
Lamezia Terme - Tempo di bilanci dopo che l'Oms ha decretato la fine della pandemia da Covid-19. In Calabria, ad oggi, il totale dei casi positivi è stato di 636.895 dei quali circa 700 a Lamezia. Per comprendere il significato della dichiarazione dell'Organizzazione mondiale della sanità, le implicazioni con il territorio lametino e il lavoro svolto nella prima e seconda fase dell'emergenza pandemica, ne abbiamo discusso con il dottor, Gerardo Mancuso, direttore dell'Unità operativa complessa di Medicina interna del presidio ospedaliero lametino.
Come commenta la decisione dell'Oms?
"L'Oms è l'organo che decide su tutto il globo e ha deciso che la pandemia è terminata, anche se ha lasciato una finestra aperta perché in alcune zone del mondo non è conosciuta l'epidemiologia, quindi potrebbe aprirsi come eventi non pandemici ma endemici. Alla luce anche delle due varianti che stanno per uscire. Sostanzialmente questa decisione è una decisione molto importante perché chiude una vicenda per la quale noi siamo stati colti di sorpresa in quanto non eravamo preparati ad una pandemia. La chiusura ci dice due cose: primo che l'emergenza è terminata e dobbiamo tornare alla normalità; questo è un virus che resterà con noi per moltissimi anni, magari cambierà e diventerà come tanti virus che cambiano la pelle, cambiano la loro conformazione e restano all'interno della popolazione, avrà un'attività ciclica come tutti i virus e cioè si attiverà in alcuni periodi dell'anno e si disattiverà in altri periodi. Comunque, l'attenzione c'è perché è un virus che resta all'interno della popolazione. L'altro motivo per il quale è importante la fine della pandemia, è che finisce tutta quell'organizzazione del mondo sociale attorno a questo elemento. Penso alle scuole, agli uffici, insomma siamo stati condizionati. In maniera comunque corretta. Poi, come tutte le cose, quando uno è impreparato, qualche errore lo si fa pure però lo abbiamo affrontato con gli strumenti che erano conosciuti. E devo dire che erano strumenti che si sono dimostrati adeguati, aver chiuso e aver impedito i contatti, ha impedito anche la diffusione. Non dimentichiamo che questo virus ha fatto 20 milioni di morti e forse più, perché in alcuni Paesi non si sa quanti siano stati i morti. Sicuramente più di 20 milioni, una cosa straordinaria".
Come ha vissuto l'emergenza sul campo in modo diretto. Come l'ha vissuta la città, l'ospedale di Lamezia...
"Noi abbiamo avuto un primo periodo in cui ci siamo dovuti orientare. Cioè, cosa fare, come farlo, come organizzarci. Poi, come si sa, siamo partiti con l'assistenza a questi pazienti un po' in ritardo rispetto agli altri territori perché non ci avevano dato l'autorizzazione ad aprire. Quando ci hanno dato l'autorizzazione noi abbiamo applicato un metodo infallibile, il metodo scientifico. Cioè, le conoscenze che vi erano nel mondo fino a quel momento e quindi applicazione di quelle conoscenze. Noi, dunque, abbiamo affrontato in modo razionale il problema con buoni risultati perché finora abbiamo gestito circa 700 pazienti dall'inizio ad oggi, in questi due anni e mezzo. Abbiamo quindi dato un servizio importante al territorio. Dal punto di vista psicologico, la prima fase pre-vaccinale è stata molto complessa perché sapevamo che l'unica arma era quella di proteggersi e quindi essere bardati, avere addosso tutti gli strumenti che non consentivano il contatto; e questo portava anche un po' di difficoltà psicologica come è ovvio che sia. Poi, consideri che nel periodo più importante, il numero di persone che lavorava all'interno di questo sistema erano all'incirca 35, quindi bisognava pensare anche agli altri, non solo a se stessi. Bastava poco per contagiarsi. Una volta è bastato che impropriamente e involontariamente una persona abbia sfilato la mascherina e il giorno dopo si è infettata perché c'era un alto potere infettante. Poi, nella seconda fase, dopo aver avuto contezza e anche dimestichezza, è stato più facile perché comunque abbiamo gestito la situazione meglio alla luce dei dati sempre maggiori che venivano dal mondo. La città di Lamezia ha risposto bene devo dire. Perché la città è stata sempre ordinata, perché avevamo paura in quanto capita di solito che il parente viene ricoverato e tutti dietro. Invece Lamezia è stata ordinata, ha compreso che c'era una situazione particolare e si è adeguata sempre. Una città, insomma, che ha visto la collaborazione fattiva tra le diverse componenti: sanità, istituzioni, forze dell'ordine".
Per quanto riguarda le morti che ha avuto Lamezia? Si parlava spesso di patologie pregresse ma vi sono stati anche altri casi. Si usava per esempio spesso il termine con Covid o per Covid.
"Si. La prima fase pre-vaccinale sicuramente è stata una fase che ha colpito sia i pazienti fragili, sia i pazienti giovani in buone condizioni generali. Noi abbiamo avuto per esempio una famiglia in cui tutti sono stati infettati e sono morti una persona di 32 anni e una di 50 che non avevano altre patologie, ma perché il virus era particolarmente virulento e aggressivo. Quando colpiva in modo importante, la probabilità di superarlo era più bassa. Però poi la gran parte dei decessi era da addebitare ad una contingenza di patologie, cioè pazienti più fragili, quindi pazienti più difficili. Nella seconda parte, si sono registrati più decessi tra i pazienti non vaccinati anziani e i pazienti fragili, quindi abbiamo avuto le conseguenze più gravi".
Attualmente ci sono ricoverati?
"Si, ce ne sono 7 di cui 2 giovani. Quindi, ancora c'è. Però devo dire che, ad eccezione dell'ultimo mese, tanto per darle un dato di riferimento, abbiamo avuto un solo decesso di una pazienta terminale che era anche positiva, quindi era un decesso atteso. Come diceva lei, più che imputare al Covid, è da imputare alla patologia di base. Molti decessi oggi sono dovuti alla patologia di base e non al Covid, poi che il paziente sia positivo è un fatto contingente, non determinante".
In prospettiva, dunque, con questa dichiarazione dell'Oms si può parlare di malattia di natura endemica. Sperando che non vi siano altri virus.
"Si esatto. Direi che la ricorrenza di pandemie è ogni 50-60 anni. La cosa importante è far capire alle persone che la vaccinazione ha salvato vite e che il futuro è la vaccinazione. Anche verso le varianti di questo virus".
Antonio Cannone
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