
Lamezia Terme - In un momento storico molto difficile per il popolo iraniano, segnato dalle proteste per i diritti civili contro il regime repressivo di Ali Khamenei, torna di grande attualità il lavoro dell’autore lametino Giuseppe Taddeo. Viaggiatore e grande esperto di cultura iraniana, impegnato sul tema dei diritti di genere in Iran, ha pubblicato nel 2017 il saggio “Sotto il tappeto persiano. La questione omosessuale in Iran”. Da allora non ha smesso di interessarsi alle dinamiche socioculturali di un paese complesso, di cui oggi ci racconta i retroscena, a partire dalla propria esperienza diretta.
Che idea si è fatto rispetto all’evoluzione in Iran di una cultura conservatrice che ha portato all’esplosione attuale delle proteste e alla successiva repressione?
“Sono stato dieci volte in Iran, mosso soprattutto dalla grande accoglienza delle persone che per buona parte della mia permanenza lì mi hanno ospitato a casa loro: nelle grandi città, in piccoli centri, al nord come in ogni zona del Paese. Persone omosessuali che, protette all’interno delle loro case, ed evitando così il rischio di esporsi, mi hanno trasmesso pensieri, esperienze, emozioni sulla condizione delle persone gay in un Paese in cui vige la pena di morte e sono facili i fermi di polizia e gli arresti per atti sessuali con persone dello stesso sesso. Per me ciò ha significato impattare costantemente la dimensione della solitudine e della sofferenza esistenziale pur avendo una vita brillante sotto altri aspetti. L’impossibilità di rivelare la propria identità e non poter condividere con nessuno ciò che si pensa e si sente di essere è una violazione profondissima che costringe a trattenere per sé ogni aspetto della vita interiore. L’epilogo è per molti ostentare una presunta eterosessualità, matrimoni forzati, o espatriare. In ogni caso una solitudine assoluta e devastante. Il piacere di viaggiare per il mondo e la passione per la scrittura a quel punto mi hanno portato al bisogno e al dovere di dar voce a tante persone costrette nella morsa della clandestinità e del nascondimento di sé. Il libro che ho pubblicato e che ho presentato in tutta Italia dando l’occasione per dibattere sul tema, ha proprio questo intento: rappresentare una realtà sconosciuta perché contribuisse a dare visibilità e attenzione alla questione omosessuale in Iran che riguarda una minoranza ma è un denominatore comune con buona parte della popolazione. A ciò si aggiunge il problema delle donne, che sono le più istruite nel Medioriente e godono di tanti privilegi rispetto ad altri Paesi confinanti ma giuridicamente, ad esempio, per testimoniare in un processo devono essere in due, quasi a dire che valgono la metà rispetto a un uomo. Una mia amica è pagata dal Comune di Teheran per realizzare murales nelle facciate dei palazzi: vere e proprie opere d’arte urbana. Un ponte moderno tra due colline della città è opera di un architetto donna. Ma sono costrette comunque al velo che simbolicamente serve a coartare la femminilità e la libera espressione di sé. È il problema di tutti i giovani che non possono fare musica all’esterno, non possono ballare, non possono esprimere dissenso e protesta. Come tutto il popolo, costretto a tacere pensieri e posizioni che non siano conformi all’ordine pubblico. Ho sempre avuto timore le volte che sono tornato dopo la pubblicazione del libro, certamente scomodo perché nel suo piccolo contiene la denuncia di diritti non riconosciuti alla comunità omosessuale. L’ultima volta, arrivato a Teheran, due poliziotti mi hanno fatto un vero e proprio interrogatorio chiedendomi insistentemente il motivo per cui andassi spesso in Iran. Mai citato il libro o il sospetto che magari potessero avere ma alla fine mi hanno concesso il visto solo per 5 giorni a fronte di 3 settimane. Fu un momento molto difficile per me, ebbi molta paura e così decisi di non tornare più. Almeno per il momento”.
Come pensa possa evolvere la situazione attuale, e quanto giocherà l’impatto della protesta sull’opinione pubblica internazionale?
“Non sono un analista politico e per questo non mi avventuro a previsione alcuna sulla evoluzione delle vicende attuali. Posso dire che il regime è forte e saldo e la mia personale convinzione è che i metodi repressivi abbiano al momento il sopravvento sulle diffuse proteste. Noto però che nel tempo le manifestazioni di dissenso si ripetono ciclicamente con un crescendo di gente e di temi che animano le piazze. Temo che ci voglia tempo e che il costo sarà alto in termini di vittime. Nel frattempo, nelle piazze italiane le manifestazioni si ripetono ma vedono attivi in gran parte gli stessi iraniani con una minima partecipazione di italiani a loro sostegno. Finalmente c’è attenzione a quanto accade lì ma ho molto l’impressione che la comprensione di ciò che subisce il popolo iraniano sia poca cosa sul potere del regime e sulle logiche occidentali che oscillano tra ipotesi di intervento muscolare e indifferenza”.
Qual è il sentimento più diffuso che registra fra gli iraniani residenti in Italia rispetto a quanto il loro popolo sta vivendo in questo momento?
“Sono molto in contatto con tanti iraniani che vivono a Roma. Un mio grande amico è riuscito a sfuggire ad un mandato di cattura perché omosessuale. Arrivato in Italia, ha oggi la protezione dal nostro Paese. Vive a Roma da anni senza poter tornare nel suo Paese. Una volta mi chiese se potessi incontrare la madre perché mi avrebbe dato una catenina per lui. Era una signora minuta e anziana, mi diede la catenina chiedendomi di indossarla fino a Roma: ho avuto l’impressione che attraverso me la stesse donando al figlio in quel momento. Questa cosa mi commosse fino alle lacrime. Il mio amico mi chiese anche di portargli una manciata di terra iraniana: gli portai un sasso che continuava poi a stringere tra le mani. Una volta, in piena estate, ricevetti delle amiche conosciute a Teheran che appena fuori dall’aeroporto subito smisero gli abiti con cui arrivarono indossando un look molto scoperto che da noi passa inosservato ma a me diceva quanta scioltezza hanno nell’adeguarsi ai costumi occidentali in tutte le loro espressioni. Gli iraniani che conosco sono ossessivamente centrati sul bisogno di avere notizie dal loro Paese, non solo dalle loro famiglie e dagli amici ma da tutto ciò che li possa aggiornare sugli accadimenti generali in questo momento. Seguono le notizie come possono e dedicano molto tempo a visionare video e reel che provengono da lì. In questo periodo si stanno stringendo i contatti fra loro. Il senso di comunità tra connazionali è un punto di forza capace di restituire loro un punto di riferimento fondamentale per non sentirsi allo sbaraglio di fronte a tutto ciò che accade. A loro preme che il regime abbia fine in qualche modo: non importa chi riesca a farlo cadere, se gli USA o Pahlavi; non protendono per chi deve subentrare dopo: il loro bisogno è legato alla fine di questo impianto repressivo”.
Cosa si augura per l’Iran di domani?
“Personalmente mi auguro che emerga nel popolo iraniano una forza interna che si proponga come catalizzatore delle proteste. Non sono per l’uso delle armi e avverso ogni tentativo esterno di intervento che spesso è motivato da interessi e affari. L’Iran ha una storia propria e deve continuare il suo percorso non cedendo a omologazioni verso il mondo occidentale che comunque gli iraniani ritengono altro rispetto alle loro aspettative. Mi auguro che in un tempo, forse non molto vicino realisticamente, si raggiunga uno stato di democrazia, libertà e benessere auspicando che non si passi per un rischio molto verosimile, come per altro abbiamo visto in molti casi negli ultimi decenni: ovvero la guerra civile e la contrapposizione armata tra gruppi di popolazioni minoritarie che rivendicano, ciascuna, territori, indipendenza, autonomia etnica”.
Giulia De Sensi
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