi esempi di conservazione di straordinarie risorse naturali che, diversamente, avrebbero potuto essere distrutte (basti pensare alle imponenti sequoie sottratte al taglio) per puro profitto. Inoltre, quei parchi hanno dimostrato – seppure attraverso un turismo a volte non troppo consapevole – come alla conservazione può anche collegarsi un modello di sviluppo alternativo a quello della trasformazione cruenta del territorio. In secondo luogo, ammesso che i territori sono innanzitutto delle genti che li abitano, occorre anche chiarire che, quantomeno in Italia, se non ci fosse stata l’imposizione dello Stato (attraverso leggi istitutive votate direttamente dal Parlamento), molto probabilmente non si sarebbe fatto un solo parco nazionale, visto che le popolazioni locali, sia pure in modo velleitario e per effetto soprattutto delle menzogne fatte circolare ad arte dalla lobby dei cacciatori, hanno a lungo osteggiato le proposte di aree protette per effetto degli indesiderati ma inevitabili vincoli alle attività umane. In terzo luogo, tempo che se Tonino Perna dovesse riscrivere oggi quella parte del suo libro, non dimostrerebbe più tanto entusiasmo circa la “via italiana ai parchi”, viste le molte pecche, le inefficienze, gli immobilismi che questi enti-carrozzone, ambiguamente legati allo stato ed agli enti locali (e quindi, soprattutto, alla politica), hanno dimostrato, a prescindere dall’intelligenzi di chi li ha rappresentati e li rappresenta.
Certo è – e qui veniamo allo specifico della vicenda del Parco Nazionale dell’Aspromonte – che questo ente, sotto la guida illuminata e creativa di Perna ha vissuto una intensissima stagione di realizzazioni e cambiamenti. Perna racconta, a tal proposito, come egli, ben conscio dell’importanza di coinvolgere i residenti nella responsabilità della gestione del parco, al di là della rappresentanza che gli enti locali hanno negli organismi amministrativi dell’ente, sia riuscito a far comprendere, con azioni concrete, come il territorio può essere tutelato solo da chi vi risiede, attraverso scelte democraticamente condivise dal basso. Qualche esempio. Anche l’Aspromonte, come gran parte dell’Italia, era tristemente noto per il gravissimo fenomeno degli incendi estivi. Perna è riuscito, per la prima volta, a far rispettare i boschi del parco attraverso una trovata semplice quanto efficace, dividendo, cioè, il territorio in tante sottoaree assegnate ciascuna ad una associazione o ad una cooperativa, e stipulando con queste ultime contratti di responsabilità, in base ai quali il compenso aumenta in modo inversamente proporzionale all’ampiezza della superficie percorsa dal fuoco: più integro mi restituisci il territorio a fine stagione più remunerazione prendi dal Parco e viceversa. Esattamente il contrario di quanto accade con i contratti che la Regione Calabria stipula per i mezzi aerei antincendio di società private che vengono pagati in base alle ore di volo effettuate per spegnere il fuoco e che, come dicono gli esperti, sono chiamati a tentare di domare incendi ormai indomabili (perché il segreto sta nel controllo capillare del territorio e nel pronto intervento con le squadre a terra quando l’incendio è ancora di piccole proporzioni). Noi tutti conosciamo la storia dell’energia eolica in Calabria: grandi società multinazionali sono calate in un territorio affamato e deprivato di ogni dignità da decenni di inutile assistenzialismo, offrendo ai comuni, spesso con lo zampino della mafia, miseri compensi in cambio di permessi ad installare grandi parchi eolici in molti casi in spregio di paesaggi di pregio. Ebbene, sotto la direzione di Perna, il parco, sottoposto ad un fuoco di fila di richieste di questo genere, ha pensato bene di creare esso stesso, insieme ad altri sette comuni, una società, la Eolo 21, poi aperta anche ai privati con una regolare gara, che ha consentito di saltare a piè pari la “mediazione” dei profittatori di turno e di responsabilizzare gli enti locali. E poi c’è il primo master nazionale di giornalismo ambientale, che ha formato decine di giovani professionisti venuti sin nel cuore del profondo sud per imparare da docenti d’eccezione e per scoprire un’altra faccia del tanto bistrattato Aspromonte. E poi ancora il laboratorio di scrittura creativa al Santuario di Polsi, un luogo di culto sprofondato nel centro dell’Aspromonte. E il master di progettazione per lo sviluppo locale etc.
È utile precisare che queste ed altre iniziative non sono state prese solo grazie alla creatività di Perna. Alla base di tutto c’è stata una fondamentale ricerca sociologica, voluta dallo stesso Perna, che ha dato importanti informazioni sulla realtà socio-economica e sulle esigenze degli abitanti dell’area. Anche in questo caso riportiamo alcuni esempi. L’Aspromonte è noto al grande pubblico europeo soprattutto per le tristi piaghe dei sequestri di persona degli anni 70 e 80 del secolo scorso, per i latitanti di ‘ndrangheta, per la stessa criminalità organizzata. E tuttavia, sotto questo punto di vista, il risultato della ricerca è che la gente dei paesi alti del massiccio (quelli maggiormente interessati dal Parco) si sente per grandissima parte sicura né si registrano furti, rapine, racket che viceversa sono molto diffusi nelle cittadine della costa. Altro dato interessante è la riduzione della popolazione degli stessi centri a partire dagli anni 50 con una perdita di abitanti che va dal 40% sino all’80%. Quanto ai bisogni della gente dell’Aspromonte al primo posto delle istanze raccolte sul campione significativo di intervistati durante la ricerca c’è quello di più attività culturali, ricreative e sportive, che, secondo Perna, deriva dal senso di isolamento e di abbandono rispetto ai centri più modernizzati ed infrastrutturati della costa. Al secondo posto c’è il bisogno di più servizi pubblici uffici, che deriverebbe dalle carenze delle reti idriche e fognarie, della raccolta di rifiuti, dalla sparizione di farmacie e servizi postali nei paesi che si spopolano etc. Al terzo posto vi è il bisogno di un migliore assetto urbano ed uso del territorio, con riferimento alla carenza di strumenti urbanistici adeguati, alla presenza di molte case abbandonate, alla mancanza di aree verdi, alla inefficienza dei sistemi di trasporto pubblici, alla condizione disastrosa delle strade etc. Solo all’ultimo posto viene la domanda di più occupazione e sviluppo produttivo, per la quale si può solo ipotizzare – scrive Perna – che vi sia una sorta di rassegnazione della gente rispetto alle ripetute e disattese promesse di sviluppo che la classe dirigente ha formulato ripetitivamente negli ultimi decenni.
Tonino Perna
Aspromonte, i parchi nazionali nello sviluppo locale
Bollati Boringhieri
Torino 2002
€ 16,00
di Francesco Bevilacqua
Ci occupiamo oggi del più crucciale tra i periodi storici della Calabria. Lo facciamo recensendo “Breve storia dell’Italia Meridionale, dall’Ottocento ad oggi” scritto da Piero Bevilacqua ed edito da Donzelli nel 1993. Il libro – lo dico subito – ha tre pregi fondamentali. Il primo è quello di essere breve e di agevole lettura; il secondo è quello di essere rigoroso sul piano scientifico (l'autore è uno storico di professione, docente universitario e cita una mole di dati a suffragio delle propri tesi); il terzo è quello di essere stato scritto prima che si accendesse la miccia della reazione pseudo-meridionalistica, con la nascita dei partiti del Sud, e che si inaugurasse una stagione di rivendicazioni sostanzialmente velleitarie, uguali e contrarie a quelle operate dalla Lega al Nord.
Quello che va dall'Unità ai nostri giorni è il periodo storico che ha determinato in modo esiziale la situazione odierna della Calabria, con il suo bagaglio di problemi irrisolti e sempre più gravi. È in questo periodo, infatti, che si acuiscono in modo irreversibile problemi secolari e che si connotano definitivamente tutti i fenomeni negativi che ne caratterizzano la storia recente.
Seguiamo, allora, sinteticamente, il racconto del libro e ripercorriamo le tappe salienti di questo periodo. Si parte dal fatto più rilevante del breve tentativo di conquista napoleonica del Sud, l’eversione della feudalità, ossia l'abolizione di quel sistema di governo - e di appropriazione - del territorio, che nel Sud era in auge da secoli: paesi, terre ed uomini in balia assoluta di poche famiglie nobiliari. Ma i baroni non vennero espropriati di tutti i loro possedimenti; soltanto non ebbero più il potere assoluto su uomini, terre e cose che ricadevano nel feudo. Tra il 1806 ed il 1860, nel Sud, vennero, così, divisi e/o quotizzati 705.000 ettari di terra, contro però i sette-otto milioni di ettari di superficie agraria utile. In realtà, accadde che i baroni furono solo indeboliti, che i paesi non poterono sobbarcarsi gli oneri di costose liti giudiziarie, che la gran parte dei terreni divisi, a causa della mancanza di capitali nella disponibilità dei contadini, venne abbandonata o rivenduta a ricchi proprietari.
Sotto il profilo demografico, la popolazione del Sud a partire da metà Settecento crebbe costantemente, mettendo fine ai cicli di crescita e decrescita precedenti: Napoli, alla fine dell'Ottocento contava ben 438.000 abitanti ed era la terza metropoli europea. Enormi quantità di territorio prima occupati dalla natura vennero, così, messe a coltura. A farne le spese soprattutto i boschi, che vennero massivamente distrutti col fuoco (debbio o, localmente, cesina) per far posto a pascoli, grano, segale e granturco. La Calabria, dotata di ripide pendici vallive, vide acuirsi il problema dell’erosione del suolo, dell'innalzamento degli alvei dei fiumi, dell'impaludamento di pianure e litorali. Proprio in Calabria la più gran parte della popolazione risiedeva nei paesi in altura, lontani dalle zone malariche costiere. Dunque, ricorda Bevilacqua, si creò un rovinoso circolo vizioso: la popolazione, sempre più affamata, distruggeva i boschi sulle pendici delle valli, ed i fiumi ricambiavano, esondando ed implementando paludi e malaria.
La coltura maggiormente attiva al Sud prima dell’Unità era quella del grano, praticata da piccoli e grandi proprietari, anche perché non abbisognava di acqua e di miglioramenti agrari. La Calabria diede il suo fondamentale contributo soprattutto nel Marchesato di Crotone, ove erano concentrate le più estese proprietà latifondistiche. Altre colture diffuse, perché favorite dal clima, erano quelle del gelso, della canna da zucchero, dell'ulivo, della vite, del mandorlo, del nocciolo, degli agrumi, che, man mano conquistarono spazio rispetto al grano. Mercanti del nord Europa acquistavano seta grezza, olio, vino, mandorle. Quanto alle manifatture, il Sud era costellato di centri di lavorazione del cotone, del vetro e delle ceramiche, di concerie, fornaci, piccole industrie di carta, tintorie. Vi erano anche concerie di pelli e manifatture di guanti rinomate. Si produceva la pasta. Diffusa era la manifattura tessile: vi era vicino Caserta un importante ed innovativo stabilimento che occupò sino a 1300 operai, ma si pensi che anche in Calabria, a Catanzaro, ad esempio, nel 1784 erano occupati nell'industria della seta circa 6000 operai pari a 2/3 della popolazione cittadina. Vi era poi l'industria metalmeccanica, soprattutto a Napoli, dove si producevano attrezzi agricoli, pressoi e torchi idraulici, ruote dentate, macchinari di vario genere e, per un periodo, anche caldaie a vapore. Nel 1818 partì da Napoli diretto a Marsiglia il primo battello a vapore che attraversò il Mediterraneo. E sempre da Napoli, nel 1839 partì la prima linea ferroviaria d'Italia, la Napoli-Portici.
Al momento dell'Unità, dunque, secondo l'autore, il Sud non era poi in grave svantaggio rispetto al Nord. Sulla questione delle protezioni doganali poste in essere dai Borbone, Bevilacqua fa notare, come questo tipo di intervento statale non era affatto estraneo ad altri paesi europei, primi fra tutti l'Inghilterra. I limiti dell'industria meridionale erano, invece, la ristrettezza del ceto imprenditoriale, la poca domanda interna e la dislocazione geografica del regno, lontano ed isolato rispetto agli stati europei in corso di industrializzazione.
Cosa accadde, dunque, dopo l'Unità, per ridurre il Sud a "problema"? Innanzitutto, l'abolizione pressoché improvvisa delle tariffe protezionistiche espose le industrie del Sud alla spietata concorrenza esterna. L'amministrazione statale fu, poi, per diverso tempo estranea alla realtà ed ai problemi dell'ex Regno di Napoli. Inoltre, l'unificazione italiana fu sostanzialmente un fatto militare ed istituzionale, con scarsa partecipazione del popolo meridionale. La pressione fiscale dei piemontesi fu di gran lunga più forte di quella borbonica. Rimase irrisolto l'antico bisogno di terra delle plebi rurali. Il servizio militare obbligatorio privava di braccia le famiglie contadine del Sud per ben cinque anni. Fu così che nacque e si inasprì quella che Bevilacqua definisce "la più vasta, lunga e sanguinosa forma di guerra civile della nostra storia: il brigantaggio".
In conseguenza alla disfatta economica, sociale e civile del Sud nacque la cosiddetta "questione meridionale". Importanti meridionalisti furono Pasquale Villari, Leopoldo Franchetti, Sidney Sonnino, Pasquale Turiello, Giustino Fortunato, Ettore Ciccotti, Francesco Saverio Nitti, Napoleone Colaianni, Gaetano Salvemini, Umberto Zanotti Bianco, Giuseppe Isnardi etc.. Pur con diversità tra le varie posizioni, le analisi e le inchieste sul campo di questi studiosi dimostrarono come, al Sud, tra proprietari e braccianti esistesse un rapporto ancora di puro arbitrio. Tutto si fondava sulla legge del più forte e sulla assenza di uno Stato garante dei diritti e della giustizia. Ma vi era, ovviamente, molto altro ancora, dalle condizioni ambientali alle questioni antropologiche, dalla sociologia all'economia.
In questo contesto si inserì la nascita della criminalità organizzata, spesso come forma illegale di procacciamento di risorse, come metodo per regolare i rapporti tra gruppi e famiglie, di controllo del territorio, di vigilanza di beni privati, di mediazioni di conflitti, di controllo del mercato del lavoro e delle istanze sociali etc.. Sul piano economico, va detto che dopo un primo momento di ripresa dell'agricoltura meridionale, soprattutto per quel che riguarda la vite e gli agrumi, e di maggiore articolazione della borghesia agraria, si registrò un prosciugamento di capitali dovuto alla vendita delle cospicue proprietà fondiarie della Chiesa. All'inizio degli anni 80 dell'Ottocento, si abbattè sull'agricoltura italiana un'epocale crisi agraria, dovuta soprattutto all'arrivo sul mercato di grani russi ed americani a prezzi molto più competitivi. Ebbe inizio, così, la prima, grande ondata migratoria transoceanica: tra il 1876 ed il 1914 ben 5.400.000 persone lasciarono il Mezzogiorno (di cui 879.000 la sola Calabria). Il fenomeno fu ambivalente: da un lato consentì a molti di liberarsi da gioghi secolari, accedere a nuove occupazioni, mandare ingenti capitali in patria, uscire dall'indigenza; dall'altro produsse un'indicibile sofferenza umana.
Intanto, tra la fine dell'Ottocento e la prima guerra mondiale, al Nord, nel triangolo Torino-Genova-Milano si formò una prima base industriale, dando vita a quel processo di agglomerazione, per il quale nuove industrie nascono più facilmente laddove ve ne sono già. Fu la definitiva divaricazione tra un Nord che si modernizzava e cresceva ed un Sud che si spopolava e regrediva. Nasceva anche una dicotomia politica: mentre i politici del Nord ottenevano sgravi, finanziamenti, investimenti per l'industria, quelli del Sud inauguravano la lunga stagione delle rivendicazioni sociali (strade, ponti, opere pubbliche etc.), che segnarono l'inizio dell'assistenzialismo.
Verso la fine dell'Ottocento si verificarono, soprattutto in Sicilia, rivolte popolari, con occupazione di terre, represse nel sangue dal governo. Ma nel 1922 giunse il fascismo a spegnere ogni rivendicazione. Sotto il fascismo, il Sud fu destinato a due particolari interventi pubblici: la produzione di energia idroelettrica (in quel periodo nacquero i laghi silani) e la bonifica integrale (in Calabria vennero bonificate le piane di Sibari, Sant'Eufemia e Rosarno). Fu così sconfitta anche la malaria, dovuta alla presenza della zanzara anofele nelle aree paludose costiere, e cominciò a prodursi il fenomeno della cosiddetta oceanizzazione, ossia il graduale trasferimento delle popolazioni vissute per secoli nei paesi sui monti verso la costa.
Sila - Monte Gariglione anni 30 del 900. Ferrovia a scartamento ridotto per l'esbosco del legname
La seconda guerra mondiale determinò, come è facile intuire, distruzione e depressione dappertutto e ancor più nel già sfilacciato e debole tessuto sociale del Sud. Nell'immediato dopoguerra si produsse, anche il Calabria, una stagione di rivendicazioni contadine senza precedenti che, dopo le occupazioni di terre e le repressioni - che culminarono, in Calabria, con l'eccidio di Melissa nel 1949 - portarono alla cosiddetta Legge Sila del 1950 che avviò un largo processo di riforma fondiaria in Calabria, poi esteso in altre aree del Sud, con assegnazione ai contadini, tra il 1950 ed il 1960, di oltre 417.000 ettari di terra, mentre altri 450.000 passarono di mano per effetto della legge del 1948 sulla piccola proprietà contadina. Ma, per la endemica carenza di capitali da investire, per la esiguità dei singoli appezzamenti di terreno, per la mancanza di una qualunque forma di cooperazione tra piccoli proprietari, la riforma ebbe scarsi esiti.
Vennero gli anni del "boom economico". A trarne beneficio furono soprattutto le industrie metalmeccaniche, elettrotecniche e tessili del Nord-Ovest. Nel 1950, per tentare di correggere l'evidente dualismo tra lo sviluppo del Nord e quello del Sud, venne istituita la famigerata Cassa per il Mezzogiorno, che nei decenni successivi investì ingenti risorse in crediti agevolati, opere pubbliche ed infrastrutture. Mentre, solo a partire dal 1957 si tentò l'industrializzazione del Sud con interventi per poli industriali in Campania, Basilicata, Sicilia. La Calabria registrò, invece, una certa modernizzazione delle colture agricole soprattutto nelle tre piane e nel Marchesato di Crotone, con espansione delle colture irrigue. A metà degli anni Ottanta il Sud produceva il 57% di tutta la produzione ortofrutticola italiana. Ma, per converso, tra il 1951 ed il 1978 l'agricoltura del Sud, per effetto delle nuove tecniche di coltivazione, perse due milioni di braccia. Si produsse così un secondo, intensissimo flusso migratorio verso il Nord Italia e le altre nazioni europee: tra il 1951 ed il 1971 ben 4.500.000 lavoratori.
Si produsse, contemporaneamente un espandersi dei fenomeni dell'oceanizzazione e dell'inurbamento, quest'ultimo sviluppatosi in modo incredibilmente caotico. Mentre, per converso, lo spopolamento dei paesi mette ormai a serio rischio la loro stessa sopravvivenza. Si registrò anche un decremento dell'agricoltura a favore del terziario.
Da metà degli anni settanta, l'aumento del prezzo del petrolio dovuto alla crisi arabo-israeliana aprì una congiuntura internazionale decisamente sfavorevole, durata sino al 1984, che si riverberò negativamente sull'esigua industria del sud. Mentre al Nord la crisi si affrontò con ristrutturazioni, riconversioni ed investimenti di capitali, al Sud si registrò, con qualche eccezione, una sorta di stagnazione che riportò il divario tra le due parti del Paese ai livelli degli anni 50. In realtà, a metà degli anni 80 l'intervento straordinario nel Sud si era dimezzato rispetto a dieci anni prima. Ed anche la qualità dell'intervento si spostò da settori produttivi a forme di puro assistenzialismo.
E veniamo alla situazione attuale (all'epoca dell'uscita del libro, ossia il 1993). Secondo l'autore i problemi più acuti del Sud (e quindi anche della Calabria) sono, oltre alla mancanza di lavoro, il degrado sempre crescente della vita civile, l'inefficienza della pubblica amministrazione e dei servizi pubblici, la crisi della politica e la crescita esponenziale della criminalità organizzata. Secondo Bevilacqua, inoltre, l'intervento straordinario ha finito non per aggiungersi a quello ordinario ma per sostituirsi ad esso, sicché, a conti fatti, lo Stato ha speso per il Sud meno di quel che ha speso per il Nord. Mentre il regionalismo, che avrebbe dovuto portare ad una maggior responsabilizzazione dei ceti dirigenti, ha invece determinato una crescita esponenziale dell'assistenzialismo, del clientelismo, ed una carenza di pianificazione razionale in tutti i campi. Quanto alla questione della mancanza di senso dello Stato che starebbe nell'animo dei meridionali ed a quel "familismo amorale" che, secondo il sociologo americano Edward C. Banfield sarebbe alla base dello scarso senso civico e di cooperazione delle comunità del Sud, secondo Bevilacqua si tratta di stereotipi che cercano di afferrare fenomeni difficili da decifrare e soprattutto non tengono conto della storia sociale di queste regioni.
Infine, come giudicare la longevità ed anzi la forte vitalità del fenomeno della criminalità organizzata al Sud? Bevilacqua punta il dito contro l'insipienza dei governi nazionali che hanno lasciato per decenni la macchina della giustizia in condizioni disastrose, dimostrando così una colpevole, se non dolosa, miopia verso quel che stava accadendo. Ed è proprio la qualità del vivere civile, compromessa da fenomeni come la mafia, il malaffare, la cattiva amministrazione della cosa pubblica, più che il divario reddituale, il vero nodo da affrontare per far ripartire il Sud.
Piero Bevilacqua
Breve storia dell’Italia Meridionale dall’Ottocento ad oggi
Donzelli
Roma 1993
€ …
Di Francesco Bevilacqua
Provo uno strano imbarazzo nel leggere articoli e saggi sulla mafia in Calabria. Anche se sto, senza tentennamento alcuno, dalla parte della legalità, dello Stato, delle forze dell’ordine, di chi si ribella contro la mafia. Credo di aver capito cos’è quell’imbarazzo e perché lo provo. Ho la sensazione che ciò che sto leggendo sia una verità parziale e temporanea, un’analisi monca. Perché, solitamente, si basa su inchieste giudiziarie, su dati e statistiche temporalmente ben racchiuse. Perché, insomma, non fa i conti con la memoria. E quindi è anche senza prospettiva. Esistono utilissimi saggi che ricostruiscono la storia del fenomeno mafioso in Calabria (fra tutti quelli pionieristici di Sharo Gambino e poi quelli, più attuali, di Enzo Ciconte). Eppure, la loro lettura, per quanto indispensabile, non basta, secondo me, per capire.
Perché proprio di questo si tratta: capire come sia stato possibile che in una regione fatta per lo più di persone umili e gentili (per come le ho conosciute in più di trent’anni di peregrinazioni pedestri) si sia potuta radicare un’associazione segreta che ha come scopo quello di delinquere e che usa il terrore, la forza bruta, il sangue per imporsi. Lasciate perdere i luoghi comuni del Sud come un paradiso abitato dai diavoli. Non fate caso alla tradizionale idea che ci vede ancora come eredi di feroci briganti. Leggete gli scritti che dipingono la Calabria come un inferno con le dovute contestualizzazioni. E non vi fissate sulla leggenda di Osso, Mastrosso e Carcagnosso, i mitici fondatori della mafia, con tutta la conseguente ricostruzione leggendaria. Mettete da parte, per un attimo, l’efferatezza del fenomeno che ci restituisce l’attuale cronaca giudiziaria. È tutto vero, per carità, e va appreso. Ma non basta a capire perché.
Durante la mia lunga esperienza alla ricerca dell’identità (mi si passi il termine infido) della Calabria e nello stesso tempo delle mie radici, ho ritenuto che una narrazione ben fatta valga ben più di un saggio. A me pare che chi scrive saggi, in molti casi, abbia una gran paura di cimentarsi con il racconto. Perché i saggi pretendono di dire verità precostituite (spesso legittimamente e scientificamente), mentre il racconto affida al lettore il compito arduo di riflettere, dubitare, immaginare, elaborare, decodificare, in una parola, capire.
E così è – a mio parere – per il fenomeno mafioso in Calabria. In questa rubrica abbiamo recensito almeno tre romanzi fondamentali che si imperniano su questo argomento: La famiglia Montalbano di Saverio Montalto, Impallidisco le stelle e faccio giorno di Domenico Strati, Zephira di Gioacchino Criaco. Oggi ne aggiungiamo un altro, altrettanto importante: Un giorno in Aspromonte di Domenico Gangemi, pubblicato nel 1995 da Rubbettino. Gangemi (con il nome di Mimmo) è assurto agli onori della cronaca letteraria italiana nel 2009 per un libro, Il giudice meschino, edito da Einaudi, che ha avuto un buon successo di critica e di pubblico. Considero la lettura di Un anno in Aspromonte, di estremo interesse per chi voglia davvero comprendere il fenomeno mafioso in Calabria e, attraverso esso, anche alcuni aspetti essenziali della nostra società.
La vicenda narrata da Gangemi si dipana in un piccolo paese alle falde occidentali dell’Aspromonte all’epoca degli ultimi rapimenti di persona avvenuti in Calabria. Il paese è una tipica comunità calabrese semirurale, solo apparentemente trasformata da una modernizzazione fraintesa e coatta, una comunità che si ripiega su se stessa, dalla quale le persone continuano ad emigrare come un’emorragia inarrestabile, dove invidie, rancori, legami d’onore, pettegolezzi, familismo (non saprei giudicare se quello del Sud sia davvero “amorale” come dice Banfield in un famoso saggio sociologico del 1963) sono il nutrimento quotidiano della gente.
Tra i tanti tipi che compongono l’asfittica società del paese vi è un borghese, un professionista giovane, onesto, affermato, Gino Parisi, che vive con la moglie e i figli in una bella villetta. L’ingegner Parisi è uno di quegli uomini che ha deciso di restare e che è riuscito a realizzarsi nel suo paese d’origine, anziché emigrare. Ma ha un difetto: non è un eroe. Come quasi tutti in paese. Come quasi ovunque in Calabria. Dinanzi alla corruzione, all’inefficienza, all’insipienza della pubblica amministrazione, la gente, da secoli, si arrangia da sola. I più “furbi” si affidano a consorterie ndranghetiste, i più “fessi” (ricordate la famosa distinzione tra furbi e fessi di Prezzolini?) ne riconoscono, comunque l’autorità, e, per non essere spazzati via, si piegano come i giunchi al passaggio del vento (metafora di un vecchio proverbio calabrese). Oggi, i professionisti dell’antimafia – uso la famosa locuzione di Sciascia – chiamerebbero questa gente rassegnata “zona grigia”, intendendo quelli che “pavidamente” non stanno tutti i giorni a fare cortei antimafia e che, per sopravvivere, si adattano.
Non c’è bisogno di scomodare antropologi e sociologi per sapere che l’adattamento è il primo strumento di un uomo per vivere in un determinato ambiente. Ma gli “eroi”, comunque, chiamano chi si adatta “zona grigia”.
Bene, il libro di cui stiamo parlando è il romanzo che più d’ogni altro cerca di indagare sulle caratteristiche di questa “zona grigia”, in un’epoca, per altro, nella quale, tutt’al più si parlava di omertà, ma di questa nuova categoria in voga durante le odierne conferenze stampa degli inquirenti, non si discuteva proprio. In qualche modo, il libro di Gangemi è premonitore e per questo va letto e riproposto, ancor più delle sue opere più recenti.
Ma, accanto a ciò, occorre dire che siamo di fronte ad un libro “bello”, cioè ben scritto, ad una trama sapientemente organizzata per avvincere. Uno di quei romanzi calabresi (e non solo), insomma, che definirei fondamentali. Torniamo al protagonista, l’ingegner Parisi. Un giorno, la sua vita serena viene squarciata da una richiesta estorsiva e da un attentato intimidatorio. Dinanzi all’insipienza e all’impotenza delle locali forze dell’ordine, l’ingegnere, pur con riluttanza, pensa di rivolgersi ad una famiglia di ndranghetisti del paese, quella emergente. Altrimenti non se ne verrebbe a capo e sarebbe costretto a pagare. A parte il pericolo che correrebbe la sua famiglia.
E mentre Gino si rivolge allo ndranghetista Micu Barrese, l’autore ci svela sin da subito chi sono gli autori del tentativo di estorsione: quattro giovani, cani sciolti più o meno impavidi, ovviamente nullafacenti, stufi di vedere gli altri fare i furbi, rancorosi verso il passato di stenti delle loro famiglie, certi che la scorciatoia giusta per il “successo” sia quella di fare da soli e, soprattutto, di cambiare strategia rispetto alle vecchie famiglie dell’”onorata società”. Li comanda lo spavaldo Cola. Essi pensano che le estorsioni vadano fatte anche ai compaesani, quelli danarosi, quelli che il successo l’hanno già avuto, per meriti propri o per fortune più o meno lecite. E così non c’è solo Gino Parisi nel loro mirino. Anche altri notabili del paese subiscono lo stesso trattamento.
A differenza delle forze dell’ordine, completamente inadeguate a comprendere la situazione, tutti, in paese, intuiscono quel che sta accadendo. Ed ognuno a suo modo decide di non cedere, di contrattaccare. Anche di questi altri l’autore ci offre efficaci ed accurati ritratti. In sottofondo a tutto il romanzo, invece, come il coro di una tragedia greca, c’è un gruppetto di vecchi amici che si danno appuntamento, a sera, nella falegnameria di Mastro Umberto, dove commentano gli accadimenti e chiosano comportamenti, pettegolezzi, dicerie, con un misto di saggezza popolare, di esperienza dovuta all’età e di complice malizia.
L’ingegner Parisi incassa le rassicurazioni dei Barresi, ma è preoccupato e perplesso: sa di aver fatto una cosa illegale e soprattutto pericolosa. Questa consapevolezza rimarrà stampata a lettere di fuoco nel suo animo durante tutto lo svolgimento della vicenda. I Barrese analizzano l’accaduto come dovrebbero fare degli investigatori efficienti, e, conoscendo tutto e tutti del paese, scoprono che ad organizzare lo sgarro sono i quattro giovani. Cola viene convocato e redarguito perché “la famiglia Parisi è cosa nostra”. Ma egli, con un discorso la cui logica non fa una grinza (vi rispettiamo ma anche noi vogliamo fare i nostri affari; “cu avi a vucca voli u mangia”; “ho già zappato abbastanza nella mia vita […], non mi piacciono i calli e non mi piacevano quelli di mio padre e la sua schiena curva di fatica e umiliazioni”), fa capire ai Barrese che ha fretta di emergere e che non lo fermerà nessuno.
I quattro amici discorrono sul da farsi e, a loro volta, scoprono che i Barresi sono coinvolti in un sequestro di persona: per caso trovano un covo dove è stato tenuto prigioniero il rapito e raccolgono un bottone e d un piccolo pezzo di stoffa lasciati li dalla vittima forse per essere capace, dopo, di riconoscere la sua prigione. Certi di poter ricattare i Barresi, decidono, pertanto, di proseguire nella loro ascesa criminale. Una delle vittime, l’uomo d’onore vecchio stampo Ciccio Aversa si difende con le armi, ma viene arrestato. Un altro uomo d’onore, don Rosario, con i fedeli fratelli Laface pensa a come proteggere un amico, colpito anche lui dal tentativo di estorsione del gruppetto. La tragedia matura quando Cola tenta di ricattare i Barrese con la storia del rapimento. Viene brutalmente ed immediatamente eliminato ed il cadavere accuratamente nascosto. Il gruppetto di amici, privato del suo capo, si sfalda immediatamente.
Don Rosario e i Laface terrorizzano un altro della banda, Ntoni, con una “magistrale” lezione sugli “uomini d’onore” e su quella sorta di legge del taglione che segretamente vigeva ancora nella comunità: la pena è che Ntoni, per riparare al torto fatto (aveva bruciato l’auto ad un amico di don Rosario) deve bruciarsi, da solo, la sua di macchina, davanti a tutti. E così accade. È la legge del taglione, l’abitudine a ricorrere ad una giustizia rapida e sommaria con l’aiuto di uomini d’onore in una società incapace da secoli di elargire giustizia, di promuovere coesione sociale, di assicurare un minimo di ordine e di legalità, insomma la necessità di farsi lupo tra i lupi (che è poi una vecchia metafora filosofica di Hobbes che nessuno si è mai sognato di chiamare mafia).
Ntoni, dopo l’umiliazione subita, parte per il Nord Italia. Anche Peppe, il terzo del gruppo, subisce un trattamento analogo e scappa anche lui. Il quarto, Tano, cugino di Cola, deduce che qualcuno ha ucciso il compagno scomparso e per esclusione giunge ai Barrese. E vaneggia sul come vendicarsi. Intanto l’ingegner Parisi, inorridito da altri fatti di sangue che scuotono il paese, decide di trasferirsi anche lui nel Nord Italia e predispone tutto. Ma prima ha uno sfogo con i Barrese, ai quali rimprovera, improvvidamente, di avere agito sopra ogni limite e li incolpa della morte di Cola (anche se sa che la colpa è anche sua per aver chiesto protezione ai Barrese ma ignora che questi hanno fatto quel gesto soprattutto per proteggere se stessi).
Intanto Ntoni viene arrestato e messo al torchio per la scomparsa di Cola. Il sequestrato viene liberato dai suoi rapitori e ritrovato da un gruppo di persone del luogo, ma le forze dell’ordine fanno credere che siano state loro a salvarlo. La gente dell’Aspromonte e l’Aspromonte stesso ne escono tutti, indistintamente, diffamati, come se il bene, da quelle parti non esistesse in alcuna forma. L’epilogo giunge repentino e drammatico in un parossismo di accadimenti che rende il finale del libro simile ad un thriller. Peppe è braccato, perché i Barrese sospettano che lui sappia del loro coinvolgimento nel rapimento e possa rivelarlo a qualcuno. Dal Nord Italia, dove si trova, spedisce, per vendetta o per un ultimo tentativo di ricatto verso i suoi nemici, una busta con il bottone ed il pezzo di stoffa ritrovati nella covo dei sequestratori e con un resoconto della vicenda, all’ignaro ingegner Parisi, chiedendogli di rivelare agli inquirenti tutto quanto ha saputo nel caso anche lui scomparisse come Cola. Ma i suoi aguzzini, trovatolo, gli estorcono, sotto tortura, la verità e lo uccidono.
La scena si trasferisce di nuovo al paese dove si consuma l’epilogo drammatico: uomini dei Barrese perquisiscono lo studio dell’ing. Parisi sperando di intercettare prima che ne legga il contenuto la lettera di Peppe, ma la trovano già aperta. Parisi, intanto, appresa la grave verità, con l’animo in tumulto cerca consiglio e protezione a don Rosario, che però è fuori paese. Parisi resta solo col suo segreto. Mentre, finalmente, colto dal terrore, dalla ripulsa, dai sensi di colpa, decide di fare quanto avrebbe dovuto fare sin dall’inizio, ossia rivolgersi, fiducia a parte, alle forze dell’ordine, viene freddato in piazza dai killer dei Barresi che con lui seppelliscono per sempre il loro segreto.
Si conclude la tragedia, che ha diversi protagonisti: il paese, nella sua immobilità e nel suo fatalismo millenario, gli uomini d’onore vecchi e nuovi, con le loro regole e la spietatezza, l’”ordinamento” della ndrangheta locale, in bilico tra antichi equilibri e nuovi egoismi; l’assenza delle istituzioni; la solitudine di un uomo in bilico, tra il desiderio di restare e la necessità di fuggire, tra il bisogno interiore di rompere con la prassi della protezione e dell’omertà e la necessità, invece, di affidarsi agli stessi delinquenti per avere protezione. Da qualche parte nel libro, l’autore mette in bocca a qualcuno, uno sfogo amaro: che vengano, tutti coloro che ci giudicano da lontano, dalle comode redazioni dei giornali, dalle loro città civili; che vengano a scrivere di noi, della nostra omertà, del nostro terrore, del nostro inferno, vivendoci, per un po’, in questo girone dantesco. Forse solo, allora, capiranno davvero.
Domenico Gangemi
Un anno in Aspromonte
Rubettino
Soveria Mannelli 1995
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Di Francesco Bevilacqua
Ci occupiamo oggi di un tema di grande rilevanza per capire come si sia venuto formando, nella storia, un immaginario collettivo che ha fatto della Calabria una terra selvaggia abitata da genti irriducibili alla causa della legalità. Sembra una maledizione, ma la storia ha davvero condannato senza appello questa regione: in epoca classica con l’odio romano nei confronti dei brettii, i quali, a causa della loro inimicizia verso l’Urbe, furono espropriati delle terre, condannati ad un ruolo servile e successivamente oltraggiati per esser stati – secondo la leggenda – proprio di stirpe brettia in soldati che crocifissero Gesù; tra il Cinquecento e l’Ottocento il brigantaggio; in epoca moderna la ‘ndrangheta.
Il tema di oggi è quello del brigantaggio (ce ne siamo già occupati in questa rubrica con i romanzi di Nicola Misasi e di Luigi Guarnieri). Giunge ora, fresco di stampa, un libro dalla bella veste grafica, ricco di illustrazioni e dai contenuti di notevole interesse, dello storico Enzo Ciconte, già noto per i suoi lavori sulla mafia. Il libro si intitola Banditi e briganti, rivolta continua dal Cinquecento all’Ottocento.
Si tratta ovviamente di un saggio storico, ma dal taglio eminentemente divulgativo. La novità rispetto a precedenti analoghi, è proprio questa, insieme alla completezza cronologica del volume, visto che Ciconte racconta tutta la vicenda del banditismo e del brigantaggio nell’Italia intera, indagandone le ragioni storiche, i risvolti leggendari, le implicazioni sociologiche, le matrici antropologiche, i riferimenti letterari. All’interno del volume una straordinaria quantità di riproduzioni di quadri, disegni, foto d’epoca sui fatti e i personaggi narrati, che rendono il libro davvero prezioso.
L’aneddoto di Francesco Saverio Nitti riportato sul retro del volume dimostra come in molti abbiano creduto per secoli che il brigantaggio, più che un fenomeno, fosse una sorta di problema razziale o genetico. Questo atteggiamento si deve essenzialmente alla cattiva reputazione che le truppe d’occupazione napoleoniche durante il cosiddetto “decennio francese” (1806/1815) diffusero in patria e poi in tutt’Europa, sugli abitanti del Sud Italia, che erano insorti contro di loro. Da quel momento gli italiani del Sud furono, indistintamente, “briganti”.
Ma andiamo per ordine e vediamo di raccontare il fenomeno del banditismo e del brigantaggio secondo la stessa ricostruzione di Ciconte. Il termine brigand, spiega Ciconte, in realtà viene introdotto proprio dai francesi e surcalassa quelli più antichi di latrones, ossia ladri di strada, e di banditi, cioè di soggetti espulsi o fuggiti dalla comunità per motivi diversi, che scelgono la macchia, il bosco, come rifugio, da dove partire per vendette e razzie.
La prima ondata di ribellismo banditesco si ebbe sotto la dominazione spagnola, tra il Cinquecento ed il Seicento. Mentre nel Cinquecento vi era stata una cospicua ripresa economica, come dimostrano gli studi di Giuseppe Galasso, dal 1620 in avanti si ebbe una graduale decadenza della vita civile del Sud Italia. Carestie, scorrerie piratesche, crescita della pressione fiscale (per effetto della Guerra dei Trent’anni tra Francia e Spagna), decadenza delle antiche attività economiche, scarsi investimenti da parte del ceto proprietario, calamità come il terremoto del 1638, la peste del 1656 e quella del 1659, portarono condizioni di grave indigenza soprattutto negli strati bassi della popolazione.
A ciò si aggiunga il fenomeno degli arbitrari infeudamenti dei paesi, costretti a pagare esosi riscatti per liberarsi. Non può meravigliare – ha osservato Lucio Gambi in un libro sulla Calabria da noi già recensito in questa rubrica – che in una situazione di così grave arretratezza e sopraffazione, si manifestasse l’unica reazione possibile da parte di genti disperate, ossia il banditismo o il brigantaggio. Da un lato vi era il governo centrale, con la sua assenza-rapacità, che imponeva tasse e balzelli ma nulla dava in cambio, soprattutto in termini di giustizia e sicurezza. Dall’altro vi erano i baroni locali che reclamavano autonomia dallo Stato centrale e pur tuttavia rimbalzavano le imposizioni e l’esosità fiscale sui sudditi, tiranneggiavano indisturbati in totale assenza di diritto, si impossessavano di terre demaniali e di quelle gravati da usi civici.
Nel mezzo di questo conflitto vi erano le plebi, sprofondate nella miseria più nera, sfruttate dai baroni in modo inimmaginabile, usurate da carestie, epidemie, guerre, che reagivano con gesti briganteschi e rivolte. Per cui, già nel XVI secolo la Calabria, secondo lo storico Fernand Braudel, era produttrice di briganti ancor più che di seta.
Già a quel tempo, il banditismo aveva come obiettivi baroni, vescovi e grossi mercanti (ossia le classi ricche) ed otteneva la solidarietà attiva delle popolazioni di braccianti e pastori. Poiché la violenza era rivolta solamente verso i ricchi, nacque l’alone leggendario del brigante che toglie ai ricchi per dare ai poveri. Alone che, per la Calabria, troveremo amplificato nella narrativa di Nicola Misasi.
Ma, già a quell’epoca, commenta Ciconte, a questa matrice banditesca, si aggiunse quella dei delinquenti assoldati dagli stessi baroni per difendere i propri abusi o per danneggiare scomodi concorrenti. Contraltare alla efferatezza del banditismo fu la spietatezza della repressione, che, nella furia impotente, colpì ogni tipo di connivenza e fece spesso strage di innocenti, rei solo di essere sospettati di sedizione o di foraggiare i banditi. L’occupazione francese produsse la seconda, veemente ondata di brigantaggio. Furono considerati briganti, indistintamente, sia i delinquenti comuni che chi si ribellava all’occupazione.
La durezza e le atrocità dell’esercito francese da un lato, ed il piano del cardinal Fabrizio Ruffo per riconquistare il regno ai Borboni (che faceva leva sull’odio delle classi povere verso i borghesi, detti “galantuomini”, sospettati di connivenza con i francesi) produsse un fenomeno di vera e propria guerriglia bene organizzata e diffusa. In poco tempo il cardinale raccolse un’”armata della santa fede” (da qui il termine di sanfedismo dato alle insorgenze). Di questa armata facevano parte moltissimi criminali ai quali era stato promesso l’indulto. Il brigantaggio si scatenò in modo incontrollabile, a scapito anche dei cittadini dei paesi, poveri o ricchi che fossero. Nel 1808 fu inviato al Sud il generale Manhès, il quale operò una repressione ferocissima, che si basava su una regola semplice quanto efficace: interrompere i rifornimenti e colpire i fiancheggiatori delle bande. Fu all’uopo emanata la cosiddetta “legge del ristretto del pane”. Tra taglie sulle teste dei briganti, favori per le delazioni, controlli severissimi sulle derrate alimentari e sul bestiame, divieto di uscire dei centri abitati pena l’immediata fucilazione, arresti in massa dei familiari e dei parenti dei briganti, Manhès potè trucidare centinaia e centinaia di briganti o presunti tali, mettere a ferro e a fuoco interi paesi, stuprare le donne, torturare gli uomini e dichiarare, così, nel 1811, che il brigantaggio era stato domato.
In realtà, ad essere domato, fu il brigantaggio antifrancese, ma il brigantaggio come abitudine dei poveri di darsi alla macchia durò ancora per molto tempo. Ad alimentarlo, scrive Ciconte, era l’atavica fame di terra dei contadini, che, da sempre, avrebbero voluto utilizzare le terre demaniali usurpate dai baroni. Ma a volere le terre dei latifondi era anche la borghesia professionale e commerciale, nuova classe emergente. E fu questa ad avere la meglio quando, dopo la legge eversiva della feudalità (1806), riuscì ad acquistare gran parte delle terre liberate. Fu così che i contadini poveri persero gli usi civici su quelle terre. Ma quand’anche ci avessero provato, i contadini, ad acquisire piccoli appezzamenti di terreno, non furono in grado di coltivarli per mancanza di adeguati mezzi finanziari e furono costretti a rivendere i terreni ai ricchi borghesi. “Il fallimento è tanto più cocente – scrive Ciconte riferendosi ai francesi – per chi ha avuto il coraggio di introdurre leggi sull’eversione della feudalità che non avranno i risultati sperati proprio sul terreno della formazione della piccola proprietà terriera che avrebbe potuto prosciugare l’immenso mare dove ha pescato il brigantaggio”.
La restaurazione borbonica fu segnata da una persistenza del brigantaggio, come logica conseguenza della mancata soluzione di quella fame di terra di cui poc’anzi si diceva. Ed i briganti, da amici dei borboni all’epoca dell’occupazione francese divennero nemici dello stato borbonico. La borghesia proprietaria mantenne i privilegi acquisiti ma non ebbe accesso alle leve di governo, riservate comunque all’aristocrazia. A combattere i briganti vennero chiamati funzionari e militari che usarono gli stessi metodi del generale Manhès. Questa volta la parola d’ordine fu “salutare terrore”. Furono anche rinvigorite le guardie urbane, gruppi di cittadini autorizzati, cioè, ad intervenire militarmente in caso di scorrerie di briganti.
Crebbe in Calabria un brigantaggio minuto, dedito ai piccoli furti ed al danneggiamento. In ogni caso i Borboni scontentarono tutti: i latifondisti perché, con un decreto del 1843, ordinarono loro di dimostrare a che titolo possedessero le terre usurpate, ed i contadini perché comunque non riuscirono a risolvere i loro problemi. In Calabria si celebrò l’epopea di Giosafatte Talarico, di cui abbiamo già parlato a proposito del libro di Nicola Misasi: il brigante si arrese solo dopo una trattativa che gli consentì di concludere la propria vita da uomo libero ad Ischia ad appannaggio dello Stato che gli elargì una pensione. Fu il suggello definitivo al mito del brigante imprendibile, generoso, spietato e scaltro.
Arrivarono le rivolte del 1948, sempre per l’occupazione delle terre. I contadini poveri che insorsero vennero definiti “comunisti”, perché volevano spartirsi le terre demaniali usurpate da nobili, borghesi ed ecclesiastici. Finiti i moti, ricominciò il brigantaggio. Venne inviato in Calabria prima il marchese Ferdinando Nunziante, poi il generale Gaetano Afan de Rivera. Entrambi agirono con i soliti metodi repressivi e per nulla selettivi: ancora arbitri, ancora uccisioni e carcerazioni di innocenti, ancora stragi.
E arriviamo all’ultimo atto: l’Unità d’Italia e la conquista piemontese. Nel 1960 Garibaldi, appena sbarcato in Sicilia, firmò un decreto, suggeritogli da Francesco Crispi, con il quale assicurò la spartizione delle solite terre tra quanti si sarebbero battuti per la patria. In poco tempo però il decreto viene reso inoffensivo e la situazione tornò ad essere tale e quale a prima. La borghesia usurpatrice, furbescamente, si schierò dalla parte dei Piemontesi per garantirsi il perdurare dei propri privilegi. I poveri del Sud insorsero ancora una volta attraverso l’unico strumento possibile, il brigantaggio, che, contro i piemontesi, divenne una vera e propria guerriglia a tutto campo.
Sembra un’analisi semplicistica, ma è attraverso il ribellismo che, da sempre, vengono combattuti i grandi poteri le grandi forze militari: è l’unica forma di “guerra” che può essere sostenuta da chi non ha eserciti ed organizzazione sufficiente. Ed è, da sempre, quella più difficile da contenere, perché fa leva sulla vastità e l’asperità del territorio, sull’astuzia e la sorpresa, sulla segretezza, sulla simpatia delle popolazioni locali.
E l’ultimo atto fu anche il più feroce ed amaro. Alla crescita esponenziale del brigantaggio dopo l’Unità contribuirono vari fattori: il primo è, l’abbiamo detto, la consapevolezza che ancora una volta l’avrebbero avuta vinta gli usurpatori delle terre; il secondo è una vaga simpatia per i borboni; la terza è la coscrizione obbligatoria nell’esercito sabaudo alla quale molti giovani si sottrassero dandosi alla macchia. Si pose mano, è vero, ad un timido piano di quotizzazione di piccoli appezzamenti di terreno tra i contadini. Ma accadde, come sempre, che i contadini non trovarono fondi sufficienti per mettere a coltura i terreni e questi ritornarono a basso prezzo nelle mani dei latifondisti.
Sotto il governo di Bettino Ricasoli venne, ancora una volta, la repressione. Durissima e spietata come non mai. Ne abbiamo parlato con la recensione del romanzo di Luigi Guarnieri I sentieri del cielo. La barbarie della repressione con metodi ancor più feroci di quelli dei francesi venne accompagnata da una scaltra campagna di disinformazione: le regioni del Sud erano ancora una volta abitate dai diavoli, e contadino equivaleva a brigante. Se non si era brigante si era fiancheggiatore. I meridionali divennero, così, una razza maledetta, come abbiamo visto recensendo il saggio di Vito Teti che ha per titolo, per l’appunto, La razza maledetta. Venne, infine, decretato lo status quo in ordine alla questione demaniale con una legge del 1876, che legittimò l’usurpazione delle terre.
Intanto, nel 1863 era stata emanata la famigerata Legge Pica che diede poteri speciali ai militari. Non è possibile riportare qui la mole di informazioni contenute nel libro di Ciconte circa questo periodo crucciale della storia della Calabria e di tutto il Sud. Per tutti basti il giudizio di Antonio Gramsci: “Lo Stato italiano […] ha messo a ferro e fuoco l’Italia meridionale e le isole, crocifiggendo, squartando, seppellendo vivi i contadini poveri che gli scrittori salariati tentarono di infamare con il marchio di briganti”.
Ed ecco le cause reali della sconfitta del brigantaggio antisabaudo secondo Ciconte: la grande emigrazione transoceanica, che ridusse la pressione sociale; le predicazioni socialista e cattolica, che incanalarono verso forme di protesta sociale lecite le rivendicazioni dei contadini poveri del Sud. Il brigantaggio uscì, così, dalla “storia” ed entrò definitivamente nel “mito”.
Infine, la tesi di Ciconte è che non vi è connessione tra il brigantaggio e le mafie. I luoghi comuni che vogliono le mafie come prosecuzione del brigantaggio nascono dall’esigenza dei mafiosi di nobilitare le proprie origini e di connettersi ad un malcontento che in qualche modo giustifichi le loro gesta.
Enzo Ciconte
Banditi e Briganti
Rubbettino
Soveria Mannelli 2012
€ 18
DI FRANCESCO BEVILACQUA
In concomitanza con la rassegna di libri sulle mafie “Trame”, organizzata dal Comune di Lamezia Terme per i giorni tra il 22 ed il 26 giugno, ripubblichiamo la recensione del libro di Saverio Montalto (pseudonimo di Francesco Barillaro), considerato il primo libro scritto in Italia (ancor prima de “Il giorno della civetta” di Leonardo Sciascia) avente ad oggetto la mafia. La recensione è uscita sul numero 142 di aprile 2010 del nostro giornale.
Ancora un libro di narrativa. Ancora la narrativa come strumento letterario per conoscere la Calabria. Avremo tempo per i saggi, per quei pochi, grandi libri geografici e storici che sono stati dedicati alla nostra regione, per i molti libri su storie e luoghi specifici che ultimamente vengono editati, per i libri dei viaggiatori stranieri, questi ultimi, per altro, a me molto cari. L’ennesima insistenza sulla narrativa deriva dalla quasi casuale scoperta della utilissima riedizione, da parte dell’editore Periferia, di un libro che era divenuto oramai introvabile anche sul mercato antiquario e di cui solo gli addetti ai lavori conoscevano l’esistenza. Mi riferisco a La famiglia Montalbano di Saverio Montalto, pseudonimo di Francesco Barillaro (1898/1977), a mio parere uno dei massimi scrittori della letteratura regionale e non solo, paragonabile qualitativamente, ad Alvaro, a Perri, a De Angelis, a La Cava.
Il libro è esso stesso un primato. Scritto tra il 1939 ed il 1940, come confessò lo stesso Barillaro in un’altra sua grande opera, Memoriale dal carcere, esso venne pubblicato solo nel 1961, inizialmente a puntate sulla rivista Nuovi Argomenti, della quale era direttore Alberto Moravia, su segnalazione di Mario La Cava, che di Barillaro fu sempre amico ed estimatore, essendo l’uno di Bovalino e l’altro di San Nicola di Ardore, entrambi paesi della Locride. La famiglia Montalbano, per chi non lo sapesse, è uno dei nomi con la quale veniva chiamata la mafia nei primi decenni del Novecento. Ed in effetti il romanzo è interamente imperniato sulla mafia della Locride, sulla prima mafia, sulla sua trasformazione da “onorata società” in vera e propria organizzazione criminale subito dopo la prima guerra mondiale in ambienti non ancora contaminati da quel fenomeno e che pian piano – come abbiamo visto anche nel recensire I fatti di Casignana di Mario La Cava – finirono, per una concomitanza di ragioni storiche, politiche e sociali, ad esserne completamente sopraffatti ed impregnati. Il primato sta, dunque, nel fatto che, contrariamente a quanto normalmente si crede, e cioè che il primo libro italiano che si fonda su una storia di mafia sia stato Il giorno della civetta di Leonardo Sciascia, del 1961, il riconoscimento, in questo senso, va invece proprio a La famiglia Montalbano di Saverio Montalto.
Probabilmente, il libro, anche per il suo intrinseco, altissimo valore letterario – intuito da La Cava e Moravia – sarebbe stato pubblicato ben prima, se Barillaro non avesse avuto una tragica vicenda personale. Pur essendo egli un uomo colto e pacifico (si era laureato a Napoli e faceva il veterinario), in un maledetto giorno di novembre del 1940, dopo l’ennesima lite con il cognato (in odor di mafia), che maltrattava sistematicamente e brutalmente la sorella amatissima di Barillaro e che nell’occasione voleva aizzarlo contro la moglie, rea, a suo dire di avere una tresca con il medico di famiglia, colto da un raptus (uscirà anni dopo un altro romanzo dal titolo, appunto, Raptus) sparò nel mucchio uccidendo la sorella e ferendo moglie e cognato. Processato, si difese accusando i parenti della moglie di comportamento arrogante e mafioso. Nei primi tempi della prigionia scrisse Memoriale dal Carcere, che, sempre su segnalazione di La Cava, venne pubblicato su Nuovi Argomenti e fu poi edito da Lerici nel 1957 e perfino tradotto in Inglese e pubblicato a Londra per i tipi di Hutchinson. La sua vicenda umana colpì a tal punto La Cava, che lo scrittore gli dedicò il dramma Un giorno dell’anno.
Fin qui la vicenda umana di Barillaro alias Montalto ed il primato del libro. Veniamo ora al contenuto di quest’ultimo ed al suo straordinario valore letterario.
La storia è ambientata in un paesino calabrese, evidentemente della Locride, dove due genitori, il ricco massaro Luigi Napoli e la moglie Betta attendono trepidanti il ritorno dalla grande guerra dell’unico figlio, Cola. Il Buon Dio vuole che Cola si salvi dalla carneficina che ha portato tanti figli di un Sud annesso all’Italia con la forza a sacrificarsi per una patria che non sentivano loro, e la generosa Betta, proveniente anch’essa dal popolino, dà dimostrazione di generosità, distribuendo agli indigenti del paese derrate alimentari in segno di ringraziamento per il ritorno del figlio. Ma Cola trova cambiamenti. Un giovane della sua età, Gianni della Zoppa, che aveva da piccolo lavorato per il padre di Cola ed era poi emigrato in America, vi aveva fatto carriera criminale e, costretto a rientrare in paese, aveva qui importato la mafia, affiliando bulli e nullafacenti, tiranneggiando la gente ed imponendosi come capo bastone. Nella sua ingenuità e con il coraggio assunto in guerra, Cola diviene antagonista aperto di Gianni e, in un primo momento, gli tiene fermamente testa, aiutato in questo, anche dal progetto di matrimonio che i suoi genitori avevano abilmente intessuto per lui con la rampolla della nobile famiglia del paese composta dal curato e dal fratello medico, sino a quel momento considerata intoccabile anche dai mafiosi. Gianni è costretto a rimandare i propositi di vendetta nei confronti di Cola. Ma Betta, con l’istinto della madre, capisce l’ostilità strisciante e subdola di Gianni e cerca di ingraziarselo, all’insaputa del figlio. L’ingenuità ed il coraggio di Cola esplodono ancor di più quando contribuisce all’arresto di un altro mafioso tornato dall’America che, in mezzo alla gente aveva sfregiato un pover’uomo. Gianni e un altro mafioso di un paese vicino, Angelo Bello, pur con le mani legate per l’imminente fidanzamento di Cola, escogitano, così, un ingegnoso e cinico inganno per impedire il fidanzamento stesso ed avere via libera per l’eliminazione di Cola.
Ricordano che questi, prima di partire, era innamorato di un’avvenente giovane contadina, Carmeluzza, la quale, però, durante la sua assenza è divenuta, insieme alla stessa madre, amante di Angelo Bello. Rimasta incinta, Carmeluzza è stata costretta a partorire nella cittadina della costa, segretamente, nella mani di una levatrice, e ad affidare il bambino ad una famiglia di Serra San Bruno. D’accordo con Carmeluzza e la madre, Angelo Bello, organizza con un chirurgo della cittadina, una piccola operazione per far apparire ancora vergine la ragazza e dà incarico a questa di adescare proditoriamente Cola mentre è a caccia, con le sue arti seduttive. Cola è venuto, intanto a sapere della tresca di Carmeluzza con Bello – di dominio pubblico - ed ha deciso di accelerare il fidanzamento ufficiale con l’altra ragazza, che si tiene effettivamente nella grande casa del curato, con soddisfazione di tutti. Ma è infelice, perché segretamente ama ancora Carmeluzza e non trova nell’altra ragazza alcuna corrispondenza. Per cui l’adescamento riesce perfettamente: Carmeluzza finge di essere offesa per il comportamento di Cola che non l’ha più cercata e giura che la tresca è frutto solo di maldicenze. Anzi, si offre di dar prova a Cola della sua verginità con una messinscena che ottiene l’effetto sperato, grazie all’operazione chirurgica subita dalla ragazza. In più, la madre di Carmeluzza finge, a sua volta, di sorprendere per caso i due nell’atto di fare l’amore e Cola, di buon grado, rompe il fidanzamento con l’altra ragazza e si fidanza con Carmeluzza.
Il fatto produce lo sconforto dei genitori di Cola, che intuiscono l’inganno ma nulla possono contro la testardaggine di Cola, e causa, nel contempo, l’offesa vendicativa del curato e della famiglia dell’altra ragazza, che giungono persino ad invitare in casa Gianni della Zoppa per fargli capire, implicitamente, che nulla obietterebbero, se accadesse qualcosa a Cola. Intanto monta la maldicenza della gente, che non si spiega come Cola sia potuto cadere nella trappola. Anche perché Carmeluzza è una vera maliarda e, pur stando con Cola, non smette di amoreggiare con Angelo Bello all’insaputa del primo. La Famiglia Montalbano ha tuttavia ancora le mani legate perché Carmeluzza ha un fratello, Giò, anch’esso affiliato alla mafia, che aveva intuito lo sgarro contro sua sorella compiuto da Bello e proprio per questo era stato spedito in America, dove, contro ogni aspettativa, si era fatto la fama di gran criminale. Saputo dell’imminente matrimonio con Cola, li aveva entrambi raccomandati ai suoi sodali in Calabria, compresi Bello e della Zoppa. L’inattesa uccisione di Giò in America, libera le mani dei mafiosi. Tanto più che Cola, ricevuta una lettera confessione della levatrice, nel frattempo emigrata in alta Italia, rompe il fidanzamento con Carmeluzza. Questa, da donna maliarda, diviene un vero e proprio demonio e, insieme alla madre, non paga di avere intentato causa a Cola e di avere ottenuto da lui un ingente risarcimento, non si fa scrupolo di usare la sua avvenenza per convincere anche i più riluttanti tra i componenti della Famiglia Montalbano a decretare la morte di Cola. Anche in questo caso non svelo l’epilogo a beneficio del lettore.
Aspromonte: Confluenza tra l'Amendolea (stretta gola a destra) ed il torrente Colella (a sinistra). Foto Francesco Bevilacqua)
Ciò che colpisce del libro, su un piano storico e sociologico, è il passaggio dalla arcaica “onorata società” all’associazione per delinquere, ai metodi spietati, ingannatori, alle trame occulte e vigliacche per colpire le forze sane della società contadina dell’epoca, la collusione dei ceti nobiliari e professionali. E, d’altro canto, l’ingenuità proprio di tutti coloro che si battevano contro le ingiustizie sociali nel non comprendere l’entità e la spietatezza del fenomeno, nel non sapersi organizzare per contrastarlo, nel non prendere le dovute cautele. Anche qui – come Nei fatti di Casignana di La Cava – è evidente l’incredibile sottovalutazione da parte degli apparati statali che, dal fascismo in avanti, si sarebbe trasformata in connivenza. Una chiave di lettura importante del fenomeno mafioso. Secondo me ben più importante, per comprenderne, le cause, di qualunque ricerca storica o di qualunque saggio sociologico o antropologico.
Sul piano letterario, siamo di fronte ad un romanzo pressoché perfetto, scritto con un ritmo che non ha mai un momento di stanca, di rilassamento, adeguato perfettamente all’epoca ed all’ambiente storico ed umano che descrive. Uno di quei libri che si legge tutto d’un fiato, insomma. I ritratti psicologici delle persone sono straordinari, a partire dai genitori di Cola, che campeggiano altissimi, nella loro eticità, per passare ai giovani come Cola, Carmeluzza, Gianni, anime perse in una società che andava già allora dissolvendosi nei suoi valori tradizionali, sino alle figure sinistre e spietate dei capi bastone, che preludono ai moderni capi ‘ndrangheta. Il linguaggio è semplice ma non cronachistico. Montalto sa quando e quanto deve affondare nella descrizione dei luoghi o degli animi senza danneggiare il ritmo e senza indulgere in virtuosismi artificiosi. E, cosa non da poco, dimostra che anche senza troppe contaminazioni dialettali (oggi molto di moda), è possibile raccontare una storia che rende perfettamente l’ambiente, l’atmosfera di quell’epoca in quei luoghi. Una delle più belle storie ambientate in Calabria, insomma, alla quale chiunque è venuto dopo deve un grande tributo.
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