
Lamezia Terme – Le dichiarazioni dei collaboratori di giustizia “non hanno superato il vaglio di attendibilità”. È quanto sostengono i giudici della Corte d’assise d’Appello di Catanzaro nelle motivazioni della sentenza di assoluzione di Peppino Daponte, 66 anni, difeso dagli avvocati Salvatore Staiano, Vincenzo Cicino e Renzo Andricciola. Unico imputato nel processo sull’omicidio di Pietro Bucchino. Ucciso a 32 anni nel 2003, con cinque colpi di pistola calibro 38, esplosi da distanza ravvicinata, lungo una strada sterrata in località Savutano.
La Corte di Assise d’appello di Catanzaro, nel luglio scorso, ha assolto “per non aver commesso il fatto” Peppino Daponte dopo due condanne a 30 anni in primo e secondo grado e il successivo annullamento della sentenza in appello da parte della corte di Cassazione. Un delitto, quindi, che al momento resta irrisolto. Si tratta, infatti, di un processo indiziario fondato essenzialmente su fonti di prova dichiarativa in gran parte provenienti da collaboratori di giustizia. L’imputato, infatti, era stato accusato dell’omicidio da alcuni collaboratori. Durante il processo sono stati ascoltati diversi teste oltre ai collaboratori di giustizia Gennaro Pulice, Matteo Vescio e Francesco Michienzi. Secondo le valutazioni della Corte, all’esito della complessa istruttoria svolta, “non sono state superate le perplessità motivazionali evidenziate dalla Suprema Corte in sede di giudizio rescindente”.
Il narrato dei collaboratori a proposito dell’omicidio Bucchino - a parere della Corte - è ritenuto, in alcuni tratti “molto debole”. Dichiarazioni che si sono basate su fonti indirette, o per l'aver appreso informazioni da altri. Sono, pertanto, emerse “discrasie nei narrati”, frutto anche di “deduzioni personali dei collaboratori a volte rimaste non riscontrate all’esterno o in parte contraddette”. In particolare, il movente dell’omicidio - sostengono i giudici - è rimasto indimostrato. In conclusione, non è stato superato lo standard “dell’oltre ogni ragionevole dubbio”. Anche la Corte di Cassazione aveva messo in dubbio i riscontri dichiarativi e da qui è nato un secondo processo nel corso del quale si è proceduto a riascoltare i collaboratori e ad un confronto anche col testimone Cosimino Berlingeri.
I fatti
Daponte era stato arrestato a circa 16 anni di distanza dall’omicidio e successivamente era stato scarcerato per decorrenza dei termini di custodia cautelare, non essendoci più i presupposti per la detenzione. Nelle udienze precedenti alla sentenza assolutoria con formula piena, il Pg aveva chiesto la conferma della condanna a 30 per Daponte. Diverse le parti civili che si erano costituite nel processo. Bucchino è stato ucciso con cinque colpi di pistola calibro 38, esplosi da distanza ravvicinata, lungo una strada sterrata in località Savutano.
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