
Lamezia Terme - Un argomento affascinante e pieno di spunti, eppure sconosciuto ai più, quello trattato dal musicista e pedagogista Pasqualino Scaramuzzino nel saggio “Musica Concentrazionaria”, Grafiché editore, un libro sulla musica composta nei campi di concentramento nazisti presentato presso il Laboratorio dell’artista Rosella Cerra, in un incontro moderato dalla giornalista Tiziana Bagnato, con l’intervento dello studioso e ricercatore Antonio Bagnato, dell’avvocato Mario De Grazia, dell’editrice Nella Fragale, del giornalista Salvatore D’Elia.
“I campi di concentramento nazisti erano vere e proprie città, nelle quali anche la musica aveva un ruolo” spiega Scaramuzzino. “Ogni campo aveva un suo inno, e venivano composte musiche per allietare le feste, i compleanni dei capò. A volte non erano musiche di grande qualità estetica, ma raccontavano la vita del campo. Nella sua semplicità, la musica era un vettore, un agente di storia, una voce capace di descrivere esperienze. Inoltre chi sapeva suonare o cantare aveva più possibilità di salvarsi: non viveva nelle baracche, aveva una migliore alimentazione, condizioni di vita più umane rispetto agli altri, perché era utile in qualche modo all’apparato nazista. Accanto ad esperienze musicali più semplici, abbiamo anche composizioni di straordinaria importanza, come quelle dell’organista Olivier Messiaen, che da internato compose il memorabile “Quartetto per la fine del tempo”. In tutto sono arrivati a noi circa 600 brani scritti nei campi di concentramento nazisti – dal jazz alla Classica alle canzoni popolari – compresi quelli scritti nel ghetto di Terezin, fiore all’occhiello della propaganda di Hitler; eppure tutti sono quasi completamente sconosciuti. In essi troviamo la discrasia fra l’arte al servizio del Regime, contrapposta all’arte che diviene resistenza, che nutre la speranza di sopravvivere”.
Musiche soavi, a volte neppure tristi, quelle composte nei campi di concentramento, nelle quali si intravede tuttavia il non-detto di una vita al limite della sopportazione umana. “Il libro, scritto in un linguaggio accessibile, spiega inoltre le basi della nascita e dell’affermazione del regime nazista”, aggiunge Tiziana Bagnato, “e il ruolo importante della comunicazione – dunque anche della musica e dell’arte. Introduce la distinzione fra arte pura e arte degenerata: il modo in cui Hitler vuole cambiare la Storia partendo dalla cultura”. Ma l’arte “pura” non produrrà assolutamente nulla, mentre quella vera continuerà a vivere. “Lo dimostrano le poesie scritte proprio nel ghetto di Terezin”, spiega il professore Bagnato, “poesie di una bellezza straziante: è un ossimoro, ma nasconde una grande verità”.
Un regime che ha posto le basi nella creazione di un “nemico interno” non può non richiamare echi d’attualità: chiara la relazione, intrecciata da Tiziana Bagnato, con il conflitto Israele-Palestina, dove le vittime di ieri diventano i carnefici di oggi. “Il teologo tedesco Dietrich Bonhoeffer, anche lui internato”, chiarisce l’avvocato De Grazia a questo proposito, “partiva da una provocazione, ripresa anche dal cantautore Guccini: che nei campi di sterminio Dio è morto – almeno, il Dio che gli uomini si erano costruiti. I fascisti e i nazisti infatti si erano appropriati di Dio: Dio è con noi, dicevano. Tiravano per la giacchetta Dio per farne uno dei loro. Il Dio per tutti diventava così il Dio per la nostra parte, come accade anche oggi, in tutti i sovranismi. In molti si chiesero dove fosse Dio durante il nazismo: in realtà, Dio era dentro. Dentro ai campi di sterminio. Dio accompagna l’uomo, gli è vicino, non come tappabuchi, ma nell’etica della libertà e della responsabilità individuale”.
“Ѐ importante ancora oggi visitare i campi di concentramento, anche quelli italiani”, sottolinea D’Elia, guida per le scuole nel 2023 nell’ambito di un progetto regionale, “anche per smantellare quella brutta credenza, che oggi qualcuno cerca di diffondere, secondo cui le leggi razziali in Italia furono applicate all’acqua di rose. In realtà le leggi del ’38 si accompagnarono ad una collaborazione attiva con il regime nazista, a tutti i livelli”. “Musica concentrazionaria” è un libro necessario”, conclude Nella Fragale, “in cui abbiamo creduto subito, che approfondisce un argomento poco battuto, ancora da conoscere e indagare”.
Giulia De Sensi

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