
Lamezia Terme - Un magistrale lavoro di ricerca e di ricostruzione storica dietro al saggio di Letizia Cuzzola “I figli di nessuno tornano a casa” edito da I Coribanti, nuova realtà editoriale nata dalla collaborazione con Annamaria Persico e una rete di persone impegnate nel mondo della comunicazione, alla sua prima pubblicazione. Una pubblicazione di grande valore documentale, che affronta per la prima volta in maniera organica la vicenda degli IMI (Internati Militari Italiani), quei soldati che dopo l’armistizio e il passaggio dell’Italia con le Forze Alleate, rifiutarono di giurare fedeltà alla Repubblica di Salò, e furono pertanto internati come nuovi nemici della Germania nei Lager nazisti. La storia passata sotto silenzio è quella di ben 650.000 soldati Italiani, fra cui ben 10.000 calabresi: di loro in particolare si occupa il volume di Cuzzola, con numeri e nomi alla mano, scovati in gran parte negli archivi tedeschi. Numeri e nomi gravidi di Storia, di dolore, di fame, di lavoro coatto e di privazioni, di una detenzione protrattasi in genere per circa due anni, dal ‘43/’44 al ’46, tutto magistralmente ricostruito da una penna tutt’altro che fredda, se pure attenta alla veridicità dei fatti. Letizia comincia infatti la ricerca sulle tracce del passato di suo nonno, militare internato in Germania, cui ha già dedicato il romanzo “Non muoio neanche se mi ammazzano”. Dialogando con la blogger Ippolita Luzzo e con il giornalista Ugo Floro, spiega a questo proposito che “la nostra memoria, priva di informazioni su questa vicenda, sarebbe rimasta come una casa dove mancano dei mattoni alla base: si sarebbe sentito un vuoto, una mancanza di stabilità, anche e soprattutto per le generazioni future che dovranno abitarla, e che invece hanno diritto di sapere, hanno diritto a una memoria storica senza buchi”.
Ma perché la storia degli IMI è stata finora passata sotto silenzio? “Loro stessi avevano delle remore a raccontare”, spiega Cuzzola, “a causa delle condizioni terribili dei campi, che nella loro vita civile volevano solo dimenticare. Si aggiunge a questo la disattenzione delle Istituzioni e della società, che dopo il ’46 voleva gettarsi alle spalle il passato, e non aveva interesse per la fedeltà dimostrata da questi uomini verso un Re ormai destituito”. Così tutto è stato seppellito, anche la memoria, e addirittura la riconsegna dei resti degli IMI deceduti durante la prigionia da parte della Germania è cominciata solo l’anno scorso. Chi da vivo è riuscito a tornare, su treni segnate da scritte come quella che fa da titolo al libro, con la sua piastrina di prigioniero ancora integra, viene oggi ricordato da familiari e amici in una sala gremita del Chiostro, grazie ad un libro che regala memoria e riscatto ad una storia dimenticata.
Giulia De Sensi
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