
Lamezia Terme - Un viaggio per domande e risposte attraverso i temi della guerra e dell’immigrazione quello che ha coinvolto gli ospiti della Giornata Mondiale del Rifugiato, celebrata in un evento in Piazzetta San Domenico che ha aperto in anteprima il Festival Trame, radunando fino a tarda sera moltissimi visitatori in un caleidoscopio multiculturale. A dialogare dal palco con i ragazzi presenti, in un incontro moderato da Valentina Stella, don Giacomo Panizza di Comunità Progetto Sud, Hafsa Abdulahi, rifugiata politica somala, Giulia Cicoli, Advocacy director dell’Associazione “Still I Rise”, e i giornalisti de “Il Manifesto” Silvio Messinetti e Caludio Dionesalvi. Ognuno ha raccontato la storia della sua realtà di provenienza, il suo modo personale di intendere, narrare, declinare il tema significativo del 2023: “Agire l’accoglienza”. Una scelta non casuale per la manifestazione di quest’anno, che cade nel decimo anniversario del naufragio di Lampedusa, ma soprattutto a pochi giorni dalla strage di Pilos, in Grecia, avvenuta a sua volta a ridosso di pochi mesi dall’indimenticabile vicinissima tragedia di Cutro. Un copione che si ripete evidentemente “con regolarità ciclica” nel Mediterraneo, secondo Dionesalvi, e che rivela una realtà molto amara: non si può parlare di un caso o di una disgrazia. Tutti sono concordi nell’identificare precise responsabilità politiche, che non si possono dribblare deviando l’attenzione delle masse attraverso “una comunicazione stereotipata del fenomeno migratorio”, che conduce ai luoghi comuni elencati da Messinetti – “dopotutto hanno i soldi per partire”, “ci rubano il lavoro”, “qui diventeranno delinquenti” – e nemmeno promettendo “pene più severe per gli scafisti”, che praticamente, secondo la giovane Hafsa – fuggita dopo essersi opposta al terrorismo, e passata dal mare dopo essere stata torturata in Libia – nemmeno esistono.
“Chi ci ha preso i soldi del viaggio ha minacciato con un fucile per sapere chi di noi sapesse guidare una barca. Nessuno rispondeva e ha sparato due colpi in aria. Alla fine, un ragazzo ha risposto che qualche volta aveva pescato con suo padre. Gli ha dato poche indicazioni sommarie e gli ha messo in mano il timone. Chi prende quei soldi non si sognerebbe mai di salire su un barcone e di mettersi in mare per l’Italia. Per cosa? Per finire in un centro d’accoglienza? Quelli mandano i figli a studiare in Europa, hanno aderenze politiche e con i soldi del traffico in posti di mare ci vanno in vacanza. Chi è sul barcone in genere non è colpevole nemmeno quando viene accusato. Nelle prigioni dove ci torturano, dopo anni che sei lì, se non hai i soldi per uscire, ti dicono che se riesci a convincere almeno dieci tuoi connazionali, anche con la violenza, a pagare, poi ti faranno partire. Magari tu li prendi a calci, ma è normale che lo fai: non hai altra scelta. La mia famiglia per fortuna ha messo insieme i 5.700 dollari per pagare la mia salvezza. Risulta dai dati bancari che quei soldi sono stati versati su un conto a Dubai”. Ma purtroppo questo genere di mafia, denunciata anche da don Panizza, da anni nel ramo dell’accoglienza di chi viene considerato straniero, viene alimentata secondo Dionesalvi proprio dal proibizionismo nel campo della mobilità, dal blocco delle frontiere, dai finanziamenti alla Libia e dalla mancanza di politiche serie che facilitino e rendano legali gli spostamenti: corridoi umanitari e universitari, pratiche di asilo. Una realtà confermata anche dall’esperienza di Cicoli, che con la sua Associazione gestisce 5 scuole di alta formazione e baccalaureato internazionale per garantire ai minori profughi o residenti in zone di guerra un percorso di studi che li porti ad avere un futuro che non abbia nulla da invidiare a quello di altri ragazzi più fortunati: “Non accettiamo finanziamenti dall’Europa, e nemmeno da Organismi Internazionali come le Nazioni Unite, perché non sono mai dati senza interessi politici. Preferiamo essere indipendenti, e accettare da chi decide spontaneamente di aiutarci. All’inizio anche noi pensavamo che le situazioni disastrose fossero determinate dalle guerre, o da conflitti geopolitici esterni: ma poi ci siamo resi conto, amaramente, che purtroppo esiste una precisa volontà politica da parte dell’Europa che va nella direzione sbagliata, una tendenza a chiudersi e a non accogliere”. E secondo i presenti è precisamente questa la ragione dei mancati salvataggi, dei processi in corso, dei naufragi che insanguinano il mare: l’incapacità di mettere in atto a livello politico una solidarietà fra esseri umani che dovrebbe essere naturale, oltre che giusta.
G. D. S.
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