Lamezia, Terina e la sua valorizzazione nella Lectio della docente Stefania Mancuso al Museo Archeologico

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Lamezia Terme - Un momento utile per fare il punto sul percorso compiuto e pensare al futuro dell’area archeologica di Terina, quello organizzato nella sala conferenze del Museo Archeologico Lametino, nell’ambito del ciclo di seminari “All’Ombra dell’Abbazia”. Ad essere invitata a intervenire Stefania Mancuso, docente di Archeologia della Magna Grecia all’Unical, che si è occupata del progetto di scavo e, con la professoressa Giovanna De Sensi Sestito, dell’attività convegnistica correlata, condotta in modo da mantenere viva l’attenzione sul sito. “In realtà il titolo della rassegna è altamente evocativo” ha esordito Mancuso, “perché Terina si trova davvero all’ombra dell’Abbazia di Sant’Eufemia Vetere: c’è una contiguità topografica tra le due aree archeologiche”.

Quindi un excursus sulla viabilità e sulla geomorfologia della zona – la stessa in cui fu rinvenuto il noto Tesoro oggi esposto al British Museum – dove sono presenti tre pianori che potrebbero essere la sede dell’antica acropoli, come secondo ipotizzato dall’archeologo Paolo Orsi. Ma questo è ancora da verificare. Gli scavi, cominciati nel 1997 grazie al supporto dei volontari dell’Associazione Archeologica Lametina – fra cui una giovane Stefania Mancuso, non ancora docente – sono andati avanti attraversando il mandato di sei diversi Ispettori della Sovrintendenza e di quattro diverse amministrazioni comunali – da quella Lo Moro in poi – ciascuna delle quali ha segnato momenti importanti del percorso. Ma naturalmente quegli scavi non sono ancora conclusi, se pure hanno condotto a risultati importanti, portati nelle scuole e divulgati in contesti scientifici. “Fra i risultati è stato fondamentale prima di tutto avere la prova certa dell’esistenza di Terina proprio in questa zona” chiarisce Mancuso. Una prova emersa a partire dal ritrovamento casuale di reperti in un terreno dove erano state scavate più di 400 buche per la piantumazione di un uliveto. In quel terreno già si pensava di cercare Terina, dunque si procede a bloccare i lavori e a porre un vincolo per espropriarlo. “È emerso da lì un impianto urbano ortogonale nella disposizione delle strade, ma non ancora esaustivo dell’organizzazione generale della città” racconta Mancuso.

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“Quello scavato finora, che pochi hanno potuto vedere, è un quartiere residenziale: ci sono mura di fondazione che descrivono una pianta, in antico sormontate da mattoni a crudo e poi da una copertura di tegole ancora presenti. Le case si trovano ai bordi di due strade parallele, la S I e la S II, due stenopoi – strade strette secondarie – che dovevano afferire ad una o più plateie – strade principali – non ancora scavate. La caratteristica più significativa riscontrata finora è la presenza di un sistema di drenaggio pubblico, un vero e proprio impianto idraulico. La cosa è rivelatrice della presenza di un’autorità politica artefice dell’organizzazione complessiva dello spazio, che ne garantiva la salubrità e la fruibilità: infatti la gestione delle acque era di pertinenza della polis, solo di quelle meteoriche interne all’abitazione si occupava il privato cittadino. Anche le strade presentano una copertura di argilla cruda e poi cotta sul posto che garantiva l’isolamento idraulico. Quanto alle case presentano tutte una pianta diversa e non rispecchiano un modulo tipo: questo significa una maggiore ricchezza di dati e conoscenze sulla vita della comunità”.

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Particolare nella casa1 la presenza del portico con canaletta per far scorrere l’acqua piovana, ubicato fra il cortile e la probabile sala del simposio. Due i ritrovamenti che identificano Terina: un frammento di Tabella bronzea dove si fa riferimento alla figura del demiurgo, autorità politica presente nella colonia madre di Crotone, e una minuscola pallina in bronzo usata come tessera elettorale risalente alla metà del V secolo a.C. Il nucleo originario di Terina sarebbe stato fondato tra la fine del VI secolo e gli inizi del V, dopo la distruzione di Sibari, ma l’area scavata finora risale al IV/III secolo a.C. e potrebbe esserne un ampliamento. Per trovare il resto occorre scavare ancora, ma nel frattempo è necessario promuovere e valorizzare l’area, che non appena sarà pronto il sistema di videosorveglianza dovrebbe essere acquisito dal Comune, come assicurato dall’assessore alla cultura Gargano. L’obiettivo, sottolineato anche dalla direttrice del museo Simona Bruni e dalla professoressa De Sensi Sestito, è quello di creare a Lamezia un parco archeologico a rete, che comprenda cioè diversi siti interconnessi appartenenti a epoche diverse – la stessa Terina, l’Abbazia Benedettina, il Castello Normanno Svevo, il Bastione di Malta, il Museo e altri beni appartenenti al Medioevo e al periodo tardoantico. “Ma per ottenere questo riconoscimento formale occorrono alcune condizioni imprescindibili” chiarisce Mancuso, “Serve un progetto scientifico, uno di tutela e valorizzazione, un piano di gestione”. Quindi l’appello finale delle studiose alla politica, perché un’area al momento non accessibile al pubblico venga aperta, ed entri presto in questa rete futuribile.

Giulia De Sensi

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