Lamezia, “Nebraska” di Bruce Springsteen nel V appuntamento della rassegna “Sound & Vision”

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Lamezia Terme - La storia del Boss, i significati reconditi dei suoi testi, e soprattutto la sua grande musica, nel V appuntamento della rassegna “Sound & Vision”, promossa da “Il Santo Bevitore” e dalla trasmissione radiofonica “Magic Bus”, con direttore artistico Francesco Sacco, critico musicale e speaker radiofonico, che ha portato con sé due ospiti d’eccezione: il web writer Dario Greco e il cantautore Mauro Nigro, in arte Cassidy, interprete dei brani che hanno scandito le varie fasi del talk. “Sound &Vision” si propone di riportare la musica dal vivo nel centro città, e come annunciato in apertura, il 10 aprile porterà a Lamezia il primo superospite internazionale: Jack Walker, un importante esponente della scena blues di New York City.

Intanto una serata d’effetto con l’incontro dal titolo “Deliver me from Nowhere: Nebraska by Bruce Springsteen”, che ha avuto come centro focale uno degli album più significativi e intimi del Boss, quello che segna un punto di svolta nel suo percorso musicale e umano, raccontato anche nel film-biopic del 2025 “Bruce Springsteen: Deliver me from Nowhere”. “L’album “Nebraska” si inquadra in una fase molto particolare della vita Springsteen”, spiega Sacco, “e presenta un volto non troppo noto del Boss, almeno a livello mainstreem: un profilo che stride con la sua immagine pubblica legata al successo di “Born in the U.S.A.”, quest’ultimo un album apparentemente agli antipodi rispetto a “Nebraska”: eppure in realtà hanno tante cose in comune”.  “Nebraska viene pubblicato il 30 settembre 1982, quando Springsteen è già un artista di fama internazionale, che ha avuto successo con album come “Born to run” e “The River”, continua Greco, “ma dopo l’ultimo tour internazionale vive una sorta di crisi esistenziale, che culmina con la scrittura dei brani contenuti in “Nebraska”, un punto di rottura in termini musicali e di contenuto: il Boss diventa più maturo, e affronta tematiche più universali come la depressione e l’alienazione, dipingendo un affresco dell’America più cinico e più duro”. “In realtà, Springsteen un “lato triste” lo ha sempre avuto”, aggiunge Nigro, “per esempio “Born to run” doveva chiamarsi “Born to loose”. Il Boss non è mai stato un ottimista, però aveva una verve romantica che in “Nebraska” sparisce totalmente. Cosciente che quello dopo “The River” sarebbe stato l’album della consacrazione definitiva, stava lavorando a qualcosa di più rock. Ma a un certo punto si ferma, va dal suo amico e produttore John Landau e gli dice che ha deciso di fare un’altra cosa. Landau lo appoggia, nonostante non gli sembri una grande idea. Tutti gli altri lo prendono per matto”.

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Nasce così “Nebraska”, forse il primo album della storia a non essere inciso in sala di registrazione, ma in low fii, “in una cameretta”, con l’aiuto di un solo tecnico: un disco punk-folk, scarno, che racconta la crisi vissuta dal Boss, il rapporto controverso con suo padre, e si ispira apertamente al mood dei “Suicide”, uno dei gruppi più amati da Springsteen. Ma anche un album che comprende in realtà molti dei brani che andranno poi a confluire nel lavoro successivo, “Born in the U.S.A.”, compresa la title track – che non è affatto l’inno all’America strumentalizzato dal presidente Regan in campagna elettorale, ma la storia di un reduce dal Vietnam che al ritorno ha perso il lavoro, e da ubriaco commette un reato che gli costa la pena di morte. Si tratta dunque di uno dei dischi più rappresentativi del percorso di un artista che non ha mai avuto timore di prendere posizione, a livello politico e sociale, di raccontare le brutture dell’America attraverso testi che incarnano storie crude e poetiche, in una parabola di successi che arriva fino ai nostri giorni, con “Streets of Minneapolis”, il pezzo di protesta che sfida la violenza e le politiche di Trump, senza nascondere la testa sotto la sabbia del conformismo imperante.

Giulia De Sensi

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