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luigi_michele_perriDI LUIGI MICHELE PERRI

E’ in arrivo in Calabria il digitale terrestre. L’innovazione comporterà una vera e propria rivoluzione del settore delle comunicazioni radiotelevisive. Il passaggio dalla televisione analogica, quella attuale, alla televisione digitale è previsto tra maggio e giugno. Si tratta di un’epocale opportunità che richiede la massima applicazione per quelle realtà locali motivate da obiettivi di più vasta diffusione della propria cultura, attraverso il glocal, ossia attraverso la coniugazione global – local, destinata ad affermare, o meglio: a mantenere, la propria identità nel mondo globalizzato. Evitare l’omologazione, scongiurare i rischi di perdersi nell’anonimato; promuovere identità e attestare la propria presenza, assicurandole sopravvivenza e rendendola visibile in permanenza: è questa la missione delle generazioni contemporanee destinate a vivere questo grande sconvolgimento tecnologico. Di cui occorre comprendere le positività e cogliere le negatività per indirizzarne gli effetti soprattutto in un quadro di valorizzazione di ogni “comunità civica” nel sistema globale, di per sé portato ad annullarla.

La Calabria, con il legittimo vanto dei suoi retaggi culturali, non può restare inerte a fronte dei rischi e a fronte delle opportunità che il digitale terrestre offre. Le istituzioni devono adeguatamente attrezzarsi per garantire alla regione e alle sue “comunità civiche” il diritto all’esistenza e alla riconoscibilità. La sfida richiama la storia che verrà e che valuterà quanto essa sia entrata nella centralità dell’impegno pubblico. Della prospettiva si sta discutendo molto negli ultimi mesi, tuttavia l’interesse sembra più votato ad una applicazione pratica della nuova tecnologia che non agli infiniti contenuti e alle innumerevoli possibilità di produzione che il digitale offre. O meglio: si discute un po’ di infrastrutture, molto di installazione e di decoder, poco o nulla di filiera lungo il percorso dato dal network provider, dal content provider e dal service provider.

La Calabria corre il rischio di avere il contenitore e di non avere cosa metterci dentro. Il calabrese Corrado Alvaro, che fu antesignano dei processi di modernizzazione della informazione attraverso l’uso della radio e che fu – non tutti lo ricordano – il primo direttore del Giornale radio nazionale della Rai, se ne scandalizzerebbe. Ma il semplice buonsenso troverebbe motivi di contestazione per i ritardi che questa regione sta accumulando, specie sul versante della produzione dei contenuti. L’auspicio finale è che il mondo istituzionale e quello culturale si mobilitino, insieme, per dare un progetto alla nuova tecnologia e per offrire a questa terra l’occasione storica di presentarsi più direttamente al mondo con la propria identità e con il proprio patrimonio culturale, risorse che le permettono di esporsi sulla scena planetaria con la forza della sua capacità di attrazione.

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Pubblicato in Luigi Michele Perri

filippo_veltriDI FILIPPO VELTRI 

Il 2012 è iniziato nel peggiore dei modi con intimidazioni e violenze a raffica in ogni angolo della regione: Lamezia, Cosenza, Catanzaro, Isola Capo Rizzuto, Rosarno, San Giovanni in Fiore, Vibo Valentia. Presi di mira cittadini normali, imprenditori, amministratori, giornalisti, sindaci. Un’escalation che la dice lunga sul fatto che l’emergenza andava attenuandosi come qualche buontempone aveva sostenuto sul finire dello scorso anno. Ci sono dati ora inoppugnabili, chiari, che seguono del resto il trend degli anni scorsi, che indicano come questa regione debba fare i conti con un tasso altissimo di violenza e di illegalita’ che ne frena la crescita e lo sviluppo e che si accoppia a quell’altro tasso di illegalita’ diffusa che e’ dentro la politica e le istituzioni.

Sono due cancri eguali, due facce della stessa medaglia, che rischiano di far fallire ogni ipotesi di mutamento e di svolta che timidamente fa capolino e che rischia, ancora, di far regredire tutto il dibattito anche sulla possibilita’ di una narrazione ‘normale’ della Calabria, cioe’ dei risvolti positivi che pure fanno capolino in vari campi ma che ovviamente rischiano di non decollare mai, nemmeno nell’immaginario collettivo e nel senso comune. I dati sono assolutamente impressionanti: saltano in aria bar e auto in citta’ capoluogo e che si consideravano piu’ o meno tranquille, taglieggiati imprenditori piccoli e grandi, massacrati di intimidazioni sindaci e assessori in ogni parte, messi sull’avviso giornalisti (e siamo alle solite anche in questo caso). Emerge un dato che e’ comune al di la’ delle matrici varie: in questa regione la violenza e’ il convitato di pietra con il quale si punta a far fare i conti, sapendo che alla fine chi quella violenza la usa vince. Cosi’ che: non si puo’ avere un lavoro o quel lavoro e’ finito a ditte concorrenti? Nessun problema, gli facciamo saltare in aria mezzi e affini. Quel comune usa un metodo di azione politica che taglia le unghie alla discrezione e quindi al malaffare? Nessun problema, gli facciamo saltare in aria il portone del Municpio. Quel commerciante non paga il racket? Nessun problema, gli spariamo prima alle cose e se poi non si convince pure a lui. Sui giornali si pubblicano non le solite giaculatorie inutili sulla lotta roboante e mondiale alla illegalita’ ma dati e fatti precisi su un determinato fatto? Nessun problema, prima intimidiamo il cronista e poi passimo alle vie di fatto.

E’ altrettanto evidente rispetto allo stato sopra descritto che non si puo’ andare avanti per molto in questo modo. Il rischio, in alcuni casi gia’ la realta’, e’ che si sgretoli quel poco di tessuto sociale e democratico che regge, che non ci sia il senso di un normale svolgimento della vita pubblica e che tutta la regolazione dei rapporti, in ogni angolo della Calabria, sia determinato dalle bombe e dalle intimidazioni. Questo rischio, che – ripetiamo- in alcune zone della regione e’ gia’ oggi realta’, puo’ avere la meglio se non si fotografa in maniera esatta quel che da troppo tempo sta avvenendo in un silenzio reale della collettivita’, al di la’ ed oltre le parate di facciata e le targhe sui Comuni. Qui ci sta il ruolo della politica, se non fosse per il piccolo particolare che l’altro lato della medaglia e’ rappresentato proprio dalla politica corrotta, mentre quella sana – che c’e’ – fa fatica a farsi largo. Qui ci sta il ruolo delle associazioni di categoria, a partire dalla Confindustria, che da pochi giorni ha un nuovo presidente regionale dopo un interminabile vuoto per lotte intestine di potere. E’ evidente che da qui deve venire un monito non solo a parole ma nei fatti, di sostegno agli imprenditori tartassati (siano o meno associati a Confindustria), una battaglia di civilta’ innanzitutto, di lunga lena, con indicazioni chiare.

Qui ci sta il ruolo delle istituzioni politiche, della Regione e giu’ per i vari gradi. L’attentato al Comune di Isola Capo Rizzuto ha destato scalpore e preoccupazione, li’ sono stati messi in atto dei movimenti seri contro gli interessi materiali delle cosche della zona che sono tra le piu’ potenti dell’intera Calabria. Ci chiediamo: ma non sarebbe un gesto forte se per una settimana, due settimane, un mese la Giunta Regionale svolgesse alcune delle sue periodiche riunioni in quel municipio? O se una o piu’ sedute del Consiglio Regionale e del Consiglio Provinciale di Crotone si svolgessero in quello stesso Municipio oggetto della violenza mafiosa? Solo fatti simbolici? Certo, poi ci vogliono le concrete azioni, ma intanto andiamo oltre i comunicati indignati che ormai non li legge piu’ nessuno. Facciamo – come dice don Ciotti – il salto in avanti dalla solidarieta’ alla condivisione e poi andiamo avanti. L’impressione e’ che, invece, si assista da impotenti ad uno stillicidio senza fine, ad una sorta di inevitabilita’ del male, ad una soddisfatta piu’ o meno autoanalisi che ‘meno male, non si e’ fatto male nessuno’ e via con la prossima. Si tratta, in definitiva, del futuro di un vivere civile rispetto al quale troppi sono i silenzi, gli ammiccamenti, il voltarsi dall’altra parte, ‘ad altri spetta agire’, ‘noi che possiamo fare’ e via discorrendo. Cosi’ si finira’ con il consegnare il buono che c’e’ al male che dilaga.

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Pubblicato in Filippo Veltri

bgnotariannidi Battista Notarianni

Il Lametino è stato il primo giornale (nel numero 174, uscito in edicola il 24 settembre) a scrivere del rischio chiusura del tribunale e/o procura di Lamezia Terme. Poi mano a mano sono arrivate dichiarazioni di sostegno e, buon ultima, per ora, la dichiarazione del neosottosegretario alla Pubblica Istruzione, Giuseppe Galati, che parla di “inutile allarmismo”.

Ebbene, onorevole Galati, ci permettiamo di contraddirla. Il rischio chiusura del nostro Tribunale e/o Procura dipende da una serie di regole definite in una legge delega inserita nell’ultima (o penultima, o terz’ultima, s’è perso il conto) finanziaria. Queste regole o protocolli o parametri fissano i criteri per la cancellazione di Tribunali e/o di Procure o per eventuali accorpamenti. Di sicuro per ora c’è il fortissimo ridimensionamento dei “giudici di pace”, per gli altri tutto dipende dalle “interpretazioni” dei parametri fissati dalla legge delega, che tra l’altro deve essere resa esecutiva entro un anno. Ebbene, come sicuramente l’on. Galati sa, secondo alcuni di questi parametri il Tribunale e/o la Procura di Lamezia rischiano la chiusura, secondo altri parametri invece - non ben definiti perché legati a concetti e valutazioni dilatate. Non a caso a questo proposito l’ANM ha parlato di “vizi di irrazionalità” - non c’è questo pericolo.

Il rischio-chiusura era contenuto nella prefazione sul “Bilancio sociale” della nostra Procura a firma del procuratore Vitello; era stato lanciato dall’ordine forense di Lamezia; era presente nel forte comunicato dell’ANM. Insomma, per farla breve, non ci sono stati allarmismi, tantomeno inutili, bensì attenzione, estrema attenzione.

Adesso il neosottosegretario Galati ci rassicura perché ne ha parlato con il ministro (anche lui neo) di Giustizia. E ha aggiunto: “Nel corso del colloquio, il titolare del dicastero di via Arenula ha evidenziato il fatto che non c'è nessuna decisione di chiusura o ridimensionamento del Palazzo di Giustizia lametino. Lo stesso Guardasigilli, inoltre, ha tenuto a precisare che è solo iniziata una fase di studio nel merito che coinvolge l'intero Paese”.

Appunto: una fase di studio. Quindi se le parole hanno ancora un senso - e ce l’hanno ogni volta che sono scremate dalla propaganda - è lapalissiano che non c’è nessuna (non ci sia alcuna, ndr) decisione di chiusura o ridimensionamento del Palazzo di Giustizia lametino.Dunque è più corretto dire che nulla ancora è deciso ma tutto può ancora avvenire senza accusare di “inutile allarmismo” tutti quelli che hanno sollevato il problema”. A meno che la notizia non sia in realtà un’altra, questa: il neosottosegretario ha parlato con il neoministro. E questi l’ha rassicurato. E l’on. Galati, rassicurato, può quindi parlare di “inutili allarmismi”, dato che lui sape ma forse non può dircelo. Almeno non ora, semmai  in campagna elettorale.

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tribunale-aula

Pubblicato in Battista Notarianni

filippo_veltri

DI FILIPPO VELTRI

Il Sud? Sta diventando un Paese per vecchi, con una senescenza demografica crescente e sempre meno lavoro per i giovani. È la fotografia che emerge dal Rapporto Svimez 2011 presentato nei giorni scorsi a Roma. Il Mezzogiorno continua a crescere meno del Centro-Nord, con un tasso di disoccupazione reale del 25%. Un'area a rischio tsunami demografico, in cui nel 2050 gli over 75 cresceranno di dieci punti percentuali. 

In base a valutazioni Svimez nel 2010 il Pil è aumentato nel Mezzogiorno dello 0,2%, in decisa controtendenza rispetto al - 4,5% del 2009, ma distante di un punto e mezzo percentuale dalla performance del Centro-Nord (+ 1,7%). Delle 533mila unità perse in Italia tra il 2008 e il 2010 ben 281mila sono nel Mezzogiorno. Nel Sud dunque pur essendo presenti meno del 30% degli occupati italiani si concentra il 60% delle perdite di lavoro determinate dalla crisi. Incide in questa area, più che altrove, il calo fortissimo dell'occupazione industriale (meno 120mila addetti, che vuol dire quasi il 15% di calo, che diviene il 20% in Campania).

Ma la vera e propria emergenza ­– rileva il Rapporto Svimez – è tra i giovani. Nel Mezzogiorno, il tasso di occupazione giovanile (15-34 anni) è giunto nel 2010 ad appena il 31,7% (nel 2009 era del 33,3%): praticamente al Sud lavora meno di un giovane su tre. Situazione drammatica per le giovani donne, ferme nel 2010, al 23,3%, 25 punti in meno rispetto al Nord del Paese (56,5%). È come se la "debolezza" sul mercato del lavoro, legata in tutto il Paese alla "condizione giovanile", al Sud si protraesse ben oltre l'età in cui ragionevolmente si può parlare di "giovani". Dal brain drain, cioè dalla "fuga dei cervelli", il drenaggio di capitale umano dalle aree deboli verso le aree a maggiore sviluppo, siamo ormai passati al brain waste, lo "spreco di cervelli", una sottoutilizzazione di dimensioni abnormi del capitale umano formato che non trova neppure più una valvola di sfogo nelle migrazioni.

Nel 2010 il tasso di disoccupazione registrato ufficialmente è stato del 13,4% al Sud e del 6,4% al Centro-Nord, a testimonianza del permanente squilibrio strutturale del nostro mercato del lavoro. Nel Centro-Nord la perdita di posti di lavoro tende a trasformarsi quasi interamente in ricerca di nuovi posti di lavoro; nel Mezzogiorno solo in minima parte diventa effettivamente ricerca di nuova occupazione. Rispetto all'anno precedente, i disoccupati sono aumentati più al Centro-Nord (+ 9,4%) che al Sud (+6,6%). In testa alla non invidiabile classifica la Sicilia, con un tasso del 14,7%, seguita dalla Sardegna (14,1%) e dalla Campania (14%). 

In valori assoluti i disoccupati sono aumentati di 59.300 unità nel Mezzogiorno, di cui 18.500 in Campania e 12.600 in Puglia. Il tasso di disoccupazione ufficiale rileva però una realtà in parte alterata. 
La zona grigia del mercato del lavoro continua ad ampliarsi per effetto in particolare dei disoccupati impliciti, di coloro cioè che non hanno effettuato azioni di ricerca nei sei mesi precedenti l'indagine. Considerando questa componente, il tasso di disoccupazione effettivo nel Centro-Nord supererebbe la soglia del 10% (ufficiale: 6,4%) e al Sud raddoppierebbe, passando nel 2010 dal 13,4% al 25,3% (era stimato nel 23,9% nel 2009). Dopo una riduzione di 110mila unità nel 2008, nel 2009 gli inattivi in età lavorativa sono cresciuti di 329mila unità nel 2009 e di 136mila nel 2010.


Nel Sud cresce la domanda di lavoro in agricoltura (+2%), dopo la forte flessione del 2009 (-   5,8%), con un forte boom in Calabria e Abruzzo, superiore al 10%. In calo l'industria, che segna -5,5%. Ancora peggio se consideriamo l'industria in senso stretto: -7,3%, più del doppio del Centro-Nord (- 3,3%). La dinamica dell'occupazione industriale è sensibilmente negativa in tutte le regioni del Sud, particolarmente in Sicilia (- 8,1%), Calabria (- 6,9%) e Campania (- 6,1%). Fa eccezione il Molise (+ 3,7%), per l'ampio ricorso alla CIG. Giù anche i servizi, con un calo dello 0,4%, ben più marcato che nell'altra ripartizione (+ 0,2%). Particolarmente negativo il dato del Molise (- 4,9%) e della Basilicata (- 3,6%). In controtendenza la Sardegna (+ 3,1%). In valori assoluti, il Sud ha perso nel 2010 77.500 unità nel settore industriale (- 126.600 nel Centro-Nord), e 17.300 unità nei servizi (+ 52.100 nel Centro-Nord). Gli occupati in agricoltura sono cresciuti invece di 16.500 unità, di cui 8.400 al Centro-Nord e 8.100 al Sud (con una forbice compresa tra + 5.800 in Calabria e - 4.900 in Sardegna).

Su queste cifre si è ovviamente imbastito il solito e tedioso balletto delle dichiarazioni di principio, di solidarietà (ma a chi?), le buone intenzioni e via discorrendo. Ci sarebbe da ridere se non venisse da piangere. Tutti sanno quel che accade, poi arriva Istat o Svimez di turno e tutti cadono dalle nuvole e via ai pianti greci di disperazione. Ma – scusate – chi è che deve intervenire? Quegli stessi dei pianti greci di cui sopra. Come a dire che il problema non si risolverà mai. Altro che etica della responsabilità! Intanto quel paese per vecchi diventerà sempre più vecchio.

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Pubblicato in Filippo Veltri
Venerdì 30 Settembre 2011 18:54

Süddeutsche Zeitung e il Lametino

 Suddeutsch_Zeitung

Henning Klüver, giornalista del Süddeutsche Zeitung, prestigioso quotidiano tedesco, ha scritto su Lamezia Terme in occasione di “Trame”. Klüver è venuto trovarci in redazione e abbiamo parlato del lavoro dei media locali e del nostro giornale in particolare. Klüver voleva sapere quali difficoltà incontra il giornalista nel fare il suo mestiere a Lamezia, se ci sono delle difficoltà o ambiguità nei rapporti con gli uomini delle istituzioni, se fare il mestiere di giornalista a Lamezia sia pericoloso, se e come la ‘ndrangheta minaccia apertamente o velatamente i media locali. Noi abbiamo risposto alle sue domande, e per quanto ci riguarda abbiamo sottolineato con forza e più volte la volontà de <il Lametino> di essere sempre e comunque dalla parte della legalità. Ecco il pezzo, così titolato dal quotidiano tedesco: “E adesso ammazzateci  tutti. Contro la mafia: i giorni della letteratura di lamezia terme”.

di Henning Klüver

A volte non accade nulla per mesi. Allora nasce la speranza tra i 70.000 abitanti di Lamezia Terme, sulla costa tirrenica della Calabria,  dove si coltivano fiori, frutta e si produce olio d’oliva. La ‘Ndrangheta, la mafia calabrese, si è forse ritirata in campagna, nei propri possedimenti presso San Luca. Oppure si concentra sul capoluogo di regione Reggio Calabria, dove d’altronde è molto più potente. Inoltre le ‘Ndrine’, come vengono chiamate le piccole unità della mafia organizzate in famiglie, fanno parlare di sé nell’Italia del nord, a Milano, dove sono fortemente immischiate nell’industria delle costruzioni. E a livello mondiale controllano il traffico di droga e cocaina, hanno succursali a Toronto e commettono omicidi a Duisburg.

Lamezia,  dove la penisola italiana si restringe e la costa del Mar Tirreno dista solo 40km da quella Ionica, si trova in una terra ricca di cultura antica. I Greci sono stati qui, i Romani hanno lasciato impianti termali, gli Svevi l’hanno dominata,  i monaci l’hanno ricostruita dopo le devastazioni, e Tommaso Campanella ha vissuto e studiato qui.

Poi all’inizio di maggio, due atti di violenza, due morti. Nei bar e nei caffè del Corso Numistrano a Nicastro si sussurra di intimidazioni, piccoli attentati, estorsioni. Ma la città reagisce. Già da anni l’associazione locale ‘anti-racket’ – associazione contro il pizzo (ALA), cerca di unire negozianti e imprenditori contro la delinquenza organizzata. Politica locale e procura collaborano, dopo che solo pochi anni fa  il consiglio comunale è stato sciolto per infiltrazioni mafiose.

Si cominciano a vedere i primi successi, da quando i commercianti non si fanno intimidire e testimoniano nei processi contro coloro che impongono il ‘pizzo’. La redazione del giornale locale ‘il Lametino’ cerca di dare una piattaforma ai protagonisti del movimento anti mafia. Attualmente, poche settimane dopo i fatti di sangue, la città ha organizzato un festival preparato da lungo tempo: Giorni della Letteratura, con libri sulla Mafia, Cosa Nostra, ‘Ndrangheta’ e Camorra.

Ci si può difendere dalla mafia con i libri?  Certamente!  Anzi la  si deve combattere con i libri e con la cultura, che hanno il medesimo valore del lavoro della polizia e dei tribunali. Sono le parole di Tano Grasso, consigliere comunale per la cultura di Lamezia. Per lungo tempo ha diretto da Napoli la Sede dell’Associazione  Nazionale  ‘ALA’. E’ stato parlamentare, membro della Commissione Antimafia e Consigliere Regionale della Campania. La mafia, dice Tano Grasso, è da 150 anni un fattore culturale. Vive nella società, viene retta dalla società. La ‘Ndrangheta’ offre non solo lavoro  e denaro ma anche potere e coesione della famiglia, un modello di vita. Una ‘politica culturale’, così Grasso,”deve rompere questa forza d’attrazione”.

Grasso ha organizzato, tra l’altro, un workshop teatrale di diverse settimane per ottanta giovani: “di questi nessuno si farà arruolare dalla malavita” dice. E i Giorni della Letteratura, organizzati nelle piazze e nei cortili di Nicastro con il titolo “Trame” hanno avuto un grande successo. Con il termine “trama” si definisce lo svolgimento di un’opera letteraria, ma nella forma plurale “trame” acquista anche il significato di “truffe” e “complotti”.

Più di settanta autori provenienti da tutta Italia, presentati da più di cento esperti – storici, sociologi, economisti, imprenditori, rappresentanti dell’antimafia e giornalisti, hanno parlato dei loro libri, in incontri sempre affollati.  Si è parlato di traffico di droghe e inquinamento del suolo, della mafia di Napoli e di quella di Milano, della credibilità dei pentiti e dei collaboratori di giustizia e altresì dell’effetto positivo dell’esproprio  dei beni  mafiosi. Si è parlato delle vittime  della criminalità, che spesso non verrebbero protette abbastanza dall’autorità giudiziaria, e si è discusso dei collegamenti di forze specializzate, quali giuristi, esperti di finanza o medici che fanno causa comune con la criminalità organizzata e di come la mafia scavi all’interno di imprese legali.

Dall’Inghilterra è venuto John Dickie, il cui libro su Cosa Nostra (pubblicato in tedesco da S.Fischer) è diventato un bestseller internazionale e che adesso lavora ad una storia parallela su ‘Ndrangheta’ e Camorra.  La francese Marcelle Padovani ha ricordato il giudice Giovanni Falcone assassinato a Palermo nel 1962. La giornalista tedesca Petra Reski ha presentato l’edizione italiana del suo resoconto di viaggio : “Da Kamen a Corleone”(Hoffmann und Campe). E Augusto Cavadi  ha fatto conoscere una nuovo edizione del suo libretto, edito anche in tedesco, “La mafia spiegata ai turisti”.(Di Girolamo Editore Trapani). Impressionanti (e inimmaginabili nell’area di lingua tedesca) gli interventi in parte brillanti di procuratori dello stato, che, come Antonio Ingroia di Palermo, hanno presentato propri libri.

In Corso Numistrano, la via principale di Nicastro, c’era una piccola fiera con stand, tra gli altri, del Gruppo Addio Pizzo di Palermo, dell’Associazione Nazionale “Libera” di Don Ciotti, dell’Associazione Giovanile Calabrese “E-adesso-ammazzateci-tutti”, ma anche di piccoli editori specializzati in temi mafiosi come Novarra Editore di Marsala o Rubettino di Soveria Mannelli (Provincia di Catanzaro).

Allora possiamo considerare Lamezia Terme una roccaforte dell’antimafia? Gli stand sistemati  in grandi  tendoni  lungo il Corso Numistrano erano in contrasto con le tipiche luminarie colorate intermittenti erette in onore della passata  festa patronale di Sant’Antonio da Padova che ornavano ancora strade e piazze. E gran parte della popolazione osservava in maniera piuttosto disinteressata le attività del festival. Eppure si sentiva una certa euforia. Nella sua comunicazione finale fatta domenica dinanzi ad una piazza gremita di persone, dove esperti locali avevano individuato alcuni intoccabili, Lirio Abate ha gridato:”adesso dovete avere paura, non potete più fermare il processo di   cambiamento”.

Questa è una speranza che non si esaurisce nell’attesa di tempi migliori o nel tacere la criminalità, ma che cresce nella lotta contro la mafia. Forse non è un caso che l’architetta Maria Teresa Morano, che aveva costituito l’Associazione Anti-Racket di Lamezia Terme, succeda adesso a Tano Grasso alla direzione dell’Associazione ALA a Napoli.  Un festival come “Trame”, che si intende  replicare l’anno prossimo, infonde coraggio. E sottolinea l’importanza della cultura, che si presume, stando alle parole del ministro italiano delle finanze, non si possa mangiare.

(Traduzione di Loreley Verusio)

Pubblicato in Battista Notarianni
Giovedì 07 Luglio 2011 15:18

Lamezia: E' Guerra di Mafia

bgnotarianni

di BATTISTA NOTARIANNI

Lamezia Terme, 7 luglio - L’omicidio di un ventenne, figlio di un uomo assassinato pochi giorni prima; una pasticceria fatta saltare in aria pieno centro; un giallo all’ex zuccherificio (ma non c’era un progetto per riqualificarlo? E che diranno adesso quelli che si erano opposti ostinatamente alla riqualificazione?) dove una giovane ha accusato di essere stata violentata e un ragazzo è stato trovato morto. Questo in sintesi il giovedì nero di Lamezia Terme che ha riportato tragicamente la città all’attenzione dei media nazionali neanche una settimana dopo i servizi, e gli elogi, su “Trame. Festival dei libri sulle mafie”. In occasione di quest’ultimo avvenimento, “il Lametino” aveva così titolato in prima pagina: “Guerra di mafia. Lamezia si muove”. Era un titolo-introduzione a ben nove pagine con interventi di alti rappresentanti istituzionali (magistrati e politici) e responsabili di organizzazioni di base (come quella contro il racket) per l’avvenimento che si sarebbe svolto la settimana successiva.

Un titolo che parlava di una realtà acquisita (due omicidi, di cui uno accertato di mafia e una lunga sequela di atti intimidatori verso commercianti) e di una speranza: quella che la cittadinanza rispondesse in massa a questa iniziativa per dimostrare sensibilità, partecipazione e sostegno al fronte della legalità sotto pressione per l’aggressione continua della criminalità organizzata. Era una scommessa quel “festival”, una scommessa vinta per la mobilitazione massiccia dei cittadini. Pungolati forse dalle dure parole del procuratore Salvatore Vitello che in precedenza non aveva cessato di richiamare i cittadini (“Ma la città dov’è?”) ai suoi doveri civici e civili; spinti forse dalla pacate parole di Don Giacomo Panizza; dalle invocazioni del fronte antiracket con la neopresidente nazionale del FAI; dalle lucide analisi di scrittori.

exzuccherificio_internointerno dell' ex Zucchericio

La risposta c’era stata, forte e consistente dunque. Ma purtroppo c’è stata anche la “controrisposta”, chiamiamola così, delle cosche. La mafia si è così rifatta sentire, con noncuranza, con l’arroganza che nasce da una presunta (ma non tanto) impunità. Queste persone incompatibili con la Lamezia e il vivere civile è come se vivessero in un mondo parallelo, indifferenti agli sforzi di tutto il fronte della legalità, come se questi omicidi, questi attentati e queste intimidazioni, oltre ai fatti in sé, volessero mandare un messaggio. Questo: voi, gente onesta e istituzioni, fate quello che volete, tanto a noi non interessa perché ci sentiamo più forti, inattaccabili. E colpiamo quando e dove vogliamo.

C’è una guerra in atto a Lamezia. Forse è una guerra di riorganizzazione interna, una guerra tra famiglie mafiose e bisognerebbe capire come e perché è nata. “Follow the money” dicono negli States e qui the money, il business, sono gli appalti, il cemento, il pizzo, ecc. E questo è il compito delle forze dell’ordine e della magistratura. Confortare (ma sì) la cittadinanza e mobilitare i cittadini. E questo è il compito dei politici, dal sindaco ai rappresentanti regionali a quelli nazionali. Uno schieramento, quest’ultimo, come mai però sinora s’è visto unito se non a parole.

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Pubblicato in Battista Notarianni
Lunedì 06 Giugno 2011 14:27

Scopelliti dilaga, centrosinistra in coma

filippo_veltri

DI FILIPPO VELTRI

Un tempo era la roccaforte della sinistra e Giacomo Mancini la fece diventare l'emblema della rivoluzione della sinistra al governo delle citta', ben prima di Bassolino a Napoli: oggi Cosenza, dopo 35 anni, e' passata di mano, avra' un sindaco di centrodestra. Ed e' diventata l'emblema alla rovescia: il simbolo, cioe', del vento controcorrente del centrodestra, in netta difficolta' in tutta Italia, Sud compreso, che qui pero' ha spazzato via, praticamente da tutta la Calabria, il centrosinistra.

L'esito dei ballottaggi  non poteva apparire piu' chiaro: qui e' il nuovo paradiso del centrodestra, qui si strappano le storiche roccaforti alla sinistra, qui si stravince dove si governava da tempo e tanti saluti alla crisi del centrodestra. Questo nuovo paradiso si chiama Calabria, un tempo roccaforte della sinistra.

Tra primo e secondo turno il centrodestra mantiene saldamente il comune di Reggio, strappa alla sinistra i municipi di Cosenza e Catanzaro ma anche la Provincia di Reggio Calabria. La sinistra conserva Crotone, dove viene rieletto sindaco Peppino Vallone, un ex democristiano ed ex Margherita, che manda a casa la senatrice dell'Udc Dorina Bianchi, che mezzo Pdl in verita' non voleva, che poi mezzo Udc ha aspramente criticato e mollato quando non ha difeso Casini dagli attacchi di Berlusconi in un comizio al palazzetto dello sport. Insomma, una candidatura tutt'altro che forte.

Il perche' di questo voto in controtendenza non e' difficile da scoprire e tutti gli osservatori sono stati nei giorni scorsi concordi: da 14 mesi governa in Regione Giuseppe Scopelliti, coordinatore regionale del Pdl, che nel marzo 2010 ha strabattuto alle regionali Loiero e tutto il centrosinistra. Scopelliti, giovane e brillante ex sindaco di Reggio, ha unito il suo partito imprimendo una forte azione di cambiamento e rinnovamento, ma soprattutto ha stretto un rapporto di ferro con l'Udc.

In Calabria il terzo polo non si sa che cosa sia, non e’ mai nato: in regione il partito di Casini ha il Presidente del Consiglio Regionale e due assessori e alle amministrative un altro patto di ferro, tanto che il nuovo Sindaco di Cosenza e' il fratello del parlamentare Udc Roberto Occhiuto.

Un modello esportabile per il resto del paese? Scopelliti ci crede e ci spera, l'Udc, intanto, gongola. Ma non ci sono solo i capoluoghi a tenere desta l'attenzione: un anno dopo il centrodestra ha infatti mantenuto la guida di San Giovanni in Fiore, la capitale della Sila, una roccaforte per 50 anni della sinistra, comunista e post, persa in verita’ gia’ 12 mesi fa, poi il consiglio si sciolse ma domenica e lunedi' lo stesso sindaco defenestrato ha riconquistato nuovamente il comune per il centrodestra.

Una debacle per la sinistra, che in Calabria - terzo elemento di spiegazione - e' praticamente alla canna del gas: il Pd non raggiunge il 9% dei consensi nelle tre citta' principali (Catanzaro, Cosenza e Reggio), Bersani da un anno l'ha commissariato dopo la sconfitta alle regionali, squassato da polemiche interne incredibili (a Cosenza e' successo e sta ancora succedendo di tutto) e il resto del centrosinistra non se la passa meglio. In queste condizioni era davvero un'impresa arginare l'ondata Scopelliti. E infatti non c'e' riuscito. Resta solo Lamezia a questo punto e sul sindaco di questa citta’ aumentano aspettative, responsabilita’, possibilita’.

Il centro destra che vince è firmato Scopelliti che dopo il ballottaggio si legittima come l’uomo politico più potente della Calabria, dai tempi d’oro di Giacomo Mancini a oggi. Se la Regione non contasse soltanto 2 milioni di abitanti sarebbe possibile proporlo come uno dei grandi signori del voto nel Mezzogiorno.  Il centro destra ha fatto bene a dare grande importanza all’accordo con l’Udc, a tenersi stretto Trematerra senza di cui oggi i risultati sarebbero molto diversi.   Una vittoria piena, quindi, per Scopelliti. Piena quanto la sconfitta del centro sinistra che, come detto, avra’ di che riflettere.  Certo, in politica mai una vittoria o una sconfitta sono prive di contraddizioni, difficoltà, fatti di segno contrario. Il risultato pone problemi inediti perché raramente il voto è stato in così netta controtendenza con quello del resto del paese. In Italia è accaduto questo: il voto ha segnato il tramonto di Berlusconi e dei suoi Governi furiosamente nordisti condizionati dalla Lega. La nostra regione non ha contribuito a questo risultato. E’ ancora presto per capire se questo elemento peserà positivamente o negativamente. Ma è questo il dato reale.

Il voto amministrativo – di Milano, Napoli, ma anche di Cagliari dopo venti anni di centro destra, di Novara, di Trieste - rivela che gli italiani  hanno mandato a Berlusconi un avviso chiaro; come hanno capito i più furbi dei berluscones già impegnati a costruirsi una exit strategy.

Il voto calabrese darà nell’immediato a Scopelliti maggior peso all’interno del centro destra che però si scomporra’ sempre piu’. Il modo in cui il Governatore lo userà sarà importante per lui, ma soprattutto – nel bene e nel male - per la Calabria.

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Pubblicato in Filippo Veltri

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