A Trame l'omicidio Aversa con il libro di Antonio Cannone: "Ancora tanti i misteri irrisolti"

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Lamezia Terme -  Una storia dai risvolti ancora in gran parte da svelare quella della morte del sovrintendente di polizia Salvatore Aversa, ucciso in un agguato di ‘ndrangheta con la moglie Lucia Precenzano, in via dei Campioni a Lamezia Terme il 4 gennaio del 1992, mentre stava indagando sul caso della strage dei netturbini Pasquale Cristiano e Francesco Tramonte, note vittime innocenti di un altro agguato, e si trovava, secondo quanto avrebbe confidato al padre di Cristiano, pochi giorni prima di essere ucciso, “molto vicino alla verità”.

Una verità destinata a non riemergere mai più, esattamente come quella della sua morte, costellata di misteri, simbolismi, sfregi e testimonianze fasulle, ripercorsi dal giornalista e scrittore Antonio Cannone nel libro “Quando la Mafia sconfisse lo Stato”, presentato al Festival Trame da Arcangelo Badolati con la testimonianza di Walter Aversa, figlio di una coppia di servitori dello Stato, un poliziotto e un’insegnante dalla vita semplice ed esemplare, che è stata rivissuta attraverso una narrazione lucida a partire dalla sua fine. Una fine cui fanno seguito indagini stranamente imprecise, con sparizioni di bobine contenenti intercettazioni, molti errori procedurali, e il verificarsi incipitario, oltretutto, di un episodio singolare: la scomparsa di una scatola contenente dei documenti di lavoro, che il sovrintendente teneva in camera da letto, e che sarebbe stata portata via da due investigatori di polizia venuti, secondo quando dichiarato dal collega lametino che li accompagnava, da Catanzaro.

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Presentatisi in casa, davanti ai parenti e al figlio, ad appena due ore dalla strage, per “dare inizio alle indagini”, i due si sarebbero chiusi da soli in camera da letto e lì sarebbero rimasti per circa un’ora, sottraendo dei documenti che non sono mai più stati ritrovati. Non si sa tuttora chi siano i due attendenti, e la loro visita non risulta registrata in alcun verbale d’acquisizione o altro documento ufficiale depositato. Diversa è la faccenda della testimone smentita, Rosetta Cerminara, o dei pentiti della Sacra Corona Unita dalle dichiarazioni sospette, Stefano Speciale e Salvatore Chirico, di cui invece si sa tutto, ma non ciò che sanno veramente o il perché abbiano dichiarato cose o completamente false, o imprecise, o comunque tardive. Sul presunto eroismo della prima uscì persino un libro, ma molto presto fu chiaro che le sue dichiarazioni contro un imprenditore del luogo che avrebbe sparato non reggono, e sono solo servite a sviare le indagini, che nel modo di procedere continuano ad essere insensatamente poco accurate – “cosa che mio padre, un poliziotto, non meritava”, ammette Walter Aversa – e a perdere del tempo. E la storia dei pentiti sembra solo “il secondo tempo dello stesso film”.

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Il tutto in un contesto in cui quella lametina è ancora una ‘ndrangheta di serie A, come l’ha definita di recente il Procuratore Gratteri parlando di quegli anni, che usa per uccidere Aversa e la moglie una pistola rubata a un poliziotto, e la fa ritrovare di proposito poco lontano: “Uno segno di sfregio”, spiega Cannone, “un chiaro segnale simbolico per dire: noi vi uccidiamo con le vostre stesse armi”. E questo genere di segnali non finiscono nemmeno con la morte del sovrintendente, la cui tomba a Castrolibero, dove viene sepolto con la moglie, viene bruciata pochi mesi dopo, nella notte fra il 18 e 19 marzo, la Festa del papà. Dell’atto vandalico a carattere intimidatorio, indirizzato evidentemente a chi volesse proseguire le indagini, in base alle dichiarazioni successive dei pentiti, la ‘ndrangheta cosentina non era assolutamente al corrente, nemmeno ai suoi vertici. Vengono accusati di averlo commesso due balordi, tossicodipendenti affiliati ma di infimo grado, che in maniera singolare vengono difesi dal migliore studio legale della provincia, e assolti.

Le indagini che Aversa stava conducendo effettivamente non vanno a buon fine, e nemmeno quelle per accertare i responsabili della sua morte – così come quelle relative a un altro omicidio eccellente avvenuto a Lamezia in anni precedenti in pieno centro, quello del giudice Ferlaino. “In realtà, sicuramente, far luce sui responsabili della strage dei netturbini, quella su cui mio padre stava indagando quando è stato ucciso, porterebbe a far luce di conseguenza anche sui mandanti o sulle circostanze dell’omicidio Aversa”, conclude suo figlio, vittima e sopravvissuto di una strage che ha avuto in realtà come obiettivo quello di colpire un’intera comunità.

Giulia De Sensi

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