
Lamezia Terme - Un’altra pagina luminosa per la nostra città quella scritta dall’associazione “I Vacantusi”, con la presenza al Grandinetti, all’interno della rassegna letteraria Caudex, di Umberto Galimberti. Filosofo, psicanalista, antropologo, saggista, Galimberti ha rapito il pubblico con una Lectio Magistralis dal titolo emblematico: “L’io e il noi. Il primato della relazione”. Parole semplici e dirette, citazioni erudite – da Platone ad Aristofane ad Hidegger – e un lungo excursus sulla “follia che ci abita” senza la quale non potremmo amare davvero, perché “l’Amore non è razionalità: quando amiamo davvero l’io è fuori gioco”.
Un messaggio potente e inatteso, dove la follia è “dono degli dei” in cui risiede davvero la verità di noi stessi, dove cadono le certezze del linguaggio, il principio di non contraddizione, le coordinate spazio-temporali, il binomio cristiano del giusto e dell’ingiusto e si verifica una sospensione della coscienza. Dunque la follia come ispirazione per i poeti, come dono di profezia, di trasformazione, e soprattutto, come base per innamorarsi. “Ci innamoriamo di una persona perché quella persona ha “catturato” la nostra follia”, spiega Galimberti, “e di fronte a quella persona sei già nudo prima di spogliarti, sei nelle sue mani: lei ha capito la tua parte folle e ti accompagna a conoscerla. Da solo sarebbe pericoloso: rischieresti di perderti e di restarne prigioniero. Ma è nella follia che risiede il senso di chi siamo davvero”. Dunque la follia non si esplora con la ragione ma con l’aiuto dell’altro: non un altro qualsiasi, ma colui che amiamo, e con cui stabiliamo un rapporto esclusivo. Ma oltre all’io razionale, alla parte superegoica che incarna i divieti sociali e alla follia, c’è dentro di noi un altro abitante, che Galimberti chiama “la specie”, ovvero la spinta ad assecondare le leggi di Natura, come tutti gli altri esseri viventi del creato. “Siamo maschi e femmine insieme, con una dominanza maschile o femminile, certo” chiarisce il filosofo, “Se fossimo al cento per cento di un singolo genere non avremmo strumenti per capire l’altro diverso da noi”.
Un altro che è indispensabile per uscire dall’individualismo – retaggio, per Galimberti, della cultura cristiana – e per sapere davvero chi siamo. “Ѐ la relazione che ci dà identità, che sancisce la nostra unicità” conclude, “la relazione con il nostro prossimo, una parola che deriva dal greco pros-opsis, “colui che mi sta davanti agli occhi”, e con cui parlo: se l’uomo è un animale dotato di linguaggio, è chiaro che per parlare dobbiamo avere qualcuno con cui farlo”. Ѐ dunque la relazione che costruisce l’identità dell’uomo e non un io razionale che sta a definirci quasi come “uno pseudonimo”, laddove siamo molto, molto di più.
Giulia De Sensi
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