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La Calabria nel quindicennio del governo della destra
Scritto da Lametino7 Pubblicato in Francesco Vescio© RIPRODUZIONE RISERVATA

L’annessione del Regno delle Due Sicilie, di cui faceva parte la Calabria, al Regno di Sardegna tramite plebiscito e la successiva proclamazione del Regno d’Italia nel 1861 si può considerare uno degli eventi più significativi dell’Ottocento; l’unificazione pose al nuovo organismo statuale diversi problemi di natura diplomatica, politica, economica, amministrativa che vengono esplicitati, negli aspetti più rilevanti, nelle note che seguono: “ Dal 1861 al 1876 l’Italia fu governata dalla Destra. All’espressione non corrisponde un partito, ma un gruppo d’uomini uniti intorno ad alcune convinzioni fondamentali che si consideravano eredi dei criteri politici a cui Cavour s’era attenuto per fare l’unità. Erano quindi, anzitutto monarchici, nella convinzione che i Savoia, e non le cospirazioni, avessero permesso di fare il paese; ed erano moderati, nella certezza che spettasse alle classi dirigenti, soprattutto in Italia, accompagnare gradualmente verso quella <<coscienza civile>> di cui essi constatavano la drammatica carenza nelle regioni appena unificate. Erano in larga parte piemontesi, ma sarebbe ingiusto affermare che il Piemonte cercò di conservare il monopolio della direzione politica del paese. Già Cavour, nell’ultimo anno della sua vita, aveva fatto ricorso, per amministrare le regioni occupate, ai liberali toscani, emiliani, lombardi” (Sergio Romano, Storia d’Italia dal Risorgimento ai Nostri Giorni, Longanesi, 1998 - il Giornale - Biblioteca Storica - Milano, p.85).
La Destra affrontò il problema della capitale del nuovo Stato spostandola da Torino prima a Firenze e poi a Roma, segnando così in modo decisivo il compimento dell’età risorgimentale per come viene indicato nel brano successivo: “La distruzione del potere temporale dei papi fu il punto culminante del Risorgimento e forse la sua più importante realizzazione. Fin dall’epoca del Petrarca, gl’italiani avevano guardato a Roma non solo come al centro del mondo e della vera religione, ma come al cuore d’Italia. Machiavelli aveva accusato il potere temporale della Chiesa d’essere il maggiore ostacolo all’unità nazionale. Ma quando il potere temporale cadde finalmente nel 1870, patrioti come Jacini e Capponi poterono considerare con ostilità il tono tracotante che il bombardamento di Porta Pia aveva dato al trionfo nazionale. Quando il papa rifiutò di consegnare le chiavi del Quirinale e anatemizzò [= scomunicò, N.d.R.] il re come un nuovo Attila, il governo fu costretto a forzare l’ingresso del palazzo ed a sequestrare i giornali che avevano pubblicato il decreto pontificio” (Denis Mack Smith, Storia d’Italia dal 1861 a 1969, Laterza – Edizione Euroclub Italia, 1979, p. 148). L’unificazione nazionale mise in evidente risalto le notevoli differenze territoriali che esistevano nel Regno ed in particolare tra quelle centrosettentrionali in confronto a quelle meridionali, per come esposto nel testo seguente: “All’indomani della spedizione dei Mille, il Mezzogiorno si presentava agli occhi dei nuovi governanti come <<una plaga in pieno disfacimento>>. Questa immagine si poteva evincere sia dalla lettura dei carteggi che i solerti emissari e collaboratori di Cavour e dei suoi seguaci avevano spedito dalle province napoletane, sia dalla più feconda pubblicistica garibaldina dei vari accompagnatori dell’eroe nizzardo. La prima, molto critica nei confronti delle regioni meridionali, paragonava il paese all’Africa. Particolarmente interessante, e capostipite di una serie di inchieste, pubbliche e private, promosse negli anni successivi dagli organi di governo e culminanti in quella parlamentare diffusa nel 1909, è il rapporto di Diomede Pantaleoni, il quale , su incarico del Minghetti [Marco Minghetti, Bologna 1818 – Roma 1886, uomo politico della Destra Storica, due volte Presidente del Consiglio del Regno d’Italia: marzo 1863- settembre 1864 e luglio 1873- 1876, N.d.R.] visitò il Sud dall’agosto all’ottobre 1861. Il testo individua, con ampia articolazione, i problemi di un paese arretrato ed arcaico, prospettando le vie di un suo inserimento, non propriamente perentorio, nella nuova compagine unitaria. La seconda, viceversa, costituiva una letteratura a volte estatica e stupefatta dell’isola incantata, anche se non priva di notazioni critiche e di costume. Entrambe, però, pur nella differente tonalità, erano in definitiva, per la loro cruda realtà, rivelatrici di una condizione che presentava molti aspetti negativi: uno status sociale incerto e contrassegnato da un forte dislivello, dove le tendenze regionalistiche e municipalistiche erano assai lente a tramontare; molta compattezza nelle forze contrarie ad ogni cambiamento, in misura tale da far capire che nelle regioni meridionali, ad eccezione, in parte di Napoli capitale del Regno e punto di riferimento delle poche manifestazioni di modernità, le cose si fossero fermate agli anni in cui a dominare nel reame era stata la monarchia spagnola. Anche dal lato economico, il Meridione si faceva conoscere per un’industria appena modesta, anche se modesto era tutto il complesso industriale italiano, concentrata per la massima parte in alcune zone determinate del Regno, con delle aziende di dimensioni abbastanza significative per il tempo, ma poche di numero, con un impiego saltuario di manodopera e metodi primitivi di lavorazione; un’agricoltura senza conoscenze tecniche, legata a sistemi rudimentali ed arretrati e priva di quelle colture primarie, cioè di prima necessità, in grado di rifornire le industrie; una grande capitale, fortemente parassitaria rispetto alle province; una serie di centri periferici di scarso rilievo; una viabilità terrestre e ferroviaria molto deficiente; un sistema portuale inadeguato e insicuro. La descrizione di due Italie profondamente divise come ritmo di vita civile, di una divaricazione tra Nord e Sud, accentuata di più da un processo unitario, a dir poco, non omogeneo […].
All’indomani dell’unificazione la prima concreta attenzione rivolta alle regioni meridionali dal nuovo governo italiano fu rappresentata dalla brusca virata imposta alla politica economica. Ispirata dall’errata convinzione che il Mezzogiorno figurasse nel panorama degli stati italiani come una delle zone più ricche del paese, i provvedimenti, emanati nei primi mesi di governo e diretti ad equiparare l’economia di tutte le regioni, senza tener conto del dualismo economico e sociale esistente, provocava, però, notevoli perturbamenti in molti settori dell’economia meridionale e calabrese in particolare” (Giuseppe Masi, La Calabria nell’Età Liberale – Economia e Società, in ‘Storia della Calabria Moderna e Contemporanea – Il Lungo Periodo ’ a cura di Augusto Placanica, Gangemi Editore, Roma- Reggio C., 1992, pp.542-543). Riferimenti più dettagliati ed oltremodo significativi sulla Calabria del periodo esaminato sono riportati nelle note seguenti: “Le condizioni politiche stabilite dopo l’unificazione nazionale, aprivano l’ambiente bruzio, così poveramente ritardato, a grandi novità. Con i paesi da cui tali novità giungevano la Calabria non aveva consuetudine di legami: e i primi elementi del Nord che la regione ebbe modo di sperimentare furono i funzionari governativi, abitualmente settentrionali. Ma in questi la popolazione vide solo dei rigidi e tenaci esecutori di nuove leggi – che in parte non erano tagliate a sua misura – inesperti dei suoi problemi, remoti dal suo spirito. E i funzionari settentrionali scendevano in Calabria di mal animo, con la convinzione di portarsi in un ambiente primitivo e rozzissimo – questo era vero – e per di più facile a violenze e brutalità, riottoso a ogni autorità legale e- qui era lo sbaglio – che si doveva governare con metodi forti e un po’ coloniali. Da tale impostazione dei vicendevoli rapporti non potevano venire chiarimento ed equità per le reali condizioni della regione e neanche benefizi ai suoi bisogni. La convenienza di potenziare e di rinsaldare il debole e anemico spirito di unità nazionale, come infrenò fra il ’60 e l’80 quei disegni rivoluzionari che potrebbero avere dato più naturale continuità al moto risorgimentale e consigliò di non risolvere su di una più razionale base federativa o regionale la struttura d’Italia, così portò nelle regioni meridionali la legislazione del regno piemontese da cui la fase militare dell’unificazione era partita. Specialmente nei suoi lati fiscali, la nuova legislazione oberando ogni pur minimo provento (si pensi alla imposta sul macinato che durò dal 1868 fino al 1884) fomentò in Calabria irritazione e delusione e animò aspri malumori. E questi giunsero a forme di estrema gravità nelle classi umili, non di rado istigate dai proprietari rurali che – pur giovandosi della vendita a buon mercato di quelle terre che lo Stato veniva confiscando agli enti religiosi, e con esse ingrossando i loro patrimoni – delle nuove condizioni politiche erano in realtà l’elemento più ostile perché più restio ad accogliere ciò che il reggimento settentrionale aveva di buono: la disciplina e l’onestà nella esplicazione dei servizi civili e – dopo l’anarchia degli ultimi secoli – un discreto ristabilimento dell’autorità dello Stato.” (Lucio Gambi, Calabria, UTET, Torino, 1978, pp. 207 208). Da quanto sopra esposto si evince che l’unificazione portò in Calabria qualche miglioramento nella struttura amministrativa e una più ampia circolazione d’idee, ma le condizioni di vita della maggioranza della popolazione nel periodo storico esaminato restarono sostanzialmente immutate ed arretrate soprattutto dal punto di vista economico e sociale.
