Lamezia, Grandinetti: “Necessario intervento dei dirigente regionali Pd, servono verità e chiarezza”

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Lamezia Terme - Francesco Grandinetti interviene in merito alle recenti dichiarazioni sulle vicende interne del Partito Democratico cittadino. In particolare, dichiara Grandinetti: “sulle dichiarazioni del segretario cittadino Vittorio Paola, che respinge come infondate le critiche mosse da Antonio Pandolfo e da altri iscritti ed ex dirigenti, compreso me. Ho letto anche le dichiarazioni di Cesare Perri, che parla di un partito in “stato dissociativo” e di un clima interno segnato da contraddizioni profonde: parole che non possono essere liquidate con superficialità, ma che meritano una riflessione seria. Ho letto inoltre l’intervento di Antonio Sirianni, ex segretario cittadino del PD, che denuncia con coraggio una “deriva autoreferenziale” e un partito “svenduto per carriere personali”. È importante ricordare che Sirianni, al tempo del nostro commissariamento, era collocato nella minoranza interna. Non era dunque parte della nostra area politica. Il fatto che oggi esprima valutazioni così nette su dinamiche che allora lo vedevano su posizioni diverse dimostra una coerenza e un’onestà intellettuale che meritano rispetto. Le sue parole rafforzano, e non indeboliscono, la verità dei fatti”.

Grandinetti puntualizza: “non intervengo per alimentare polemiche personali. Intervengo per un dovere di onestà verso gli elettori del centrosinistra. Come ex Presidente del PD di Lamezia Terme sento la responsabilità di parlare a chi nel PD ha creduto, a chi non si iscrive più e a chi vorrebbe votare centrosinistra ma oggi non riesce più a riconoscerlo. Il rispetto non si deve soltanto a una sigla. È dovuto alle persone. Agli iscritti veri, a chi ha militato con convinzione, a chi avrebbe voluto continuare a farlo e a chi, da semplice elettore, chiede chiarezza prima di scegliere. Oggi invece regna la confusione, la sfiducia cresce e il distacco è evidente. Questo non è un giudizio personale: è un dato politico. Le fratture che attraversano il PD cittadino non nascono oggi. Nascono da una stagione precisa. Tre anni fa si svolse un congresso regolare, partecipato, competitivo. Vinse Gennaro Masi, su un giovane e intellettualmente onesto, Dario Rocca (che oggi essendo con noi vorrà dire pure qualcosa!). Da lì nacque una segreteria legittimamente eletta e un direttivo con maggioranza e minoranza rappresentate. Si poteva discutere, criticare, migliorare. Ma la legittimità democratica non era in discussione. Eppure, iniziò una contestazione permanente che per alcuni non riguardava singole scelte, ma l’impianto stesso della dirigenza. Una pressione crescente, culminata nella richiesta di commissariamento. In quel clima maturò una battaglia politica legata soprattutto al controllo delle candidature regionali, comunali e nazionali. Il nodo è sempre stato questo: chi decide e come si decide. Finché le scelte sulle candidature continueranno a essere determinate esclusivamente dai livelli regionali e nazionali, nei territori non potrà esistere una dialettica vera, ma soltanto un sistema di allineamenti e fedeltà funzionali alle carriere. È questo il punto politico che oggi esplode con chiarezza, anche alla luce delle denunce pubbliche che leggiamo sui giornali. Il commissariamento arrivò d’imperio proprio nel momento in cui il direttivo cittadino aveva deliberato di proporre Doris Lo Moro come candidata sindaca al tavolo del centrosinistra. Il giorno successivo la dirigenza eletta venne rimossa e fu nominato un commissario. Un’accelerazione che resta politicamente significativa. Nonostante tutto, il tavolo del centrosinistra convalidò quella candidatura. Io e tutto il direttivo commissariato si è speso senza riserve. Il risultato elettorale lo dimostra: il PD tornò a essere il primo partito della città dopo anni. Ma mentre all’esterno si sosteneva la candidata, all’interno si consumava una resa dei conti. Subito dopo la sconfitta si scelse di accelerare i congressi, respingendo le richieste di rinvio. In quel congresso noi avevamo scelto di presentare un candidato giovane e preparato, l’avvocato Antonio Pandolfo, in una logica di rinnovamento vero e non solo proclamato. Il congresso comunale fu segnato da un afflusso anomalo di iscrizioni dell’ultimo minuto e da un tesseramento cartaceo in contrasto con le regole che prevedono esclusivamente l’iscrizione online. Tutto fu contestato con ricorsi formali. Tutto fu archiviato. In una competizione percepita come alterata, restare avrebbe significato legittimare un processo che non riconoscevamo più. Per questo abbiamo scelto di allontanarci dal congresso”.

Oggi, conclude Francesco Grandinetti in qualità di ex presidente del PD Lamezia “senza infingimenti tutti noi con coraggio usiamo parole pesanti: ‘deriva autoreferenziale’, ‘partito svenduto per carriere personali’, ‘oligarchia’. Non sono espressioni marginali. Sono accuse che meritano risposte politiche serie, non liquidazioni sbrigative. E restano fatti che chiedono chiarezza: perché a Doris Lo Moro, dopo le elezioni, fu ostacolato perfino l’ingresso nel gruppo consiliare del PD? Perché un ex segretario cittadino, consigliere comunale e militante storico viene convocato per un procedimento di espulsione? Non si può chiedere unità senza garantire democrazia interna. Non si può parlare di legalità senza assicurare trasparenza nei percorsi decisionali. Per questo, al di là delle polemiche locali, la domanda oggi è politica e riguarda i livelli superiori del partito. Cosa aspettano il segretario regionale Nicola Irto e l’onorevole Alecci ad affrontare il caso Lamezia con la stessa solerzia con cui intervennero per commissariare la precedente dirigenza? Se allora si ritenne urgente intervenire, perché oggi, di fronte a una crisi evidente e pubblica, si sceglie il silenzio? Gli elettori del centrosinistra meritano coerenza. Meritano verità. E meritano un partito che non abbia paura di guardarsi allo specchio. Io posso anche sbagliare. Ma non posso tacere”.

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