
Lamezia Terme - “Il 5 dicembre 2010, sulla SS18 nei pressi della Marinella di Lamezia Terme, un’auto travolse un gruppo di ciclisti. Fu una delle pagine più dolorose per la nostra terra: otto uomini, amici prima ancora che sportivi, vennero strappati alla vita. Tra loro c’eri anche tu, papà, e dopo oltre tre mesi di lotta in ospedale ti abbiamo dovuto lasciare andare”. Solo le parole piene di dolore dei figli di Domenico Strangis, che quella tragica mattina fu tra i ciclisti coinvolti nell’incidente. Sopravvissuto, morì però poi il 23 febbraio 2011 in ospedale.
“Sono passati quindici anni dalla tua dipartita – ricordano ancora - il 23 febbraio 2011 ma per noi figli il tempo non ha mai davvero misurato la distanza. Quindici anni non sono bastati a cancellare un nome, un sorriso, uno stile di vita.
Il tempo ha attenuato il rumore della tragedia, ma non ha spento la presenza. Perché alcune persone non restano nella memoria solo per ciò che è accaduto loro, ma per ciò che hanno lasciato negli altri. Ha solo cambiato il modo in cui ti abbiamo accanto. Quel giorno non ha segnato soltanto la nostra famiglia.
Ha ferito un’intera comunità. Ma per noi non è mai stato solo un fatto di cronaca: è stato l’inizio di una vita diversa, imparata senza la tua voce, ma sempre con il tuo esempio.
“Per molti eri uno dei ciclisti della tragedia…ma chi lo ha conosciuto non lo ricorda per la bici, ma per la sua umanità quotidiana. Era un uomo semplice, concreto, silenzioso: di quelli che non fanno rumore, ma costruiscono.
Un padre presente, prima ancora che premuroso. Un marito attento. Una persona capace di trasformare la normalità in valore. Per noi eri casa. Di quelli che non cercano attenzione, ma presenza. Un padre che non aveva bisogno di grandi discorsi per insegnare. Ci hai insegnato senza mai dire “vi sto insegnando”.
Lo facevi tornando sempre puntuale, sedendoti a tavola con noi, lavorando con serietà, occupandoti delle piccole cose della casa, rinunciando spesso a qualcosa per far stare bene tutti. Oggi capiamo che quelle non erano abitudini: erano amore. La famiglia non era una parte della tua vita. Era la tua vita.
Non ci hai lasciato parole da ricordare a memoria – proseguono nella lettera - Ci hai lasciato un modo di vivere. Ti ritroviamo nei nostri gesti quotidiani: nel senso di responsabilità che sentiamo verso chi amiamo, nel rispetto per gli altri, nel lavorare seriamente, nella voglia di fare le cose per bene anche quando nessuno guarda. A volte ci accorgiamo di parlare, decidere, persino preoccuparci proprio come facevi tu. È lì che capiamo che non sei davvero andato via. Questo è il tuo vero testamento. Non un documento, ma un esempio.
Ogni anno la città ti ricorda insieme agli altri ciclisti, anche attraverso i simboli, ma per noi il monumento vero non è un luogo. È la vita che continuiamo a costruire cercando di essere le persone che avresti voluto vedere crescere. Perché alcune persone non smettono di esistere. Cambiano posto. Non sono più accanto a noi — sono dentro di noi. E così, a quindici anni da quel giorno, papà, non sei solo un ricordo. Sei una presenza".
Maria, Giovanni e Alessandra Strangis
La poesia inedita “5 dicembre 2010” del professore Pasqualino Bongiovanni
5 dicembre 2010
(In memoria dei ciclisti lametini
tragicamente scomparsi)
Eravamo la strada da fare,
il fiato corto della salita,
lo sforzo di gambe
alternate a sudore
e ancora a gambe.
In piedi sui pedali
eravamo il peso del corpo
che diventa forza e spinta,
pendolo che aggredisce
l’asfalto quando si incrina
per farsi più ripido
e prossimo alla faccia.
E poi giù,
chiusi tra le braccia,
eravamo schiene curve
a tagliare l’aria
con parabole silenti
su lingue d’asfalto.
Ed ancora,
nei giorni d’agosto,
eravamo l’origano a profumare tra le dita,
le pietre di un muro a secco,
il limite segnato,
gli ulivi che fanno poca ombra,
lo stridio pazzo di cicale.
Eravamo il moto di onde marine all’orizzonte,
il bianco della cava di calce sullo sfondo,
fichi a risplendere nella canicola,
cordoni di vite che sfilano lenti
in processione.
Eravamo l’andare felici
non curandoci mai della meta,
tutta quella fatica che vale
senza avere in cambio denaro,
quella calma di fare e rifare
pur essendo ogni volta da capo.
Eravamo il paziente procedere
per fare strada
e insieme
fraternamente vita.
(Pasqualino Bongiovanni)
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