Le fragilità della piana di Sant’Eufemia: un territorio modellato dall’acqua, minacciato dal tempo e che richiede ascolto e interventi

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Lamezia Terme - Le piogge delle passate settimane non hanno solo segnato coste, strade e centri abitati: hanno svelato la fragilità di un territorio già saturo. Quando il suolo non assorbe più, anche precipitazioni ordinarie possono innescare instabilità, riattivando dissesti e allagamenti che si preparano nel sottosuolo. È una dinamica nota alla geomorfologia: per questo richiede di andare oltre la cronaca dell’emergenza e interpretare i segnali che il territorio manda. Ad analizzare il fenomeno è il geologo lametino Mario Pileggi che attraverso dati tecnici e immagini spiega le specificità territoriali e mitigazione del rischio idrogeologico.

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La Piana di Sant’Eufemia, vasta e apparentemente tranquilla, è una delle aree agricole più fertili e produttive - sostiene Pileggi - della Calabria centro-tirrenica. Dietro l’ordine delle sue strade, delle coltivazioni e delle zone industriali si nasconde però un equilibrio complesso, costruito dall’uomo e oggi sottoposto a pressioni sempre maggiori. Questo equilibrio affonda le radici nella Bonifica Integrale degli anni Trenta del Novecento, una trasformazione storica che rese coltivabile una pianura un tempo dominata da paludi e ristagni. Oggi quel sistema idraulico mostra segni evidenti di affaticamento, mentre urbanizzazione e cambiamenti climatici amplificano vulnerabilità già presenti. Fino agli anni Trenta del secolo scorso la Piana era un ambiente ostile: acquitrini permanenti, terreni saturi, vegetazione palustre e malattie legate alle zanzare anofele. L’acqua stagnava per mesi e il degrado idrogeologico era ben documentato nella Descrizione geologica della Calabria di Emilio Cortese. La Bonifica Integrale cambiò radicalmente questo scenario, realizzando una rete articolata di canali, fossi e drenaggi che permisero lo sviluppo agricolo e, successivamente, industriale.

Tra il 1932 e il 1939 furono bonificati circa 6.500 ettari di territorio, realizzati oltre 42 chilometri di canali principali e più di 180 chilometri di fossi secondari e terziari, insieme a sei collettori principali e drenaggi sotterranei per una superficie di oltre 1.400 ettari. A queste opere si aggiunsero chiuse, ponticelli, sifoni, scolmatori e le rettifiche dei principali corsi d’acqua, tra cui l’Amato e il Bagni. Fu una trasformazione imponente che ricostruì il territorio su basi completamente nuove. La piana divenne stabile e produttiva grazie alla regimentazione delle acque superficiali e profonde, ma quell’equilibrio non è naturale: è una macchina idraulica delicata che funziona solo se mantenuta con continuità. Oggi molte di quelle opere mostrano segnali evidenti di degrado: canali ostruiti da sedimenti, fossi agricoli interrotti, tombamenti abusivi, vegetazione invasiva e modifiche delle pendenze originarie dei terreni. Queste criticità riportano lentamente la piana verso la sua vocazione storica all’allagamento. Gli effetti sono evidenti: ristagni idrici, innalzamento della falda, instabilità dei terreni e crescente vulnerabilità per infrastrutture strategiche come strade, ferrovia e aeroporto.

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Negli ultimi quarant’anni la Piana di Sant’Eufemia si è trasformata profondamente. L’espansione delle aree industriali, delle infrastrutture e delle superfici impermeabili ha aumentato i volumi di deflusso superficiale, mettendo sotto pressione un sistema idraulico progettato quasi un secolo fa. L’acqua, non trovando adeguate vie di sfogo, tende a rioccupare i suoi antichi percorsi, mentre eventi meteorici sempre più intensi riempiono rapidamente le canalizzazioni, provocando tracimazioni e allagamenti improvvisi.

Il rischio idrogeologico non riguarda soltanto la superficie. Quando la rete idraulica perde efficienza, la criticità si trasferisce nel sottosuolo: la saturazione dei terreni riduce la stabilità geotecnica, può generare cedimenti, aumentare il rischio di liquefazione in caso di sisma e compromettere fondazioni e infrastrutture. Si configura così un rischio duplice, superficiale e profondo, che richiede una visione integrata del territorio.

Per rendere la piana più resiliente sono necessari interventi concreti e continui: manutenzione del reticolo idraulico, ripristino dei fossi storici, modernizzazione delle opere di drenaggio, uso di pavimentazioni drenanti, monitoraggio costante dei livelli di falda e una pianificazione urbanistica coerente con la realtà idro-geomorfologica. Non si tratta di misure straordinarie, ma di azioni tecniche essenziali per preservare un equilibrio costruito nel tempo e oggi sempre più fragile.

La Piana di Sant’Eufemia conserva la memoria dell’acqua e chiede ascolto. Le opere di bonifica hanno trasformato un territorio difficile in una pianura fertile e abitabile, ma quel sistema funziona solo se viene rispettato e mantenuto. L’acqua, protagonista silenziosa del paesaggio, torna a farsi sentire ogni volta che il reticolo idraulico si degrada.

Il rischio non termina con la fine del maltempo: continua nei giorni successivi, quando i terreni restano saturi e più vulnerabili. Ridurre tutto a un generico catastrofismo climatico rischia di nascondere ciò che è invece prevedibile e gestibile. Servono manutenzione, pianificazione e interventi urgenti, perché anche piogge normali non diventino le emergenze di domani. Difendere la Piana significa riconoscere la fragilità di un equilibrio costruito dall’uomo e agire con responsabilità tecnica e visione concreta per garantire sicurezza, economia e vivibilità alle generazioni future. Ignorare i segnali del territorio non rende i dissesti inevitabili: li rende soltanto più prevedibili. È l’analisi del geologo Mario Pileggi del Consiglio Nazionale di Amici della Terra.

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