
Lamezia Terme - Procedono i lavori del Progetto Intrecci, condotto da Comunità Progetto Sud in sinergia con il Comune, per lo smantellamento del Campo Rom di Scordovillo e l’inserimento nel tessuto abitativo, lavorativo e sociale della città del popolo Rom. Fra i vari attori del Progetto, molti dei quali lavorano dietro le quinte – ma non per questo in maniera meno incisiva e fondamentale – un ruolo notevole spetta ai mediatori culturali, impiegati da Progetto Sud in un’attenta raccolta di dati, esigenze, domande e risposte alle varie istanze di cambiamento implicite nel percorso d’inclusione della comunità Rom. Una comunità di cui loro stessi fanno parte, e di cui dunque possono interpretare meglio di chiunque altro i bisogni e le aspettative. Una di loro è Nada Amato, presidente dell’associazione “Zanà”, da anni impegnata in un lavoro di mediazione finalizzata all’inclusione con e per la sua comunità, che ci racconta dal di dentro il vissuto del popolo Rom, in particolare in questo momento di transizione verso un futuro ancora incerto ma pieno di speranze.

Come mediatrice culturale e come cittadina di etnia Rom qual è il suo vissuto in tema d’inclusione? Ha mai assistito o ascoltato episodi di intolleranza? Li ha mai sperimentati sulla tua pelle?
Nel mio vissuto ho sempre cercato di mediare per la mia comunità. Un esempio di mediazione è quello che ho condotto con una famiglia Rom che mi aveva chiesto un piccolo aiuto per i figli, che non avevano frequentato la scuola fin dall'infanzia, e stavano avendo problemi con l'assistenza sociale. In quel caso, mediando con la preside dell'Istituto e l'assistente sociale, abbiamo fatto inserire i bambini a scuola. Io, per fortuna, nella mia esperienza personale, non ho avuto problemi a far sì che le persone mi accettassero in ambito scolastico, perché ho avuto accanto l'associazione "La Strada", che purtroppo non esiste più. Andando avanti con l'età mi sono inserita benissimo nel mondo del lavoro, senza alcuna discriminazione. Tuttavia ho vissuto anch’io sulla mia pelle un episodio di intolleranza. Ѐ accaduto in un negozio, dove entrando con mia suocera per fare acquisti, ho notato che il principale diceva alla commessa di stare attenta perché era entrata una "zingara", riferendosi a mia suocera: si erano allarmati pensando che volesse rubare. A quel punto ho fatto capire che non si può fare di tutta l'erba un fascio, facendo acquistare di proposito a mia suocera un capo discretamente costoso.
Qual è oggi il più grande desiderio o aspirazione del suo popolo, se dovesse interpretarlo attraverso le testimonianze che raccoglie? E qual è la paura peggiore?
Il più grande desiderio del mio popolo è di avere una casa dove poter vivere dignitosamente e in tranquillità, soprattutto per i propri bambini e per le persone più a disagio. In questi mesi, lavorando al Progetto Intrecci, abbiamo raccolto tante testimonianze, ma quella che di più mi è rimasta nel cuore è quella di una persona in carrozzina, che non ha le condizioni per vivere una vita tranquilla e dignitosa per la sua salute. La paura peggiore del mio popolo, in questo momento, è appunto quella che il progetto fallisca. Inoltre la maggior parte vorrebbero vivere insieme ai propri familiari, e temono un possibile distacco.
Cosa si prova a farsi interprete ogni giorno delle esigenze e dei diritti della propria gente, sapendo bene che si tratta di gente che altrimenti non ha voce?
Provo un enorme senso di responsabilità, anche dovuto alla paura che il progetto fallisca.
Se dovesse guardare al futuro del progetto a cui sta lavorando con Progetto Sud, pensa che l’inclusione abitativa, lavorativa e sociale del popolo Rom si realizzerà? Quali saranno le difficoltà maggiori e quali i vantaggi per l’intera comunità?
Pensando al futuro del progetto ho un senso di positività, perché ci sono vari enti a farne parte, fra terzo settore e Istituzioni. Le difficoltà maggiori secondo me ci saranno quando affronteremo il superamento della vita nel campo. Dopo aver conosciuto i beneficiari, conosco bene le loro paure, ad esempio quella di allontanarsi dall'ospedale a loro vicino – molti temono che possa succedere qualcosa di grave, e non tutti hanno la patente o guidano. Il vantaggio sarà sicuramente che finalmente avranno avuto la fortuna di farsi una nuova vita sociale, più inclusiva e, soprattutto, senza discriminazioni.
Giulia De Sensi
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