
Lamezia Terme - Sarà al teatro Grandinetti il 20 marzo e il 23 al Politeama di Catanzaro, per la Stagione di Prosa di AMA Calabria, la commedia brillante “Quasi amici”, per la regia di Alberto Ferrari, con Massimo Ghini e Paolo Ruffini. Tratto dall’omonimo film campione d’incassi di Eric Toledo e Olivier Nakache, ispirato ad una storia vera, lo spettacolo affronta col sorriso e con l’arma dell’ironia temi delicati come l’amicizia e il rapporto alla pari con il diverso. Lo fa mettendo in scena la relazione improbabile e profonda che si stabilisce fra un uomo tetraplegico molto benestante (Massimo Ghini) abituato ad affrontare la vita in modo esclusivamente cerebrale, e il suo nuovo badante (Paolo Ruffini), uomo della strada che conosce la galera e gli espedienti e ha un approccio alle cose decisamente più viscerale. I due entreranno inaspettatamente in sintonia. Ruffini – non solo attore ma anche conduttore televisivo, regista, doppiatore, sceneggiatore e produttore teatrale, nonché scrittore – racconta con grande ironia la sua esperienza d’artista, passato per gli studi di Mtv e “Colorado”, che si gode oggi il privilegio di calcare le scene teatrali italiane.
In questa pièce lei e Massimo Ghini interpretate due personaggi molto diversi, quasi opposti, che si bilanciano e completano costruendo un’intesa. In scena siete riusciti a stabilire un rapporto che potesse restituire al pubblico la relazione speciale fra i due protagonisti?
“Io e Massimo ci conosciamo da tanto tempo, abbiamo fatto sei film insieme: praticamente, essendo già amici, per diventare “Quasi amici” abbiamo dovuto fare un passo indietro. Avendo un bellissimo rapporto, questo lavoro e questa tournée ci hanno unito ancora di più. Quindi a teatro vedrete una specie di coppia comica”.
Il suo personaggio rappresenta un po’ l’uomo degli espedienti, abituato alle insidie della strada ma con un lato fragile. Com’è stato interpretarlo mantenendosi fuori dagli stereotipi? Ci ha trovato dentro qualcosa di sé stesso?
“Diciamo che per un livornese fare la parte di uno così è abbastanza facile. Continuando a scherzare, potrei dire che il personaggio mi piace perché ha tanto di me: poco educato, un tantino incivile, quasi criminale… Okay, ora torno serio. La cosa che ha davvero in comune con me è la sua mancanza di filtri nei confronti della diversità. Io ho lavorato molto con le persone disabili a teatro, ad esempio con i ragazzi Down, e non sono uno che fa sconti. Penso che la pietà porti semplicemente a costruire un muro che impedisce le relazioni. Io invece voglio affrontarle, viverle fuori dall’ipocrisia”.
Lei a livello artistico ha provato di tutto, dal mainstream, al sociale, alle produzioni cinematografiche d’autore. Alla luce di quest’esperienza così variegata, cosa rappresenta per lei il teatro?
“Personalmente lo amo perché è una delle poche arti che è anche un posto. Lo sarebbe anche il cinema, però il teatro non può essere delivery, e questo aggira l’attitudine di questo periodo storico in cui tutto è su richiesta. Il teatro obbliga il pubblico alla scomodità, a fare un po’ di fatica. In più gli attori sono “veri”, non più piccoli come in tv, non più grandi come al cinema: sono lì presenti, il rapporto è uno a uno. E c’è un prezzo, non c’è la gratuità un po’ scontata dei social. Per tutte queste ragioni recitare a teatro mi lusinga molto”.
Era già stato a Lamezia e in Calabria? Cosa si aspetta dal soggiorno e dal pubblico?
“Sono venuto in Calabria spessissimo, anche a Lamezia. Avete teatri bellissimi, con una tradizione alle spalle. Certo, io ovunque vada in tournée ho il privilegio di vedere sempre la parte più bella di ogni luogo, il salotto buono. Penso poi che tutti i posti abbiano una cultura splendida, solo che a volte vivendoci dentro ce ne dimentichiamo. Per quanto riguarda la seconda parte della domanda, da questo soggiorno mi aspetto di ingrassare: infatti lì avete una forma d’accoglienza molto enogastronomica che come al solito mi provocherà degli scompensi a livello metabolico. Ma sono felice”.
Giulia De Sensi
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