
Lamezia Terme - "Everything dies, baby, that's a fact. But maybe everything that dies someday comes back". Nuovo cambio di registro per il quinto appuntamento di “Sound & Vision”, la rassegna promossa da Il Santo Bevitore e Magic Bus, trasmissione radiofonica curata dal direttore artistico Francesco Sacco, che da ormai un paio di mesi sta riportando la musica dal vivo nel cuore di Lamezia Terme. Dopo aver proposto alcuni dei principali progetti originali del territorio e non con l’alt-metal degli Sharada, il blues arcaico firmato Petricca e Giannasso, il post-hardcore urlante dei ThëM e le suggestioni post-punk/dark-wave dei Selfishadows, la rassegna cambierà, in via del tutto eccezionale, giorno e ora per un evento speciale tra musica e parole, talk e live set in acustico: “Deliver Me From Nowhere: Nebraska by Bruce Springsteen”.
Un pre-serata diverso dal solito, dedicato, ovviamente, al grande Bruce Springsteen e al suo album più intimo, “Nebraska”, già raccontato sul finire del 2025 dal film “Bruce Springsteen: Deliver Me From Nowhere”. Protagonisti saranno tre springsteeniani doc: il direttore artistico di Sound & Vision, nonché critico musicale e speaker radiofonico, Francesco Sacco; il web writer Dario Greco e il cantautore Mauro Nigro, in arte Cassidy, i quali analizzeranno la genesi dell’oscuro capolavoro folk del Boss, i cui fantasmi continueranno ad aleggiare, seppur ben nascosti, sul bestseller “Born In The U.S.A”. Un talk imperdibile per tutti i fan di Springsteen, arricchito dal mini live set a tema di Nigro e dall’ascolto in vinile di una manciata di tracce semplicemente immortali. Appuntamento fissato per giovedì 26 aprile, alle 19, nella nuova saletta de Il Santo Bevitore. Ingresso gratuito. Per info e prenotazioni 3397504143.

Retrospettiva su “Nebraska” di Bruce Springsteen
"Everything dies, baby, that's a fact. But maybe everything that dies someday comes back". Nel 1981, reduce dal trionfale tour di supporto a un’opera enciclopedica come The River, Bruce Springsteen si era ormai affermato come “il dio tra gli dei del rock”, un archetipo americano capace di legare il rock’n’roll e il folk, Elvis e quella coscienza sociale incarnata dal Greenwich Village, da Woody Guthrie a Bob Dylan. Archiviate l’epica cinematica, le ambizioni spectoriane e l’apologia della fuga di Born To Run, presto oscurate dall’impietoso confronto con l’età adulta di Darkness On The Edge Of Town, The River sancì la definitiva maturità cantautorale del songwriter del Jersey, ponendosi come perfetta summa di una poetica ancora animata da quello stesso spirito ribelle, ora però mitigato dallo spettro della disillusione e da un impegno crescente.
I tramps di Born To Run sono cresciuti e si sono scontrati con la dura realtà di tutti i giorni, salutando per sempre i loro sogni di gloria. Dopo Darkness, The River certificò così il passaggio di Bruce Springsteen da rocker senza macchia a nuovo simbolo proletario, cantore di una working class sconfitta da un american dream sempre più effimero. Sarà anche, però, la momentanea fine di un ciclo esaltante, sfociato in una pausa di riflessione che spingerà il Boss a dar vita, in direzione ostinata e contraria, a qualcosa in netta antitesi - almeno a livello prettamente musicale - con la sua fase classica: Nebraska, il suo capolavoro folk, fulgido esempio di lo-fi ante litteram, registrato in perfetta solitudine (soltanto una chitarra e un’armonica) nella fattoria di Colt Necks, su un nastro a quattro piste. Privo, per una volta, di quella macchina rock'n'roll rappresentata dalla E Street Band, Springsteen era riuscito a dar forma ai suoi fantasmi, plasmando un album grondante disperazione e fatalismo, che racchiudeva probabilmente la vera essenza di un songwriting intriso di cultura americana, profondamente debitore nei confronti di Flannery O'Connor, John Steinbeck e del mito della Frontiera. Nebraska è il lato oscuro del concetto di epos springsteeniano, l'opera definitiva di un folksinger evoluto rapito dalla new wave più nichilista e dai Suicide. E mentre Alan Vega e Martin Rev, con il loro revisionismo retrofuturista, esploravano il suono di una Grande Mela dei bassifondi violenta, deviata e allucinata, Springsteen proiettava quegli incubi metropolitani sulle stesse highways un tempo popolate da broken heroes in cerca di riscatto. Una redenzione, a conti fatti, impossibile per chi, agli albori dell’edonismo reaganiano, non riusciva a uscire dal Grande Pantano ed emanciparsi da una dimensione di outsider opprimente. Fino a sfociare nella criminalità, nella follia, nella morte. Quelle raccontate in Nebraska sono storie di sopravvivenza in un’era, quella della Reagonomics, fortemente individualista, un j’accuse che contrapponeva Stato (istituzioni) e cittadini, vittime e carnefici, vincitori e vinti, manifestando un piglio quasi solidale persino nei confronti di chi arrivava a macchiarsi di crimini anche efferati. "Everything dies, baby, that's a fact. But maybe everything that dies someday comes back". Come i perdenti e le storie sanguinanti di Nebraska: la fine del Sogno Americano secondo Bruce Springsteen.

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