Lamezia, Grandinetti: "Il Pd in Calabria non è più centrosinistra, è ostaggio di un sistema autoritario"

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Lamezia Terme - Francesco Grandinetti già presidente del Partito Democratico di Lamezia Terme, interviene in merito alla situazione nel partito in città: "Questo quadro - afferma - non nasce oggi e non può essere separato dalle responsabilità politiche dirette del segretario regionale Nicola Irto e del consigliere regionale Ernesto Alecci, che da anni guidano – o subiscono senza mai contrastarlo – un sistema di gestione del Partito Democratico in Calabria fondato sul controllo, sul silenzio e sulla rimozione sistematica del dissenso. Le sconfitte alle elezioni regionali, così come i risultati deludenti nelle principali competizioni comunali, non sono mai state oggetto di una vera analisi politica né di una assunzione di responsabilità. Su quei risultati è calato un silenzio assordante, funzionale solo a conservare equilibri interni e posizioni di potere, mentre il partito perdeva consenso, credibilità e identità nei territori. Quel silenzio non è casuale: è parte integrante dello stesso metodo che oggi porta all’estromissione di un consigliere comunale dalle commissioni senza confronto, senza voto e senza rispetto delle regole".

Un metodo che, sostiene Grandinetti "ha prodotto fallimenti elettorali e che oggi tenta di nasconderli eliminando chi pone domande, chiede chiarezza e pretende coerenzaSono iscritto al Partito Democratico per i suoi valori fondanti, non per essere sottomesso a cacicchi autoreferenziali che nulla hanno a che vedere con il centrosinistra, con la democrazia e con il rispetto delle persone. Sono iscritto al PD per la libertà, per la democrazia interna, per il pluralismo, per il confronto, per il rispetto delle minoranze, per la trasparenza e per l’idea che un partito sia una comunità politica e non una struttura di potere chiusa, impermeabile al dissenso e allergica alle regole che essa stessa proclama. Quanto accaduto a Lamezia Terme con l’estromissione del consigliere comunale Gennarino Masi dalle commissioni consiliari rappresenta un fatto gravissimo e inaccettabile.Un atto compiuto con una semplice comunicazione del capogruppo, senza alcuna verifica della volontà del gruppo consiliare, senza discussione, senza voto, senza rispetto delle regole democratiche più elementari. Questo non è un errore. È un metodo. Un metodo che a Lamezia conosciamo bene e che è direttamente figlio del modo di gestire il Partito Democratico in Calabria, sotto la regia politica di Irto e company. Nulla avviene per caso. Nulla è scollegato. Ogni comportamento locale è lo specchio fedele di una gestione regionale autoritaria, verticistica e opaca. Di fronte a questo atto gravissimo, il silenzio dei potentati regionali, Irto e Alecci in testa, è assordante. E il silenzio, quando è reiterato, non è neutralità: è complicità. O peggio ancora, è la prova che questo è esattamente il risultato che si voleva ottenere, magari con la complicità della dirigenza locale. Ricordo a tutti che Gennarino Masi è stato segretario del PD di Lamezia Terme per tre anni, prima che lo stesso gruppo dirigente che oggi predica regole e unità commissariasse un partito e un direttivo regolarmente eletti, colpevoli solo di non piegarsi. Da direttivo eletto siamo stati azzerati. Abbiamo subito un commissariamento politico per lesa maestà, non per incapacità".

"Abbiamo assistito - afferma Francesco Grandientti - a congressi regionali e provinciali farsa, con esiti già scritti. A livello regionale un unico autocandidato alla segreteria, Irto, imposto in fretta e furia. Abbiamo denunciato tesseramenti non regolari, rimasti sepolti sotto il silenzio colpevole della segreteria regionale e dell’allora segretario provinciale. Questo è il contesto. Il caso Masi non è un incidente: è la conferma definitiva. Se non fossi stato impegnato, avrei partecipato all’inaugurazione della nuova “sede” del PD a Lamezia per tentare, ancora una volta, di stemperare le frizioni e ricostruire un minimo di unità politica vera. Oggi, dopo quanto accaduto, quell’operazione appare per quello che è: una scenografia vuota, mentre dietro si consuma la demolizione della democrazia interna. L’estromissione di Masi dalle commissioni è un fatto politicamente e moralmente gravissimo, perché individua un partito che non tollera ostacoli, che elimina chi dissente, che vuole procedere senza controllo, senza confronto, senza voci libere. E se fosse vero – come molti temono – che questo atto è propedeutico a una sua espulsione dal partito, allora lo dico con chiarezza, senza paura e senza ipocrisie: che espellano anche me. Perché la libertà di pensiero, di parola e di azione politica non può essere soffocata da autoritarismi di cacicchi autoreferenziali che hanno trasformato il PD calabrese in tutto tranne che un partito di centrosinistra".

"Il PD in Calabria - conclude - oggi non è centrosinistra. È gestione del potere, controllo, paura del dissenso. I cittadini hanno il diritto di sapere e di conoscere, a qualsiasi costo. Perché il silenzio, la rassegnazione e la convenienza hanno già fatto troppi danni. Il Partito Democratico in Calabria o si rifonda radicalmente, partendo dalla democrazia interna e dal rispetto delle persone, oppure è destinato all’estinzione politica e morale. Io non starò zitto. Non ora. Non davanti a tutto questo".

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