
Lamezia Terme - Un documento storico, ma anche il resoconto dell’intimo vissuto di un uomo e della sua personale resistenza agli stenti di un campo d’internamento nazista: il diario di prigionia di Antonio Bruni, giovane ufficiale italiano durante la Seconda Guerra Mondiale, segna non solo il suo percorso di sopravvivenza ma anche i primi passi della sua formazione umana, che lo porterà poco più tardi, nella vita civile, ad assumere l’incarico di preside e a fare della scuola il suo progetto di vita. Ne hanno parlato, in un incontro al Chiostro San Domenico moderato dal professor Paolo Failla, lo storico Giuseppe Ferraro e il docente Gaetano Montalto, introdotti dai saluti della presidente AIParC Lamezia Terme Dora Anna Rocca, della vicepresidente della Regione Calabria Giusi Princi, del vescovo di Lamezia Monsignor Serafino Parisi e dell’assessore alla cultura Giorgia Gargano.

L’evento è stato fortemente voluto da AIParC con il patrocinio della presidenza del consiglio regionale e del Comune per “sensibilizzare la cittadinanza sul tema della pace”, “cementando attraverso il ricordo” secondo le parole di Princi, “una delle pagine più tristi della stria dell’umanità, attraverso un esempio positivo di cui abbiamo bisogno”. Particolarmente significativo l’intervento del vescovo, che per primo si interroga sul perché Bruni abbia deciso, in condizioni assolutamente scoraggianti, di tenere un diario. “È il certificato della sua esistenza, del suo essere in vita” dice, “Ed è un modo per dare uno stimolo collettivo a far sì che vicende come questa non si ripetano: un grande servigio non solo per la famiglia Bruni, ma per tutta l’umanità”. Un’umanità che, pur chiedendosi dove sia Dio, nei campi di concentramento e d’internamento scompare essa stessa, per riaffiorare in uno scritto tenuto clandestinamente, a rischio di pene molto severe, proprio per mantenere il senso di una presenza a sé stessi, di una vita intellettuale che non vuole cedere il passo alla brutalità.
Riscoperto tardivamente, il documento viene pubblicato postumo, dopo esser stato posto all’attenzione di Giuseppe Masi, presidente dell’Istituto Calabrese per l’Antifascismo, e valutato fra le rare testimonianze I.M.I. (Internati Militari Italiani) che raccontano una storia non solo oggettiva ma densa di riferimenti personali. “Bruni ci fa entrare nei campi d’internamento”, sottolinea Ferraro, “in un luogo distopico in cui viene riprodotta la vita ordinaria. Un luogo che ha ucciso 100.000 uomini come lui, e dove gli italiani, polacchi a parte, erano quelli trattati peggio, particolarmente i meridionali, che essendo la nazione divisa, non ricevevano pacchi di provviste da casa. Ma seppe orientarsi”. Arruolato due giorni prima dell’Armistizio Badoglio, Bruni viene fatto prigioniero dai nazisti, in quanto italiano e traditore, senza aver mai combattuto nemmeno un giorno, e dopo una breve permanenza in Austria arriva su un treno in Polonia, nel campo, dove soffre la fame e il freddo e alla fine si ammala a tal punto da avere difficoltà a camminare. Amaramente capisce che “quello che ci avevano raccontato non era vero”. Ridotto allo stremo, per avere accesso a condizioni di vita più sopportabili, dopo i suoi compagni decide di aderire a Salò, ma una volta lì viene saggiamente rimandato a casa per “inidoneità spirituale alla Repubblica Sociale”.
La parte successiva della sua esperienza di vita è patrimonio di tutta la città, e rivive nei racconti dell’amico Gaetano Montalto e del figlio Giovanni: la sua attività di docente e di primo preside della scuola media di Bella – presidio importante in un momento ancora segnato dalla piaga dell’abbandono scolastico – e la sua adesione appassionata alla rassegna nazionale e internazionale “Ragazzi in gamba”, tuttora seguita a Lamezia, che portò l’Istituto alla vittoria della manifestazione nell’81 a Chiusi. “Vi lascio un’eredità di stima e di gioia” scrive ai figli prima della scomparsa, ed è sicuramente vero. L’evento che lo ha ricordato sarà associato ad una mostra-contest di opere sul tema della memoria delle vittime della Shoà, che proseguirà nella sala Sedna di via Tevere fino al 27 gennaio, quando avrà luogo la premiazione a cura della gioielleria Rocca, con la collaborazione dell’associazione “Arte e Antichità. Passato Prossimo”.
Giulia De Sensi
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