Dalle radici calabresi ai vertici dell’oncologia, Curigliano: “La speranza è il motore del malato, non deve mai perderla"

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C’è anche la Calabria nella storia personale e professionale di Giuseppe Curigliano, tra i più autorevoli oncologi italiani ed europei, ordinario alla Statale e vicedirettore scientifico dell’Ieo di Milano. Nell’intervista rilasciata al Corriere della Sera, a firma di Aldo Cazzullo, il medico ricorda infatti le sue origini a Monterosso, piccolo centro del Vibonese segnato, come tanti altri, dall’emigrazione. 

“Generazioni di emigranti. Anche il padre di mio padre era emigrato in America. Quando feci un periodo di formazione a Harvard, mi chiesero di tenere una conferenza sulla mia ricerca. La prima slide che proiettai era la foto del nonno in uno studio fotografico di Boston, con il fucile in pugno”.

Curigliano racconta una vicenda familiare passata dagli Stati Uniti al Canada e poi rientrata in Italia, e lega a quel retroterra anche la sua formazione umana. Il sogno, spiega, è nato presto: aiutare i malati in un tempo in cui del cancro si sapeva ancora poco e le cure erano molto più limitate di oggi. 

Il cuore del suo pensiero resta però il rapporto con il paziente. Nel 2003 Umberto Veronesi mi disse: "Nessun malato mi ha mai chiesto di morire. Tutti mi hanno sempre chiesto di guarire". "Lo confermo in pieno. La prima domanda che fanno sempre è: cosa posso fare per sopravvivere?".

"Il paziente non deve mai perdere la speranza. Mai. Perché la speranza è il motore del malato. È ciò che gli consente di affrontare il percorso di cura». «Bisogna fare tutto il possibile perché quella persona possa convivere con la malattia. Senza perdere mai la speranza che un giorno possa arrivare una scoperta scientifica che cambi la storia naturale di quella malattia".

Guardando al futuro, l’oncologo si mostra fiducioso: la risposta definitiva al cancro non è vicina, ma arriveranno cure sempre più efficaci. Già oggi, osserva, strumenti come biopsia liquida, diagnostica nucleare e intelligenza artificiale consentono di individuare prima i tumori e di rendere le terapie più mirate. 

Sulla prevenzione, Curigliano richiama anzitutto “uno stile di vita sano”, “più rallentato, meno stressante”, osservando che “i più longevi sono nei paesini della Calabria e della Sardegna”. Tra i consigli indica anche “l’attività fisica”, spiegando che “almeno trenta minuti al giorno allungano la vita, riducono il rischio di tumori e il rischio cardiovascolare”.

Sul cibo, l’oncologo chiarisce che “è sbagliata l’idea che il cibo sia una cura”, ma per prevenire invita a una dieta sobria: “Bisogna mangiare di meno”, aggiunge, e “il digiuno intermittente ha molto senso”. Tra gli alimenti da preferire indica “frutta, verdura” e “una dieta ipocalorica, povera di calorie”.

Quanto a ciò che va evitato, Curigliano cita “il fumo”, l’eccesso di “carni rosse, insaccati ed alcool”. Sul vino precisa: “non più di mezzo bicchiere a pasto”, mentre sul caffè osserva che “si può bere” e che “due caffè al giorno abbassano il rischio”.

Accanto all’innovazione, Curigliano richiama anche l’umanità della medicina: ascolto, empatia, presenza. Per lui non basta la sola dimensione scientifica; il medico deve saper alleviare dolore e paura, restando vicino al paziente lungo tutto il percorso di cura.

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