
Lamezia Terme - “Se sentiamo l'Eucaristia come il respiro vitale, allora di questo respiro vogliamo davvero riempirci la vita, il cuore, l'esistenza”. Questo uno dei passaggi centrali dell’omelia del Vescovo, monsignor Serafino Parisi, durante la Santa Messa in Coena Domini da lui presieduta in Cattedrale. “Quello che stiamo celebrando questa sera, qui – ha aggiunto il Vescovo -, è quello che si celebra dentro ogni Eucarestia: l'amore eterno di Dio per noi. Siamo qui per dire e per sentirci dire che Dio ci ama e che per noi è disposto a fare tutto. Tra l'altro, questa sera noi da Gesù Maestro e Signore impariamo che cosa significa, da credenti, stare nel mondo. Gesù lo vuole insegnare ai discepoli e lo insegna chinandosi e lavando i piedi. Spesso, noi diciamo che per ampliare lo sguardo, per allargare l'orizzonte, dobbiamo andare sulla montagna e, quindi, ergerci in alto e guardare in profondità. Invece, paradossalmente, Gesù ci dice che se vogliamo vedere in profondità e considerare pienamente la grandezza dell'uomo e della storia, non dobbiamo metterci in alto ma dobbiamo inginocchiarci, abbassare lo sguardo ed incontrare la difficoltà dell'uomo, la storia dell'umanità e, a questa storia concreta dell'uomo, offrire la possibilità di una ripresa”.
“Lavare i piedi - ha spiegato monsignor Parisi - significa attenuare la stanchezza e ridare lo slancio proprio come fa il Signore con noi: ci incontra, ci purifica, ci lava (quello che non voleva fare Pietro) e, una volta che ci ha lavato, ci manda dentro la storia e ci dice quella frase - che si canta pure - che ‘regnare è servire’” perché “il vero esercizio del potere non è quello di sottomettere gli altri come stiamo vedendo, tristemente, in questi giorni con le guerre, le uccisioni, le morti, le aggressioni. Noi nella Eucarestia, dall'amore di Dio che continuamente si dona a noi, impariamo a chiamare l'amore con il suo verbo più espressivo, nel servizio: amare e servire, questo impariamo. Altro che dominare, soggiacere, schiacciare, mostrare i muscoli”.
“L'Eucarestia – ha detto al riguardo il Vescovo - stabilisce un clima di fraternità, di comunione, perché ci fa sperimentare concretamente la carità di Dio per noi e noi siamo segnati da questa carità, immessi dentro questo circuito di carità. Da qui impariamo che il servizio che possiamo rendere al mondo è quello di portare unicamente amore. Ecco l'Eucaristia: noi ci ritempriamo dentro questo respiro di Dio che è il respiro della sua carità e di questo respiro di vita e non di morte, di speranza e non di disperazione, di gioia e non di angoscia, ci dobbiamo fare servitori nel mondo”.
“Gesù – ha poi ricordato monsignor Parisi - ha recuperato quanto già esisteva nella celebrazione della cena che anticipava la Pasqua e l'agnello che veniva offerto come sacrificio al Signore, questa volta, è Cristo stesso. In quella cena offre il suo corpo e il suo sangue per significare che poi quel dono totale che quella sera era indicato dalla consegna del pane e del vino sarebbe avvenuto, definitivamente, nel dono totale di sé sulla croce […], avendo amato i suoi che erano nel mondo sino alla fine, senza scappare, senza rifugiarsi nelle scuse. Sino alla fine vuol dire in modo perfetto, completo, definitivo: questo è l'amore di Dio che ci ha indicato nel regalo della vita del figlio per noi. E noi, durante l'Eucarestia, celebriamo questo. Ecco perché la partecipazione all'Eucaristia è una partecipazione che dovremmo sentire come vitale: senza la domenica, senza l'Eucaristia, noi non possiamo vivere. E, allora, dovremmo, davvero immergerci dentro questo oceano sconfinato dell'amore di Dio che confluisce sull'altare nei segni del pane e del vino che diventano il corpo e il sangue di Gesù morto per noi, come ci ha ricordato Paolo nella seconda lettura”.
“Noi, questa sera – ha concluso il Vescovo – ricordiamo la Sua morte in croce, che vuol dire il dono della Sua vita per noi. Ma ricordiamo anche la Sua risurrezione, che vuol dire che l'ultima parola non ce l'ha la morte, ma ce l’ha la vita, non la disperazione, ma la speranza, non la tristezza, ma la gioia”.

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