Lamezia, nuovi modi di comunicare la disabilità nel seminario di Fish al Chiostro San Domenico

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Lamezia Terme - Fa tappa a Lamezia il progetto Welfare 4.0 di Fish (Federazione Italiana per il superamento dell’handicap) che si propone di migliorare le prospettive e la qualità della vita delle persone con disabilità, a partire questa volta dalla comunicazione, ovvero dal linguaggio che viene usato per parlarne e per raccontarla. L’obiettivo è quello di far emergere le questioni critiche legate alla rappresentazione della disabilità, soprattutto dal punto di vista di giornalisti e comunicatori, attraverso una serie di seminari, che dopo aver toccato Perugia e Lamezia – dove parte del progetto è nata grazie all’opera di Rita Barbuto – avranno luogo a Gorizia, Napoli, Milano e Terni, con focus diversi: dall’accessibilità dell’informazione, al biografismo, alla rappresentazione della disabilità nel cinema. Ogni seminario sarà sempre preceduto da un laboratorio riservato ad un numero ristretto di operatori – scelti a Lamezia fra giornalisti e assistenti sociali – con la funzione di raccogliere dati e spunti di riflessione che saranno poi sommati a livello nazionale per avere un quadro della situazione. A condurre l’interessante laboratorio Giovanni Merlo presidente di Ledha (Lega per i diritti delle persone con disabilità), al tavolo dei lavori anche nel pomeriggio, accanto al presidente nazionale Fish Vincenzo Falabella e alla presidente Fish Calabria Nunzia Coppedè. A portare i saluti l’assessore comunale alle politiche sociali Teresa Bambara e il vicepresidente dell’Ordine degli Assistenti Sociali Pasquale Colurcio. Hanno discusso sul terreno comune del valore intrinseco della persona, al di là dei vari – e a volte scorretti – riferimenti lessicali alla disabilità, alcuni relatori d’eccezione: il giornalista Toni Mira, la responsabile dell’Ufficio Stampa di Ledha Ilaria Sesana, la responsabile dell’Ufficio Stampa di Fish Calabria Maria Pia Tucci, il docente di Filosofia del Linguaggio dell’Unical Marco Mazzeo.

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Ne è scaturito un quadro generale dai contorni abbastanza nitidi, in cui emerge forte il “nulla su di noi senza di noi” da sempre prioritario in casa Fish, che vale indubbiamente anche nel caso della comunicazione. Perché si tratta di rappresentare una condizione che è estremamente variegata e complessa, in cui l’informazione deve porsi come strumento di servizio. “È necessario scrivere per gli altri, non solo per noi stessi o per i nostri colleghi” sottolinea infatti Mira, costretto a scontrarsi, nella sua esperienza personale e professionale, con l’idea comune che certi diritti siano privilegi. Secondo Tucci è importante il concetto di responsabilità, da parte degli operatori della comunicazione ma anche di tutta la società civile. Posto che, come sottolineato da Mazzeo, “creare nuovi tabù è inutile”, molte sono le espressioni che si vorrebbe dimenticare per sempre: “Poverino”, “Come siete bravi a crescerlo”, “Questa sofferenza vi rende più vicini a Dio”, ma anche i vecchi e ritriti “diversamente abile”, “ragazzo speciale”, “inchiodato sulla carrozzina”. Molto meglio smettere di lavorare di fantasia e attenersi semplicemente alla terminologia della Convenzione ONU, che utilizza “persona con disabilità”, tenendo presente che una disabilità non si realizza semplicemente per un deficit personale ma per l’incontro di quel deficit con una carenza strutturale dell’ambiente che lo penalizza. Da tutte e quattro le relazioni emerge sicuramente un dato riconfermato dalle conclusioni di Coppedè: troppo spesso si parla di disabilità seguendo stereotipi e generalizzando, se ne parla quando c’è di mezzo un dramma – una “storia strappalacrime”, dice Sesana – o in alternativa quando un “supereroe” compie la sua impresa memorabile “nonostante tutto”. Non si parla delle centinaia di cittadini che cercano di vivere una vita normale, rivendicando i propri diritti e sentendosi esattamente uguali agli altri.

Giulia De Sensi

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